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Luigi Ghirri a Rivoli, e dieci anni di fidanzamento

Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, Quodlibet 2010

Dieci anni fa, in seguito ad un bacio scambiato durante una mostra di Shirin Neshat al Castello di Rivoli, il mio attuale fidanzato ed io ci fidanzammo.
Sabato 3 marzo siamo tornati a Rivoli -c’eravamo già tornati molte altre volte, ma questa volte era un po’ diverso, naturalmente.

Non so quindi s’è per questo, ma la mostra che è attualmente allestita nella Manica lunga ci è parsa bellissima.

Purtroppo “LUIGI GHIRRI – Project Prints, Un’avventura del pensiero e dello sguardo, a cura di Elena Re”, aperta il 4 febbraio, chiuderà l’11 marzo.
Un vero peccato. È una mostra preziosa per chiarezza, pulizia d’allestimento, dimensioni.

Se non conoscete l’opera di Ghirri, scrivete “Luigi Ghirri” su google, sezione ‘immagini’ e per una volta il vostro schermo si aprirà alla bellezza. Molte immagini vi sembrerà di averle già viste, questo accade perché molte sue immagini sono famose e hanno molto girato, ma anche perché Ghirri ebbe la capacità, con la sua ‘pacatezza’, tratto del suo sguardo più volte citato in mostra, di soprattutto raccontarci, più che le cose, il modo in cui le vediamo. Questo permette alle sue immagini di avere sul tempo un’azione centripeta, e a regalare a chi guarda attraverso il suo sguardo un momento sospeso.

Quando cominciai a sentir parlare di Luigi Ghirri e a conoscere le sue immagini avevo vent’anni. Ricordo le copertine dei libri di Celati da Feltrinelli, e poi il libro che fecero insieme, e che ho ancora, Il profilo delle nuvole.

La sezione più straordinaria della mostra è la prima. La mostra è allestita nella Manica Lunga del Castello di Rivoli (vagamente potete capire com’è dal sito del Museo, ufficialmente uno dei siti di Museo d’arte contemporanea più ridicoli al mondo, dove ci sono delle foto; ma meglio qui su archinfo.it), che è come una lunghissima stanza, dal soffitto altissimo, tutta bianca (è lunga 140 metri). Dopo una prima parte interessante con pure delle cose belle ma insomma un po’ qualunque, una parete temporanea perpendicolare alla lunghezza della manica segna l’inizio della mostra. Sul retro della parete una quindicina di piccolissime fotografie, sono stampe a contatto, poco più grandi di diapositive.
L’interesse e l’incanto di queste stampe stanno nelle linee che le attraversano. Sono foto che si possono definire ‘di lavoro’, provini. Apparentemente c’è già l’opera: c’è l’inquadratura, il soggetto, la luce è già quella. Ma le linee che Ghirri vi appone, con un breve tratto di penna, delimitando il campo -ne taglia delle fette, ai fianchi, sopra, sotto, definiscono le relazioni spaziali, l’equilibrio, sono il mezzo con cui Ghirri sospenderà il tempo.

La fotografia di Ghirri -ma la fotografia la è mai?- non è testimoniale.
La cosa ritratta esiste al di là del fatto che l’inquadratura sia tagliata un po’ più a destra o un po’ più a sinistra; ciò che la fotografia di Ghirri rivela, con la sua capacità miracolosa e felice di delimitare lo spazio, è che noi che guardiamo stiamo su quei bordi, in quell’incerto percorrere lo spazio con gli occhi all’interno di un campo, che delimitato da Ghirri trova compimento e pace, e permette al nostro sguardo di vedere davvero.

C’è solo più una settimana -ma quale misteriosa ragione condurrà un Museo a fare una mostra -straordinaria come questa, importante, intelligente- che duri solo un mese, e a farne pubblicità come avessero esposto uno sputacchio? (Chissà, forse non è stata una buona idea nominare come direttore quel Minoli della tv, al posto di una persona competente, del ramo, con esperienza e conoscenza, chissà)- solo più un week-end.

Ma se potete: andate.
Anche se non non vi siete fidanzati a Rivoli dieci anni fa.

(nella foto in cima: Lezioni di fotografia, edito da Quodlibet nel 2010: (dal sito di Quodlibet: “Durante il 1989 e il 1990 Ghirri ha tenuto una serie di lezioni sulla fotografia all’Università del Progetto di Reggio Emilia, lezioni che sono state trascritte, e in questo libro per la prima volta pubblicate; ognuna corredata dalle fotografie e dalle immagini che mostrava agli studenti e di cui parlava”.)

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