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FRIZZIFRIZZI | Love song

Love song parade, 6

LOVE SONG | Federico Novaro

Fra le tante cose che non mi erano mai capitate -per esempio andare al Festival di Sanremo col fidanzato, per esempio pubblicare un libro, per esempio parlarne al Tg5- il 27 ottobre me n’è capitata una che neanche sapevo esistesse: un’intervista-live su fb!

Me l’ha proposta Simone Sbarbati di Frizzifirzzi; Love song gli è molto piaciuto, lo dice in tutti i modi facendomi settare sulla modalità rosso ravanello perenne, e così l’intervista è un affondo nel cuore del libro che racconta molto meglio di come io mai avrei saputo fare da solo cosa sia e cosa vorrebbe essere Love song.

L’intervista è durata due ore, tutta scritta e io concentratissimo che poi tutto il pomeriggio capivo niente.

Due giorni dopo Sbarbati l’ha riproposta integralmente sul sito, corredata da una miriade di citazioni, qui trascrivo alcune delle domande e risposte.

Insomma: caspiterina!

Love Song: storia di un matrimonio (che in Italia non si può fare)

intervista all’autore, Federico Novaro

“[…]

Federico Novaro è nato nel ’65 e vive a Torino.
Federico Novaro è un animatore culturale come ce ne sono pochi — come dimostra il suo sito Federiconovaro.eu, dove si parla di editoria, grafica, critica letteraria.
A Federico Novaro piacciono i maschi.

Federico Novaro non avrebbe mai pensato di sposarsi («Il matrimonio è il male», pensava fino a qualche tempo fa) però un giorno ha chiesto a Stefano, suo compagno da più di 10 anni, di sposarlo.
Federico e Stefano allora hanno fatto un video, uscito sui giornali di tutta Italia e non solo.
E Federico e Stefano sono stati poi chiamati da Fabio Fazio, che li ha voluti a Sanremo per aprire con “i fidanzati gay” l’edizione 2013.

Ora Federico ha scritto un libro, Love Song, edito da Isbn Edizioni.
Qualche giorno fa me ne ha mandata una copia e dopo averlo letto ed essermi commosso, incazzato, divertito, e aver invidiato la sua capacità di rendere semplici anche le cose più complesse, ho deciso di intervistarlo, affidando alla rapidità e al “tempo reale” di Facebook la discussione attorno al libro, che si è tenuta due giorni fa sulla nostra pagina facebook e che riporto qua.

[…]

A proposito di parole.
Scrivi: «le parole non sono mai innocenti». Le parole sono importanti. Su questo concetto punti molto. E ripeti più volte di come non ci si renda davvero conto di quel che si dice né si ascolti davvero quel che dicono gli altri.
Mi pare che questo sia uno dei problemi — un gigantesco problema — della discussione attuale attorno al tema del matrimonio egualitario.

Sì, è vero, che ci tengo molto. In Italia esiste molto chiasso “intorno” all’omosessualità, ma di fatto le persone omosessuali non hanno voce, non sono rappresentate, non esistono se non come eccezioni. Siamo tutti abitati da un linguaggio che ci agisce e per forza di cose — culturalmente — è un linguaggio omofobo. Io credo che si debba ripartire dalle parole, capire perché le usiamo, da dove vengano e credo che così scopriremmo noi tutti di dire, in realtà, cose che non pensiamo.

[…]

Visto che parli della struttura “a tornanti” del libro, una struttura fatta di brevi capitoli, i cui titoli spesso si ripetono, con cambi di scena e di registro, salti temporali — c’è la storia d’amore, la storia famigliare, c’è l’eccezionalità dell’evento Sanremo, c’è la lucida riflessione storica e quella sociale e di diritto… Sembra un flusso di pensieri ma organizzato con una razionalità estrema. Come mai questa scelta?

