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Paola Monasterolo / Andrea Cortellessa / 25 aprile

Il 25 aprile a Torino il Museo Diffuso della Resistenza ha pensato di celebrare la Festa della Liberazione producendo, insieme a a.titolo e situa.to, Lettere da un fronte, un progetto per lo spazio pubblico, di Paola Monasterolo, che chi segue FN conosce bene, perché illustra la serie Fuorisede, di Mariolina Bertini, con i suoi Ritratti di copertine.

Il progetto era una sorta di macchina celebrativa complessa e articolata, che voleva esplorare quali significati, ora, possa avere il termine Resistenza e che ha compreso più cose insieme: su una parete del cortile del Museo, Monasterolo ha tracciato un breve lacerto, pantografato a dimensione gigante, di una lettera, “[…] scritta da Pietro Ferreira ai suoi compagni e amici del Partito d’Azione, il giorno prima della sua esecuzione il 22 gennaio 1945 […]”.

Paola Monasterolo : 25 aprile

La tecnica scelta per l’esecuzione dell’opera non era casuale, era anzi il centro simbolico di tutta l’operazione:

“[…] «I torni, le frese, tutti i macchinari dentro le fabbriche andavano lubrificati con olio. | Girando lo bruciavano. Non potevano buttarlo via. Avevano l’obbigo di tenerlo in recipienti di latta. | Dentro quest’olio noi buttavamo la calce morta. | Quando dovevano fare l’intonacatura delle facciate delle case usavano la calce. La calce viva veniva gettata in montagne nei cortili e veniva bagnata. Fumava, si spengeva e restava la calce morta: ne restavano dei i blocchi che grattati e sfregati erano ridotti in polvere da utilizzare per la facciata. | Noi ne prendevamo alcuni, non troppo grandi; grossi che stessero in una mano. | Erano dei pezzi porosi, gli stessi che usavamo per disegnare a terra la ‘settimana’ per giocarci coi salti, e li mettevamo a mollo nell’olio nero. Dopo due giorni li prendevamo, li lasciavamo asciugare per non imbrattarci troppo, e li usavamo per scrivere. | Tutto questo era facile, non ce lo siamo inventati. Ce lo avevano insegnato anche a noi. | Andare a scrivere, quello era difficile. Ci potevano sparare sul posto». | Tratto dall’intervista a Enzo Pettini, | a diciasette anni a capo dell’8ª Brigata partigiana S.A.P.” […]”.

Mentre la scritta veniva eseguita Andrea Cortellessa, su invito di Monasterolo, leggeva un suo intervento: 25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare. Introdotto da un saluto del figlio di Nuto Revelli, in collegamento radio da Pralup. In coda alla lezione Marco Testa istruiva e dirigeva il pubblico nel cantare Bella Ciao e Addio a Lugano.

Memoria cartacea della giornata una piccola pubblicazione: Lettere da un fronte. Un progetto per lo spazio pubblico di Paola Monasterolo. Che cos’è ‘resistere’ oggi?, che raccoglie, oltre alle linee del progetto, e alla lettera da cui la scritta vergata sul muro del Museo è stata tratta, una serie di risposte alla domanda del titolo, che Monasterolo ha posto ad una rete di persone nei mesi passati.

Monasterolo lo chiese anche a me, questa la mia risposta:

Ho molto pudore e difficoltà a usare “resistere” e “resistenza” riferito alla mia vita quotidiana. Ho due genitori e svariati zii e zie che la Resistenza la fecero e ne ebbero segnate le vite. Quando si fece una mostra alle Nuove guardai quelle celle minuscole, quei corridoi, e pensai a mia madre che vi era stata rinchiusa, e disperò di uscirne. Sapeva di non essere stata uccisa, ma non sapeva se lo sarebbe stata, e non sapeva se i suoi compagni vivessero ancora, e così dei suoi fratelli e di sua sorella. Pensare alla vita che ho avuto, alla madre che ho visto lungo tutta la mia vita, alle case, alle vacanze, ai Natali, e pensarlo lì, in quelle celle più piccole della mia automobile, nel cicaleggio mondano di una mostra, fu molto triste, e nello stesso tempo l’allegria dell’occasione dava la misura felice di una distanza radicale. Mio padre fu in banda e poi, malato, ricercato, nascosto in casa. Passata la guerra e diventati genitori, scelsero di non raccontare, di sopire. Lo iato fra le due vite troppo forte, e forte la preoccupazione di risparmiare ai figli dolori che loro avevano dovuto patire, forte il timore di orientarne il pensiero politico, prima che etico. Perciò, superata da non molto l’età in cui loro divennero miei genitori, mi pare d’essere frutto riconoscente della Storia, che mi permette il lusso di non essere resistente mai, ma solo qualche volta apparentemente controcorrente, un vezzo di vanità, una scelta leggera, che so essere frutto di scelte fatte allora, invece pesantissime, e che permettono alle mie di essere anche allegre. Io sono, di carattere e di ambizione, un conformista. Se faccio resistenza, soprattutto contro me stesso, è perché il Paese in cui vivo non mi permette di esserlo senza rinunciare a troppo di me stesso, così talvolta punto i piedi, ma soprattutto mi sottraggo al flusso, là dove rischia di travolgermi.

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