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FUORISEDE, di Mariolina Bertini. 5: LA VERITÀ DEL SERPENTE, di Gianni Farinetti

La verità del serpente, di Gianni Farinetti

Fuorisede, di Mariolina Bertini

5: Vade retro editor! sta’ lontano dalla stanza dello zio Alvise!

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

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Le lettrici di gialli di una certa età (o, come direbbe crudelmente Balzac, “di un’età certa”) hanno in genere esigenze e predilezioni molto precise. 

Amano il giallo classico, alla Agatha Christie, anche se sono ormai rassegnate a trovarci dentro più autopsie che maggiordomi. Adorano che affiori, tra un ammazzamento e l’altro, un sub-plot sentimentale, tipo quelli che coinvolgono il seducente Adamsberg di Fred Vargas e la sua fidanzata storica Camille. Vogliono un’ambientazione ben riconoscibile (la Londra di Elisabeth George o la Barcellona de L’ombra del vento);  fosse per loro, difficilmente Il Suggeritore di Donato Carrisi, che manco si capisce dove accidenti si svolga, sarebbe diventato un best seller megagalattico.

Last but no least, apprezzano che l’abbigliamento dei personaggi non sia lasciato troppo nel vago; non va perso, per loro, il valore indiziario della morbidissima borsa di pelle blu, leggermente consumata, che Fruttero e Lucentini attribuiscono a una signora bene, né quello degli informi maglioni artigianali multicolori  indossati, in pieni anni Ottanta, dalle ormai mature sessantottine di Ruth Rendell.  

Difficilmente questa tipologia di lettrice  -alla quale appartengo– troverà un romanzo che vada incontro alle sue aspettative meglio dell’ultimo giallo di Gianni Farinetti.

Il dèmone della precisione ne ispira ogni pagina con implacabile continuità. Sullo sfondo di una Venezia iperrealista colta da mille angolature avanzano, dirette al Festival, le signore nell’abbigliamento estivo d’ordinanza: camicione di lino o di cotone, borsa capacissima, collana d’ambra, orecchini tuareg, pashmina.  Spicca, al polso di quella che sarà una delle protagoniste, un Baume et Mercier dal cinturino di coccodrillo un po’ logoro; uno dei tanti oggetti-spia che popoleranno la storia e ci accompagneranno verso la sua magistrale conclusione, logica e imprevedibile, rigorosa, elegante.

Perfetto per verosimiglianza lo sfondo principale –una casa patrizia che si sta trasformando, in questi tempi di crisi, in bed and breakfast di lusso; colto con molto orecchio il “parlato” dei personaggi di varia provenienza, dalla rudezza della cuoca piemontese ai luoghi comuni dell’aspirante velina e a quelli -diversamente datati– della ricca signora torinese prevaricatrice e un po’ cafona.


Perché, di fronte a tanta perfezione, a un certo punto mi è balenato davanti un fantasma? Non un fantasma alla Henry James, intendiamoci, di quelli che sarebbero proprio al loro posto in questa Venezia di cortili misteriosi, muri scrostati e giardini bui, ma un fantasma, diciamo, editoriale. 

Ecco, il fantasma  che ho provato la tentazione di evocare è  il fantasma di quel famoso editor di cui si dice che, sforbiciando spietatamente i primi racconti di Carver, ne creò in qualche modo lo stile d’incomparabile asciuttezza. Avrei voluto vederlo irrompere, quel fantasma, nelle pagine perfette di Farinetti, armato di gigantesche forbici come il Sarto di Pierino Porcospino, e vedergli sacrificare  -per il bene del romanzo nel suo complesso –qualche digressione superflua: per esempio gli interludi erotici alla Von Gloeden tra le tamerici del Lido o qualche conversazione storico-architettonica un po’ pedante. 

Poi però mi sono detta: e se il fantasma col forbicione si permettesse di toccare la camera dello zio Alvise? Perché certo, da un punto di vista strettamente funzionale, la camera dello zio Alvise è di troppo. È la cadenza introdotta dal virtuoso nel concerto per mostrare la sua sconfinata bravura; è la “piccola ala di muro giallo” che Proust amava più di tutto nella vasta e celeberrima Veduta di Delft di Vermeer.

“Lo zio Alvise, notorio omosessuale (un altro!), invecchiando, dopo una vita come dire parecchio dissipata, intorno ai settanta aveva avuto la sua brava crisi mistica. Così, tardivamente, dopo un’ultima sbandata per un ritroso seminarista, aveva tappezzato la sua stanza di crocifissi, vie crucis di gusto alterno, quadroni- per lo più croste- di santi esclusivamente maschi (tra i quali la rituale riproduzione sfumata di San Domenico Savio), ex voto rubacchiati in diversi santuari (culattone e cleptomane). Davanti al lettuccio, casto, stretto, e anche un po’ corto, aveva appeso un immane San Sebastiano trafitto ovunque, ma proprio ovunque. A celare un minimo le procacissime forme del santo -scuola del Tiziano, dubbia e comunque tarda– aveva sistemato un rosario peruviano sgraffignato a un console un po’ così anche lui, composto di grani di semi esotici ognuno grosso come una susina. Pare, ma è solo un si dice in famiglia, che ogni sera baciasse a lungo il rosario sbirciando malandrino cosa c’era sotto.”

Vade retro editor, mi son detta di fronte al rischio di veder scomparire quest’interno gozzaniano ripensato da Arbasino o da Mel Brooks: la camera dello zio Alvise non si tocca. Prendiamola così com’è, questa Verità del serpente, con le sue sovrabbondanze un po’ barocche, e godiamocela fino all’ultima  pagina. Senza pretendere, come si dice in piemontese, di “mustrare i gati a rampié” (di insegnare ai gatti come arrampicarsi), vale a dire di suggerire a uno dei migliori giallisti italiani come dosare gli ingredienti delle sue  ricette d’alta classe.

Fuorisede, di Mariolina Bertini

5: Vade retro editor! (sta’ lontano dalla stanza dello zio Alvise!)

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

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Gianni Farinetti / La verità del serpente / 304 p. ; 18 € / Marsilio -Romanzi e Racconti, Venezia 2011

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