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Do It! Scenarios of the Revolution / Pietro Grandi

Futureworld 

di Pietro Grandi

20. Do It! Scenarios of the Revolution

Jerry Rubin, Quentin Fiore, Jerome Agel, “Do It! Scenarios of the Revolution”, Simon & Schuster, 1970

Vi è in questo punto una rivoluzione da farsi, a condizione che l’uomo non si pensi rivoluzionario solamente sul piano sociale, ma che creda di dover ancora e soprattutto, esserlo sul piano fisico, psicologico, anatomico, funzionale, circolatorio, respiratorio, atomico ed elettrico.

(Antonin Artaud)

“La rivoluzione è ora. Noi creiamo la rivoluzione vivendola.” “Abbiamo unito gioventù, musica, sesso, droga e ribellione, col tradimento: e questa è una combinazione difficile da battere”.  Jerry Rubin, il volto folle degli Yippies, tra i fondatori dello Young International Party, è l’autore di queste parole racchiuse in un libro-manifesto contro il potere della American Way of Life, contro la guerra di ogni generazione, dal desiderio profondo di libertà, semplicità e verità. Introdotto da Eldridge Cleaver, ideologo delle Black Panthers, ed illustrato dal designer Quentin Fiore, il libro ci immerge nel cambiamento rivoluzionario della fine degli anni ’60 in un viaggio di formazione visivo e scritto, dove i giovani vengono incitati ad uscire di casa, a bruciare le scuole e a correre nudi per costruire dalle ceneri una società migliore. Rubin ci descrive la sua evoluzione personale e il suo coinvolgimento nel Berkley Speech Movement del 1964, nel Comitato Nazionale di Mobilitazione per porre fine alla guerra in Vietnam al Pentagono nel 1967 e alla Convention Democratica di Chicago nel 1968.

Come scrisse: “Gli yippies sono marxisti. Seguiamo la tradizione rivoluzionaria di Groucho, Chico, Harpo e Karl. Ciò che gli yippies appresero da Karl Marx, fu la barba, i capelli lunghi. Era un agitatore freak e hippie. Dobbiamo creare un mito spettacolare della rivoluzione. Karl ha scritto e cantato il suo album chiamato “Il Manifesto del Partito Comunista”. È una canzone che ha rovesciato i governi.” 

In “Do It!” vi è tutta la retorica della rivoluzione, descrivendo i mali del capitalismo con lo scopo di provocare indignazione verso chi lo sfogliava, attirando l’attenzione soprattutto grazie alle idee di collage fotografici e tipografici del designer Quentin Fiore, costruendone un vero e proprio strumento di comunicazione visiva, non solo un libro. Questa voglia di comunicare con le immagini si ispirava al nuovo mezzo di comunicazione, la televisione; come scrisse Rubin: “La TV è un mezzo non verbale. Il modo per capire la TV è quello di spegnere il suono. Nessuno ricorda le parole che si sentono; la mente è un film in technicolor di immagini, non di parole. Non fa alcuna differenza quello che dicono di noi. L’immagine è la storia. I media non riportano una notizia ma la creano. Un evento si verifica quando si va in televisione diventando mito.”

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[Intento di FN è stato, da subito, quello di costruire archivi; dei fondachi di materiali che trasportassero in rete quel che la rete fa sparire: la carta. C’è una separazione radicale e mal segnata fra il cartaceo e il virtuale. In rete se si cerca la carta non la si trova, si trovano le parole che la carta portava su di sè, ma niente che ci dica dove fossero quelle parole, che aspetto avesse l’oggetto che le conteneva. Chi volesse studiare ora editoria in rete trova ben poco, se non parole, che non bastano. Questa nuova serie, Futureworld, a cura di Pietro Grandi, interpreta al meglio quell’intento che FN insegue da sempre. (N.d.D.) ]

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