Non starò a raccontarvi delle storie

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4, la pentecoste

 

FN_Summer_love_2La prima pagina dell’album presenta cinque fotografie, dai bordi frastagliati come usava, e una cartolina, al centro; sono disposte in due file sovrapposte. La fotografia centrale è orizzontale -le altre verticali-, nello spazio lasciato sopra e sotto, scritte a inchiostro bianco sul cartoncino quasi nero, in bella scrittura, vergate con calma e attenzione, due didascalie; in alto, con due piccoli filetti orizzontali, che la indicano come titolo, il luogo e il momento: “La Rhénanie | Pentecôte 1951”. Un viaggio dunque.

Abitava a Bruxelles chi compose l’album? 350 km percorsi come? In treno? In auto? Le didascalie sono in francese, parlato, oltre al fiammingo, a Bruxelles. Un viaggio in Renania, col quale si apre l’album. Non doveva essere il primo; la sobrietà del titolo lascia immaginare un’abitudine, così come la perizia compositiva della pagina.

Cercammo con mio marito sotto la neve altri album

che potessero essere ricondotti agli stessi autori, ma niente. Dispersi forse altrove, già comprati, smarriti. Ma certamente questo che comprammo è un seguito, è la prosecuzione di una storia, non il suo inizio.

Chi fotografa per avere le fotografie dei ricordi fotografa i luoghi, o fotografa sé. Un nostro ipotetico album di foto ricordo sarebbe una lunga teoria di noi che ci baciamo; i luoghi intuibili nello spazio lasciato fra una spalla e il collo, dalla curva della testa –non ci fotografiamo l’un l’altro, o poco, ma insieme, con la distanza che permette la lunghezza del braccio più lungo –quello di mio marito.

Si dice che si fotografa per conservare un ricordo. Io credo che si fotografi per costruirlo. Per chi costruiamo i ricordi che mettiamo negli album? A chi parliamo?

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