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Art in Cinema / Pietro Grandi

Futureworld 

di Pietro Grandi

15. Art in Cinema

The San Francisco Museum of Modern Art, “Art in Cinema”, catalogo a cura di Frank Stauffacher, 1947

Questi esperimenti estetici di fai-da-te d’avanguardia vennero presto incorporati nella pop art, nella pubblicità e nel design industriale. La società imparava a convivere con le prospettive mutevoli dello schermo e con le rappresentazioni pixellate dell’universo che erano state previste nelle equazioni dei fisici quantistici. 

(Timothy Leary)

Nell’ottobre del 1946, Frank Stauffacher, giovane regista appassionato di arte sperimentale, organizzò al San Francisco Museum of Modern Art una serie di appuntamenti dedicati a film sperimentali, d’avanguardia e d’animazione, chiamati “Art in Cinema” insieme a un gruppo di filmmaker indipendenti quali Harry Smith, Hy Hirsh e Jordan Belson.

Come ricorda Stauffacher: “La filosofia di questo evento era quella di mostrare il rapporto tra il film e le altre discipline artistiche – come la scultura, la pittura, la poesia – che stimolasse l’interesse del film come un mezzo artistico creativo in sé, e richiedendo un maggiore sforzo di partecipazione da parte del pubblico rispetto alle fantasie di Hollywood. Prima di correre il rischio che il pubblico si sieda passivamente in sala e veda film in maniera poco creativa, dovrà dare assistenza a quegli artisti contemporanei che, in America, lavorano fuori dai riflettori, senza canali di distribuzione per il loro lavoro”.

La missione di “Art in cinema” fu quella di educare il pubblico alla storia del cinema alternativo e, insieme, di fornire uno spazio dove gli artisti indipendenti americani potevano presentare i contributi più recenti alla tradizione del cinema come arte moderna, qualcosa di simile a una comunità di filmmaker indipendenti nella Bay Area di San Francisco, con un enorme seguito di pubblico e una crescente attenzione sul lavoro dei nuovi artisti visivi.

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[Intento di FN è stato, da subito, quello di costruire archivi; dei fondachi di materiali che trasportassero in rete quel che la rete fa sparire: la carta. C’è una separazione radicale e mal segnata fra il cartaceo e il virtuale. In rete se si cerca la carta non la si trova, si trovano le parole che la carta portava su di sè, ma niente che ci dica dove fossero quelle parole, che aspetto avesse l’oggetto che le conteneva. Chi volesse studiare ora editoria in rete trova ben poco, se non parole, che non bastano. Questa nuova serie, Futureworld, a cura di Pietro Grandi, interpreta al meglio quell’intento che FN insegue da sempre. (N.d.D.) ]

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