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Madri col femore rotto. 1) strategie di cura

Mia madre il 20 marzo si è rotta il femore. È stata portata al pronto soccorso dell’Ospedale Mauriziano qui a Torino, dove il giovedì è stata poi operata. Tutto bene, compatibilmente col fatto che è nata nel 1922, e l’età rende tutto più complicato. Ora è a casa, ma 7 gradini la separano dal marciapiede, dunque per ora non può uscire, ma la sua casa è grande, e col deambulatore passeggia qua e là. Naturalmente sono insorte mille complicazioni, che giorno per giorno proviamo a risolvere. Una di queste è che mentre prima dell’operazione nostra madre guardava molta televisione, ora non la vuole guardare più. Di leggere, lei che ha letto migliaia di libri, non c’ha ancora voglia, quindi dopo cena, verso le otto e mezza, non sa più che fare e chiede che l’aiutino ad andare a letto e alle nove spegne la luce. Questo naturalmente porta con sè notti insonni. Allora verso le nove e mezza andiamo, a turno, a trovarla e chiacchieriamo sino alle undici e mezza, cercando anche argomenti che la rassicurino sulla sua vicina guarigione e la aiutino ad uscire dalla sua condizione di malata, e che la distolgano dall’idea che l’età stia mangiandosi la sua lucidità di memoria e presenza a sè stessa.

Ieri sera s’è parlato di pillole e del modo di inghiottirle. La signora che sta con lei il pomeriggio e la sera le ha portato una pastiglia gigante e un gran bicchier d’acqua, e mia madre ha mandato giù la pastiglia con un micro sorso: -ho inghiottito con un volume d’acqua minore del volume della pastiglia, diceva soddisfatta.

Allora io le ho raccontato questo:

-io da anni prendo una pastiglia per dormire, anzi mezza, di norma. Ma ogni volta che devo ingoiare una pastiglia c’ho l’ansia che questa mi si blocchi in gola; quando succede -per esempio col paracetamolo che sono pastiglie giganti, mi viene subito da vomitare, e mi ritrovo bambino molto piccolo -meno di dodici anni perché poi cambiammo casa, nel bagno di mia sorella, inginocchiato vicino al water per precauzione, che cercavo di ingoiare una pastiglia -giallina, che avrebbe dovuto impedirmi di vomitare poi in macchina -vomitavo sempre nei viaggi, l’odore della pelle delle macchine lussuose ha ancora un effetto disgustoso sul mio stomaco, la pastiglia era piccolissima, ma la sola idea del contatto fra lei e l’interno della mia bocca mi provocava dei conati: allora l’avevo avvolta in una pallina di mollica di pane, che naturalmente si appiccicava al palato, si rompeva e io vomitavo. Questo bel precedente fa sì che io sia molto cauto nell’assunzione di pastiglie, e usi molta molta acqua. Fino a un po’ di tempo fa la prendevo in bagno mentre mi lavavo, attaccandomi al rubinetto; poi il dottore ha detto: -no, la prenda quando è a letto, l’ultima cosa che fa prima di spegnere la luce. Quindi devo portarmi un bicchiere a letto, quindi devo decidere quanta acqua metterci. Se ne metto troppa poca può verificarsi che la pastiglia non scenda e io debba correre in bagno contraendo il palato in posizione difensiva ed attaccarmi al rubinetto, cosa che vanifica tutto l’effetto soporifero dei libri o dei giornali e che mi renderà difficile l’addormentarmi. Ma se ne metto troppa di sicuro mi sveglierò nella notte e dovrò andare a fare pipì, cosa che odio, perché poi non mi riaddormento. Potrei riempire molto il bicchiere e bere il necessario e lasciare il bicchiere sul comodino con l’acqua avanzata, ma subito penso che nella notte l’urterò e farò cadere l’acqua, mi sveglierò e dovrò alzarmi a pulire. Quindi la decisione di quanta acqua mettere nel bicchiere è molto delicata, frutto di continui aggiustamenti e prove. Il brutto -dicevo sempre a mia madre, è quando cambiando casa si cambia bicchiere: come fare a capire, in un bicchiere nuovo, quale sia la quantità giusta di acqua?

Finito il mio racconto mia madre si è sentita molto sana.

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