Non starò a raccontarvi delle storie

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Tv as a creative medium / Pietro Grandi

Futureworld 

di Pietro Grandi

16. Tv as a creative medium

Howard Wise, “Tv as a creative medium”, brochure della mostra, the Howard Wise Gallery in New York, 1969

Il funerale del Presidente Kennedy dimostrò molto chiaramente il potere della televisione nell’investire un’occasione di un carattere di partecipazione collettiva. Coinvolge un’intera popolazione in un processo rituale. In televisione, le immagini sono proiettate su di te. Le immagini ti si avvolgono attorno. Tu sei il punto di fuga. Ciò crea una sorta di introversione, una sorta di prospettiva rovesciata che ha molto in comune con l’arte orientale.

(Marshall Mcluhan)

Arte. Flusso. Tele-visione. Video.

Nel maggio del 1969 nella galleria Howard Wise di New York si inaugura la prima mostra negli Stati Uniti d’America dedicata alla “video art” non più come fenomeno di studio, ma come forma d’arte. Una mostra che segnò la fine del movimento di arte cinetica degli anni ’60 e diede inizio al nuovo futuro tra arte, video e tele-visione.

Come sostenne il gallerista Howard Wise: “Perché l’arte non fu colpita da questa influenza che tutta ci avvolge? Forse semplicemente, perché il momento non era quello giusto. Forse abbiamo dovuto attendere la maturazione della generazione, gli adolescenti del 1950, coloro che sono stati cullati dalla TV. Come in ogni generazione, alcuni artisti lavoravano con la Tv perché erano affascinati dei risultati che erano in grado di raggiungere, sia perché avevano percepito il potenziale della televisione come mezzo per la loro espressione.”

12 artisti, 12 opere come quella di Nam June Paik in “Participation TV”, di Paul Ryan in “Everyman’s Mobius Strip”, di Thomas Padlock in “Archetron”, di Eric Siegel in “Psychedelevision in Color”, di Charlotte Moorman e Nam June Paik in “TV Bra For Living Sculpture”, e di Ira Schneider e Frank Gillette in “Wipe Cycle”.

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[Intento di FN è stato, da subito, quello di costruire archivi; dei fondachi di materiali che trasportassero in rete quel che la rete fa sparire: la carta. C’è una separazione radicale e mal segnata fra il cartaceo e il virtuale. In rete se si cerca la carta non la si trova, si trovano le parole che la carta portava su di sè, ma niente che ci dica dove fossero quelle parole, che aspetto avesse l’oggetto che le conteneva. Chi volesse studiare ora editoria in rete trova ben poco, se non parole, che non bastano. Questa nuova serie, Futureworld, a cura di Pietro Grandi, interpreta al meglio quell’intento che FN insegue da sempre. (N.d.D.) ]

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