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Norman Gobetti / FALSO AMICO, 5: tradurre o non tradurre? Leggendo David Foster Wallace

Tradurre o non tradurre. È questo il problema

Norman Gobetti: Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro / 5

Sono trascorsi venticinque anni dal suo primo romanzo, quindici dal suo successo planetario, tre dal suo famigerato suicidio e finalmente anch’io ho scoperto David Foster Wallace, e ho capito perché i lettori lo venerano, gli scrittori lo imitano e i critici lo citano, semplicemente perché è molto, molto bravo. Finalmente ci sono arrivato anch’io.

Ora ho fatto voto di leggere tutto quello che ha scritto, e a quanto mi dicono questo fervore parareligioso non è insolito fra i suoi lettori. E, naturalmente, mentre lo leggo con fervore parareligioso, penso a come dev’essere stato tradurlo.

Di certo la riverenziale soggezione che io provo leggendolo la deve aver provata anche chi lo ha tradotto. Il traduttore, presumo, non si sarà azzardato a cambiare una virgola in più dello stretto necessario, dicendosi a ogni pie’ sospinto che, se LUI aveva costruito quella frase così arzigogolata, aveva coniato quel neologismo, aveva deciso di usare quella parola strana, non aveva temuto di stremare il lettore con parentesi dentro parentesi dentro parentesi, ci sarà stata una ragione, un’ottima ragione, e le sue scelte avrebbero dovuto essere rispettate anche in traduzione.

     Non sempre noi traduttori ragioniamo così; spesso pensiamo che un certo giro di frase sia troppo pesante, che un certo termine sia troppo ostico, che una certa ripetizione sia superflua, e così ci intromettiamo, semplifichiamo, snelliamo, tagliamo, variamo. Quando invece non ci sentiamo autorizzati a farlo è perché evidentemente proviamo la sensazione che nel testo che abbiamo di fronte tutto sia esattamente come dovrebbe essere, e che di conseguenza il miglior servizio da rendere al lettore sia consegnargli un testo italiano il più possibile somigliante, anche nei dettagli, a quello originale. Io ad esempio questa sensazione la provo quando traduco Philip Roth.

     Adesso sono alle prese con un suo vecchio romanzo, When She Was Good, del 1967, uno dei suoi libri meno noti e considerati meno riusciti, eppure questa sensazione la provo lo stesso e, per un traduttore, è una bellissima sensazione. Anche perché, quando lavoro su un libro scritto veramente bene, è come se il testo originale in qualche modo mi trascinasse con sé, e così, una volta che ne ho afferrato il ritmo e la melodia, mi basta restare nella sua scia e non perdere il ritmo. Finché non mi capita qualcosa che mi blocca, un problema apparentemente irrisolvibile, o anche solo una scelta ardua.

     In questo caso la scelta ardua che ogni tanto mi blocca è se tradurre o meno determinate cose. Prendiamo, ad esempio, i nomignoli della protagonista Lucy. Il padre la chiama Goosie, lo zio Cutie-Pie, il marito Angel (ma solo prima del matrimonio). Il significato di questi termini mi sembra piuttosto chiaro: Goosie è un diminutivo di goose, cioè «oca», con connotazioni in parte affettuose e in parte denigratorie (come «ochetta» in italiano, forse in realtà più denigratorio che affettuoso); Cutie-Pie viene da cute, che vuol dire «carina», e pie, che vuol dire «torta», e di solito viene tradotto con «bambola» o «pupa»; Angel infine è così trasparente da non aver bisogno di spiegazioni.

     Andando a vedere come si sono regolati altri traduttori, vedo che spesso i nomignoli come questi, che sono una via di mezzo fra soprannomi e semplici appellativi, vengono tradotti: in La vedova incinta di Martin Amis, Maurizia Balmelli traduce il soprannome di Rita, the Dog, con «il Cane»; similmente, tornando a Philip Roth, in Il lamento di Portnoy Roberto C. Sonaglia traduce il soprannome di Mary Jane Reed, the Monkey, con «la Scimmia».

     Anche in questo libro c’è una Monkey, Mary Littlefield, e se non altro per uniformità mi sembrerebbe opportuno tradurlo anch’io allo stesso modo. Però c’è un altro personaggio, Duane Nelson, che viene detto Whitey; dovrei tradurlo con «Bianchiccio»? E poi ci sono i diminutivi: Ginny per Virginia, Will per Willard, Ellie per Eleanor, Bev per Beverly, Ed o Eddie per Edward, e questi ovviamente sono intraducibili. Infine c’è qualche nomignolo un po’ meno trasparente, come quello dell’asso del football Joe Whetstone, detto, in onore del suo talento nel calciare le trasformazioni, The Toe, letteralmente «Il Dito del Piede», che per il momento ho deciso di tradurre con «Pie’», anche se non mi soddisfa molto.

     Un’altra categoria di parole che non so mai se tradurre oppure no sono i nomi di istituzioni, scuole, circoli, locali, bar, ristoranti e così via. Di solito se esistono davvero mi sembra meglio lasciarli in originale, ma quando, come in questo caso, sono quasi tutti inventati? La Liberty Center Consolidated High School potrebbe diventare la «scuola superiore unificata di Liberty Center», o magari l’«Istituto Superiore Unificato di Liberty Center» (con le maiuscole?). E il Dale’s Dairy Bar? «Il bar latteria di Dale»? Oppure il «Bar-Latteria Dale»? E l’Earl’s Dogout of Buddies? Il «Rifugio degli Amiconi di Earl»?

     Forse, come spesso capita, la soluzione migliore è non pretendere di essere del tutto coerente, e fare qualche compromesso. Potrei tradurre i nomi delle scuole (compresa la Britannia School of Photography and Design) e lasciare in originale i nomi dei locali (compresi la Stanley’s Tavern e l’Old Campus Coffee Shop); tradurre i nomignoli che tendono più verso l’appellativo (come Angel) e tenere in originale quelli che mi pare abbiano lo statuto di veri e propri soprannomi (non mi rassegno a dover tradurre Whitey). Comunque finisca per decidere, so già che non sarò del tutto soddisfatto. Ma il mio, si sa, è un mestiere in cui far giusto non si può.

     Del resto anche in un racconto di Wallace, La ragazza con i capelli strani, tradotto da Martina Testa, trovo Big e Cacio, Mister Wonderful e Cucciolo Rabbioso. Ed è una traduzione ottima, rispettosa ed efficace. Come, presumo, dev’essere quella di Infinite Jest, introdotta dal traduttore Edoardo Nesi con queste parole: «Nella traduzione di questo straordinario romanzo si è deciso di attenersi il più possibile alla lingua, allo spirito dell’opera e all’intento dell’Autore». Ecco, lo dicevo io…

Tradurre o non tradurre. È questo il problema

Norman Gobetti: Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro / 5

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

Le quattro puntate precedenti: 1) Divina geometria?; 2) A volte mi vengono dei dubbi; 3) In questo cerchio chiaro che mi isola; 4) Il vertice della piramide.

In coda alla prima puntata trovate la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti

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