Non starò a raccontarvi delle storie

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MAXXI / Roma / 30 maggio 2010

Sono stato a Roma qualche giorno, la settimana scorsa. Ho visto molte cose belle (difficile non vederne, a Roma) e sto cercando di imparare ad usare una nuova macchina fotografica (non ho ancora letto le istruzioni). Girando e macinando passi su passi ho capito che, se mi piacciono tanto le città del Nord ferite dai bombardamenti, e le cicatrici d’architettura del secondo Novecento che ne sono conseguite, è per una mia, quasi caratteriale, repulsione al pittoresco (con affondi d’amore, com’è d’ogni repulsione); questa è anche forse la ragione per la quale mi sono trovato così bene a Torino in questi molti anni, il pittoresco sembra non esserci mai.

Così questa volta volevo vedere un po’ di architettura anni ’50, ’60, massimo ’70, che spesso ha a che fare con l’eleganza, e raramente col pittoresco. Ho pensato che sarei dovuto andare al Villaggio Olimpico, del quale sapevo più niente che qualcosa. A girare ero solo, come non mi capitava da tanto tempo, e mi sono permesso il lusso di guardare vagamente una carta, il punto dov’era la casa che mi ospitava, la direzione verso il Villaggio, e andare. Sono arrivato al Villaggio Olimpico il terzo giorno, e lungo il peregrinare ho visto delle case che ho poi riconosciuto nella guida che mi sono comprato prima di partire. C’era poi una luce bellissima, pessima per le mie abilità di fotografo, ma che rendeva tutto bello, ha anche piovuto un giorno, sabato direi, a scurire e luccicare.

Tornando verso casa, lungo la via Flaminia un grande ingombramento di Polizia mi ha attirato e dai vestiti delle persone che lì convergevano ho capito che ero vicino al Maxxi.

Non sono entrato e neanche ho provato in verità, ma gli ho girato tutt’intorno e mi ha molto impressionato. Dentro magari è bellissimo e come museo fantastico lo vedrò la prossima volta, certo, a me è parso un’oggetto ostile. Girandogli tutt’intorno, dall’entrata in senso orario, prima lo si vede spuntare un pochino oltre una costruzione preesistente e che ora fa parte del museo, poi un lungo muro di una caserma, che prosegue per l’intero altro lato (garitte, fil di ferro), poi ci si allontana, e poi lo si ritrova, oltre dei posteggi, i binari del tram, e una nuova doppia siepe di pioppi cipressini che crescendo occulteranno quella specie di grande abbaino (spoecchiante) che si sporge aggettando sul circonstante; l’ultimo lato sono alte case. I muri del Maxxi che si vedono sono privi di finestre, un’architettura impenetrabile, introflessa, conchiusa, antipatica, che più che voltare le spalle al quartiere se ne fotte, anche se in pianta sembra riprendere delle linee delle strade o assi circostanti. Bene si sposa con la caserma che lo affianca.

Evviva! Finalmente un museo di arte contemporanea, che Rivoli cominciava ad essere un po’ solitario ormai, ma che tristezza che si sia riuscito a farlo solo così, come gli anni ’80 (le architetture come oggetti) non fossero finiti mai.

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