Mi sono posto una domanda all’inizio: a chi voglio parlare? A chi già crede di sapere o a chi ha voglia di condividere dei dubbi? Ho deciso che volevo parlare — e dare voce, la mia, ma che fosse una voce in cui fosse possibile riconoscersi — a chi è allontanato dal discorso pubblico sull’omosessualità, per mille ragioni.
E volevo ingaggiare una lotta con chi mi avrebbe letto: mi riconosco, non mi riconosco, sono io, sei tu, noi, voi, è la mia vita, è la tua, no! si!
Per fare questo ho provato a mettere costantemente in scena qualcosa che si spezzasse sempre ogni qualvolta l’attenzione — l’abitudine ai propri pensieri — potesse scemare.

[…]

Una delle (tantissime) frasi che mi sono appuntato è una definizione di libertà: «la libertà viene sempre vista da chi la odia come un atto riprovevole».
Ma — come poi pure scrivi — che c’entra la libertà con il matrimonio?

Cosa c’entri la libertà col matrimonio è un po’ uno dei fili del libro. È un po’ una falsa figura. Sai, quelle frasi tipo la tomba dell’amore…
Quindi molti dicono, ma perché diavolo volete sposarvi, VOI gay, perché rinunciare alla libertà che avete?
Nel libro provo a raccontare cosa nasconda un’obiezione del genere, ma quello che importa qui ora è: chi ha la libertà di sposarsi? Chi non ce l’ha? È tutto qui. Io non posso sposare la persona che amo, tu sì.

[…]

Una delle cose che mi ha più “illuminato”, nel libro, è quando parli della campagna sul matrimonio egualitario come di una campagna fondamentalmente conservatrice, visto che sostiene valori come famiglia, solidità, rispettabilità, decoro, ordine…
Quindi siamo di fronte a un paradosso grosso come una casa, laddove i conservatori cercano di sabotare e di sputare fango addosso a un’istanza che fondamentalmente si basa sui loro valori.

Sì è un paradosso divertente. anche un po’ agghiacciante. Facendosi un giro sui Tumblr, cercando gay couple o gay marriage t’assale un trionfo di immagini che già non se ne poteva più di vederle impersonate dagli etero, vederle ora in versione gay è mooolto interessante, e al contempo sinistro. La cecità è doppia, sia da parte conservatrice, che non sa vedere che le proprie istanze stanno trionfando, sia da parte progressista che, spesso non sapendo di cosa sta parlando, vi si adagia in modo acritico.
Detto questo è vero però che questo dilagare, che a miei occhi è illuminante vedere nei termini di una occupazione, è dirompente e ironicamente rivoluzionario. A chiosa di questo invito anche a cercare, sempre sui Tumblr, Disney Gay. Oltre a moltissimo porno, molto divertente, si ha l’idea di cosa voglia dire occupare un immaginario che si credeva altrui.

[…]

In uno dei passaggi secondo me più commoventi, riferendoti al rapporto con genitori cattivi che rifiutano un figlio che non corrisponde al loro sogno, dici che non si è obbligati a perdonare, a essere generosi con chi ti ha fatto del male.
«Non si deve essere bravi figli di cattivi genitori», scrivi. «Ci si può anche allontanare».
E concludi con (e qua mi sono commosso): «È che bisogna essere felici, sempre, pervicacemente».
Ché poi vale pure per le mille varianti di “figlio lontano dal figlio dei sogni” che possono verificarsi anche se sei eterosessuale. Anche qua sta l’universalità del messaggio del libro.

Credo che dovrebbe essere un dovere di noi tutti cercare di essere felici nella massima misura possibile. E, sì, credo che una delle cose più terribili di quando un genitore non ci riconosce nella nostra identità, ma invece solo come difetto rispetto ai loro desideri — che è già una delle cose più tremende che ci possa capitare — una delle cose più terribili, dicevo, è sottomettersi al ricatto che vuole che si debba non solo non chiedere un risarcimento per il dolore che ci è stato fatto subire, ma anche perdonare e comprendere.
Una delle facce più tremende della connessione fra l’esaltazione del coming-out e i tratti conservatori della campagna pro-matimonio egualitario è una glorificazione aprioristica della famiglia, dimenticandosi in un instante un secolo di letteratura che ci ha raccontato come le famiglie possano essere formidabili fabbriche del dolore.
Non abbiamo alcun obbligo verso chi ci fa del male, questo credo dobbiamo sempre ricordarcelo. […]”

Love Song: storia di un matrimonio (che in Italia non si può fare)

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