Non starò a raccontarvi delle storie

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39, i vostri nomi

FN_Summer_love_2Il bruno e il biondo. Qui, per la prima volta, compaiono i loro nomi.

Ma io non li conosco. Dove sono il bruno e il biondo? Li ho perduti.

La pagina presenta undici stampe, sistemate in tre file orizzontali un po’ disordinate. Non c’è più uno schema compositivo riconoscibile, sembra che l’esigenza fosse solo di far stare tutte le fotografie nella pagina –le fotografie di tutti.

C’è un tentativo di racconto, ma l’ascendenza qui è forse il teatrino dei burattini più che le pale d’altare.

La prima fotografia inquadra il biondo –qui per me è ancora il biondo- ripreso dal basso e da un po’ distante; il biondo non guarda, per la prima volta, nell’obbiettivo; sorride, ma guarda altrove; vestito dei suoi pantaloncini chiari e i sandali con le spesse calze arrotolate con cura alle caviglie, la pancia tirata un po’ in dentro; guarda qualcuno, sembrerebbe dall’espressione, più in basso e sorride loro.

La didascalia, scritta dalla stessa mano di tutte le pagine precedenti salvo le prime due, quella del biondo, dice: “Présentation…” [Presentazione]

L’ultima fotografia della fila mediana, l’ottava, è di nuovo un ritratto del biondo: in piedi sul tronco d’un albero caduto, vestito come nella precedente ma con camicia chiara nei pantaloni; ripreso molto dal basso, ride guardando in macchina. La didascalia dice: “Que vois-je?..” [Cosa vedo?..]. La fotografia chiude la serie, la fila inferiore presentando tre fotografie scattate altrove, a Keukenhof.

Mi diverte che il biondo –che qui per la prima volta dice “je”, come il bruno sette pagina fa,- scriva “Cosa vedo?” e non “Chi vedo?”. Mi viene da pensare che si riferisca non al bruno che probabilmente lo sta fotografando –anche se lo stile un po’ sciatto di tutte le fotografie di questa pagina farebbero dubitare siano opera sua- ma alle persone ritratte nelle foto che i suoi due ritratti sorvegliano, come a introdurre e a chiosare la piéce dei burattini.

La seconda fotografia ritrae il bruno, è una fotografia triste, di nuovo non a fuoco; il bruno è in piedi, di tre quarti, le lunghe gambe nude e dei pantaloncini a vita alta che lo rendono bambino, così come la postura, le spalle abbassate a rendere il torso come incassato, la pancia leggermente prominente; in mano una specie di borsello che già aveva nella fotografia con la signora –sua madre?- a Zoutelande –forse la custodia della macchina fotografica? Fra lui e delle basse colline boschive sullo sfondo, sulla sinistra, un fienile o un deposito di legno, il tetto in lamiera e le pareti di assi verticale fissate ciascuna a una certa distanza così da farlo apparire come scarnificato, quasi uno scheletro. Il bruno non guarda in macchina, guarda alla nostra sinistra: è in posa, ma dubito sia il biondo questa volta a tenere la macchina, questo che vediamo in questa fotografia non è il bruno per il biondo, è André, come il biondo scrive nella didascalia.

La terza fotografia ritrae il biondo, pantaloncini e camicia chiara, una mano in tasca, s’un pendio di un bosco giovane, i piedi nascosti dalle radici di un grande albero, forse un faggio, in primo piano; è meno in posa del solito; la fotografia non è a fuoco e questa sciattezza mai prima riscontrata mi fa credere ancor più che queste fotografie non siano state scattate dal bruno –forse anche lo sguardo del biondo-. Forse c’era un’altra persona –una delle persone ritratte nelle altre foto- che fotografava, che poi ha dato loro le foto.

La didascalia dice: “Milo”.

Ecco: André e Milo. Il bruno e il biondo si dissolvono in un soffio.

Dove eravamo? –con gli altri.

Dimmi il mio nome. –Non lo sai?

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