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Norman Gobetti / Falso amico : 4° puntata

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

falso amico, di norman gobetti

(Quarta puntata di una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

Le tre puntate precedenti: 1) Divina geometria?; 2) A volte mi vengono dei dubbi; 3) In questo cerchio chiaro che mi isola. In coda alla prima puntata trovate la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti

falso amico, di norman gobetti

Falso amico.
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Quarta puntata: Il vertice della piramide

“La contraddizione è il vertice della piramide”, diceva Simone Weil dall’alto delle sue angeliche contraddizioni (diceva anche, citando Pascal: “Chi fa l’angelo, fa la bestia”). Ogni tanto mi torna in mente, adesso che, insieme ad Anna Nadotti, sto traducendo River of Smoke di Amitav Ghosh, proseguimento di Mare di papaveri e secondo volume di una futura trilogia.

Norman Gobetti / Falso amico : 4° puntata

Io, nel mio lavoro, ho dei principi, e uno dei più importanti è che bisogna tradurre non quello che si ha per la testa ma quello che c’è effettivamente nel testo originale. Non è così scontato come sembra, accantonare i propri mi piace / non mi piace per accogliere gusti e disgusti dello scrittore su cui si sta lavorando. Ad esempio, posso anche non apprezzare l’utilizzo del corsivo enfatico per sottolineare determinate parole, ma se, come in River of Smoke, c’è un personaggio, Robin, che nel suo modo di esprimersi fa un uso smodato di corsivi enfatici – corsivi che, accanto ad altri manierismi del linguaggio, danno un contributo fortissimo alla sua caratterizzazione – non mi sento autorizzato a eliminarli in base all’opinione vigente fra i revisori secondo cui i corsivi sono uno squallido mezzuccio, se non un anglismo, e comunque non devono essere troppi, e sono terrorizzato dall’idea che l’editore possa invece avere intenzione di eliminarli.

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D’altro canto nella quotidianità del mio mestiere ci sono impulsi che vanno in senso contrario, e che paiono contraddire il mio importante principio di partenza. Purtroppo mi capita sempre più di lavorare su libri non ancora andati in stampa (per qualche ragione nell’editoria si va diffondendo l’idea che le traduzioni debbano uscire in contemporanea con il testo originale). Ne deriva la sensazione, del resto ben fondata, di avere a che fare con testi molto più malleabili di quanto accadesse in passato, perché effettivamente capita molto spesso di ricevere versioni aggiornate del libro su cui si sta lavorando, versioni che in genere contengono parecchi cambiamenti, apportati dai redattori o addirittura dall’autore stesso.

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È quindi naturale che, quando trovo nel testo originale qualcosa che non mi suona bene, un’incongruenza o anche un vero e proprio errore, mi venga la tentazione di accantonare il principio del rispetto verso l’originale e di intervenire, se possibile segnalando il problema all’autore, altrimenti correggendo brutalmente secondo quel che a me pare giusto. Una tentazione, ovviamente, potenziata dalla facilità enormemente maggiore con cui oggi, rispetto agli anni in cui ho cominciato a tradurre, è possibile reperire o verificare le informazioni. E una tentazione sicuramente non scoraggiata dal pressappochismo vigente in molte case editrici britanniche o statunitensi, dove spesso, a differenza di quanto forse si immagina, il fact-checking è piuttosto approssimativo.

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Tutto questo però a mio parere al traduttore non dovrebbe competere. L’idea di produrre un testo italiano “più bello” dell’originale, per quanto lusinghiera possa sembrare, alle mie orecchie stride parecchio. Io sogno di produrre un testo fedele all’originale, è questa la mia arcaica ambizione, ma il problema è che mi sento sempre più sfuggire fra le mani il concetto stesso di originale. Ho il forte sospetto, ad esempio, che, fra le edizioni inglese, indiana e americana di River of Smoke, potrebbero finire per esserci alcune differenze. A quale di queste edizioni la traduzione di Anna Nadotti e mia sarà, eventualmente, “fedele”?

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Ci sono poi, a ogni pagina, scelte difficili da prendere in modo coerente. L’inglese di Amitav Ghosh è, soprattutto in questi suoi ultimi libri, arricchito, trasfigurato, sovvertito da parole della provenienza più svariata: bengali, hindi, gujarati, cantonese, pidgin, creolo, lascaro… Cosa fare di fronte a ognuna di queste parole? È un problema non da poco. Distinguere fra termini “veramente” inglesi a cui va cercato un equivalente in italiano e termini da lasciare invece così come sono nell’originale significa compiere un’operazione fondamentalmente razzista, decidere arbitrariamente, in base al “colore della pelle” di ogni parola, a quale concedere il permesso di soggiorno nella lingua inglese e a quale no.

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Però scegliere di cercare un equivalente italiano a tutte le parole del testo originale significa tenere il lettore completamente all’oscuro del particolare sapore della lingua di Ghosh, nonché nullificare la memoria del colonialismo britannico e la testimonianza della circolazione globale delle lingue che la scrittura di Ghosh incarna in modo così compiuto e profondo.

Prendiamo ad esempio questa frase: «I could spend the whole day sitting beside the window, for it looks out on the Maidan, and it is like watching a mela that never ends, a tamasha to outdo all others in chuckmuckery». Una cosa è renderla così: «Sarei capace di trascorrere tutto il giorno affacciato alla finestra, perché dà sulla piazza, ed è come guardare una fiera ininterrotta, uno spettacolo che va oltre ogni immaginazione», decidendo che tutte le parole della frase sono inglesi e sono traducibili, e pazienza se il lettore italiano non viene a sapere che Robin infarcisce il suo linguaggio di parole derivate dalla sua vita a Calcutta. Altra cosa è renderla così: «Sarei capace di trascorrere tutto il giorno affacciato alla finestra, perché dà sul maidan, ed è come guardare una mela ininterrotta, un tamasha di un chuckmuckery senza paragoni», decidendo che maidan, mela, tamasha e chuckmuckery sono parole con un portato diverso da window o watching.

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Per il momento la nostra scelta è stata questa: «Sarei capace di trascorrere tutto il giorno affacciato alla finestra, perché dà sul maidan, ed è come guardare una fiera ininterrotta, un tamasha che va oltre ogni immaginazione». Una scelta intrinsecamente contraddittoria? Mi consolo ricordando che, come diceva Simone Weil, «la contraddizione è il vertice della piramide».

falso amico, di norman gobetti, 3

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Sul Blog http://federiconovaro.wordpress.com/2011/06/15/norman-gobetti-falso-amico-4%C2%B0-puntata/

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