being on the new york magazine

Come una decina di persone sanno, il 14 febbraio a New York, il mio fidanzato ed io ci siamo sposati. Non mi diffonderò sulla cosa in omaggio alla mia notoria riservatezza. Un matrimonio è una cosa privata e se poi sei gay, già è giusto non ostentare la cosa, figuriamoci parlare in giro delle tue nozze. E così noi abbiamo fatto, discreti e educati.
Però qui volevo raccontare una cosa buffa che c’è capitata nei giorni seguenti le nozze. Andavamo mio marito ed io
in giro per la città e arrivammo sino a New Museum, che non avevamo mai visitato. Entrammo. Salimmo subito su all’ultimo piano, che ci piace vedere gli edifici scendendo, e che sapevamo esserci in cima una terrazza bella sulla città. All’ultimo piano una stanza bianca vuota, con la terrazza. Guardiamo fuori, nel freddo gelido vento di metà febbraio: ooooh che bellezza, la città, i grattacieli, le luci, i ponti. Tutto bello ma rientriamo dài, fa freddo. In effetti nella stanza non è che non ci fosse niente: c’era un rotolone di carta bianco appeso al soffitto contro una parete che poi veniva giù per un po’ sul pavimento; accanto degli arnesi da fotografo, un riflettore, un tavolino e un ragazzo carino che ci guardava e stava lì. Quelle cose che sempre un po’ come a una tavola super chic non sai quali posate usare noi non sapevamo bene cosa dovevamo pensare di guardare, se un’opera o cosa non si sa.
Passammo oltre.
Scesi che fummo di due piani, una ragazza mi si rivolge in quella lingua a me incomprensibile che parlano a Manhattan e credo negli Stati Uniti e direi anche in molte nazioni nel mondo per ragioni a me incomprensibili. Io dico, gentile come lei, sorry I dont speak englisch e lei abbassa gli occhi e dice ok, sorry, bye. Ma dietro di lei subentrò un signore molto elegante dagli argentei capelli che in quell’italiano-toscano che talvolta parlano gli americani amanti dell’Italia mi dice piacere sono Lucas Michael, vorrei fotografarla -lei, capii, era una giornalista, Alexis Swerdloff.
Erano giorni così strani per me e mio marito quelli! Venne fuori che quel fotografo era un fotografo che lavorava per il New York Magazine. Per il New York Magazine! Oooooh, dicemmo. E poi: volentieri.
Così risalimmo l’edificio in un bizzarro stato d’animo, come potesse non aver più fine la serie di cose incredibile che ci stavano accadendo.
Arrivati su, mi posero davanti a quel rotolo bianco e il signor Michael mi fece delle fotografie.
La cosa per me di infinita soddisfazione fu che non ero fotografato perché ho un blog o perché sono carino o perché, discretamente, avevamo da poco annunciato a pochi amici il nostro matrimonio, no, venivo fotografato per la mia salopette.
La mia salopette adorata!
Che dal 1986 ero preso in giro ad ogni inverno da tutti quanti.
E invece ciapa lì! Finisco sul New York Magazine in una rubrica di moda -ripeto: di moda! di stile! di chic!
(tiè)
Michael ha un sito molto bello e molto serio per il suo lavoro d’artista: Lucas Michael
E un blog molto figo e divertente per il suo lavoro sulla moda: Haunted by Fame
Non posso chiudere questo post senza ringraziare Christel Martinod, che mesi dopo, mentre eravamo a Roma, ospiti a casa di un amico -io dovevo moderare la presentazione di Progetto Grafico, con il direttore Riccardo Falcinelli e la direttrice Silvia Sligiotti-, permise che la cosa si compisse davvero. Poichè il NYM necessitava di un’intervista. L’intervista fu fatta via Skipe, ma chat e dall’I-Phone, perchè la connessione di quella casa aveva molti problemi. Christel quindi riceveva le domande, me le traduceva, io non sapevo cosa rispondere, parlavamo un attimo, traduceva quel che dicevo e subito arrivava un’altra domanda -talvolta Christel rispondeva per me senza tradurre, per fortuna le amiche sanno di te cose che neanche tu sai. La cosa andò avanti da mezzanotte sino a quasi le due, quando schiantammo, dormienti.
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