Denis Lachaud, IMPARO IL TEDESCO / 66THAND2ND 2013. (Segnalazione, di Camilla Valletti)
È in libreria
Imparo il tedesco
(J’apprends l’allemand)
di Denis Lachaud
traduzione di Sergio Claudio Perroni
progetto grafico di Silvana Amato e Marta B Dau
disegno di copertina di Julia Binfield
cartaceo, brossura con risvolti; 197 p.; 15€
66THAND2ND -Bazar 12, Roma 2013
Ha pubblicato parecchi romanzi in Francia e si è sempre occupato di teatro, Denis Lachaud, ora tradotto nella ottima versione di Sergio Claudio Perroni per l’editore 66tha2nd che da alcuni anni svolge un meritorio lavoro di scouting sui migliori scrittori internazionali.
Questo Imparo il tedesco è stato scritto nel 1998 quando la questione della memoria della Shoah in Germania e in Francia esplose generando rivelazioni e impreviste responsabilità all’interno dell’élite intellettuale tedesca.
L’autore, seguendo una logica implacabile, racconta la storia di formazione di un ragazzo di nome Ernst allevato in Francia da una coppia di tedeschi. Ernst è un bambino irrequieto, segnato da una grave malattia agli occhi, legato ai genitori da un affetto muto. Il silenzio, meglio la rimozione, è infatti la cifra che definisce la scelta dei genitori di Ernst. Il bambino cresce con una forte volontà di essere tedesco senza conoscere la storia della sua famiglia. I due divorziano e ancora una volta a Ernst non sono date spiegazioni.
La madre si trasferisce insieme ai due figli nell’elegante appartamento del nuovo compagno. Non adduce ragioni, semplicemente pone Ernst e il fratello davanti al fatto compiuto.
Il ragazzo, grazie ad uno scambio culturale, conosce Rolf, un coetaneo tedesco con il quale vive la sua prima relazione sessuale. Insieme a lui, deciderà di rompere la cortina di silenzio che lo ha avvolto sino a quel momento.
Immerso nei problemi dell’adolescenza espressi con una insolita forza espressiva: “come fanno i miei coetanei a trovare la forza di recitare la seduzione, di salutarsi con i bacini, di soffrire pubblicamente, di aspettare per ore seduti su un banco che la grazia scenda su di loro, di urlare in lacrime ai loro genitori che sono vecchi e non capiscono niente?” Ernst, forte di un’identità nuova, la sua omosessualità infatti gli conferisce la capacità di guardare fisso alle priorità, va a Berline dove ritrova il nonno, sconfessato dal padre, ancora tragicamente ancorato al suo passato di SS.
Se per il padre quella figura era stata ambiguamente scomoda, il nipote riesce a domarla, a chiudere il cerchio di quello che altrimenti si sarebbe rivelato come un destino di violenza.
Il padre infatti ne aveva ereditato la disciplina ad oltranza, insieme ad una sotterranea volontà di sopraffazione che si è dispiegata nei confronti di un figlio poco accolto. Ernst, in finale, attraverso il riconoscimento di ciò che ha in sé : “ho in me i suoi cromosomi, mi ha trasmesso i suoi occhi di un blu slavato, i suoi zigomi alti, i suoi capelli biondi come paglia, ho in me le torture quotidiane che infliggeva al figlio, ho in me i pianti di mio padre sul cuscino, il suo silenzio, il silenzio di mia madre per stargli vicino” si affaccia ad un tempo che appare qiuetamente vuoto.
Un romanzo interessante, privo di sbavature narrative che affronta il tema della heimat e della rimozione della memoria attraverso un’angolatura nuova, trovando nel gap generazionale il punto di svolta per una reale avvio verso la riconciliazione. (Camilla Valletti per FN)
(chi ha pagato il libro: la copia che ha letto Camilla Valletti: FN non sa; la copia fotografata: gentilmente inviata su richiesta di FN dall’editore, grazie)
























