Non starò a raccontarvi delle storie

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madri col femore rotto. 2) produzione di badanti

Quando ero piccolo, era ancora viva la madre di mia madre. Ogni anno, passava del tempo a casa dei miei. Dalla stanza dove stava durante il giorno poteva vedere gli spostamenti di ogni abitante della casa; mio fratello ed io avevamo imparato a fare lunghi percorsi per evitarne lo sguardo, ma lo scricchiolio del parquet spesso ci tradiva (naturalmente la nonna era sorda, eccetto che agli scrichiolii del parquet).
Mi chiedeva di accompagnarla in giardino: allora abbandonava la canna di legno e collocava a tenaglia il pollice e l’indice della mano destra alla base del mio collo, poi partivamo; silenziosa mi comandava con la pressione delle due dita, destra, sinistra, alt se premeva con entrambe. Usava l’espressione “bastone della mia vecchiaia”. Mia madre non si permette di usare questa espressione, ma certo vedere una buona parte dei suoi figli occuparsi di lei deve darle alcune divertite conferme sulla giustezza dell’educazione che ci ha impartito.

Per quanto un po’ se ne vergognino, le persone con cui parlo dotate di figli guardano con sollievo al loro futuro di persone bisognose di cure, pensando che non saranno sole, comparandosi a chi non ne ha. L’idea che un urlo di troppo di oggi si possa tradurre in un’ora di solitudine nell’ospedale di domani fa scivolare nella voce una lieve incertezza.

Vivendo in un paese incivile e che basa la sua organizzazione sociale su pratiche e leggi discriminatorie, il mio fidanzato ed io non abbiamo figli, anche se li vorremmo, anche se sotto ogni profilo saremmo una coppia che agevolmente passerebbe l’esame di qualsiasi commissione per l’adozione dotata di un po’ di buonsenso.

Lo Stato supplisce alla mancanza di figli che possano organizzare una degenza in casa con strutture di cura e ricovero, e con assistenza domiciliare, ma è certo che oltre un certo grado di mancanza di autonomia la cura e la convalescenza si tramutano in patologia e l’ospedale stesso è una macchina che produce malattia e mina l’indipendenza di chi vi soggiorna; i familiari sono spesso la migliore e più efficace difesa contro un’organizzazione che di fatto nega ed elimina i soggetti soli. Genitori e figli si alternano in questo ruolo di presidio e cura, secondo un’alternanza che reca in sé una parvenza di giustizia distributiva.

Nel nostro caso lo Stato ci permette di restituire le cure che abbiamo ricevuto e ci nega di riceverle differite nel tempo, spezzando la continuità generazionale. Le proteste per l’accesso alle cura almeno orizzontale (fra partner) non escono da una dimensione temporale ristretta attorno al nucleo affettivo. È divertente constatare che una delle prime obiezioni che vengono mosse al desiderio di avere figli da parte delle coppie o di singole persone omosessuali sia che la motivazone principe è l’egoismo. Nei fatti è impossibile immaginare che ve ne sia un’altra -che non sia religiosa, naturalmente, o razzista, o nazionalista.

Ancora una volta, avvicinandosi alle articolazioni della famiglia si vede la ferocia con la quale le famiglie eteronormate siano predatrici e violente. Quando noi diamo del nostro tempo sappiamo che questo non ci verrà restituito; il sollievo di chi ha potuto accedere alla produzione di badanti è sfacciato di fronte al nostro panico di fronte alle malattie che ci coglieranno in vecchiaia.

per www.federiconovarosomeday.wordpress.com

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