38, Cosa sto facendo? #2
Siamo all’ottava pagina. Più m’addentro nell’album del bruno e del biondo e meno mi sembra di essere in grado di leggerlo.
Avrei forse dovuto guardarlo prima tutto davvero e iniziare a scrivere con un’ipotesi di lettura poi alla quale potersi attenere.
Ma mi interessava scriverne e sfogliarlo via via, in una prossimità più forte con chi mi avrebbe letto.
Se stessi scrivendo un libro sarebbe diverso. Invece ogni giorno guardo una o più fotografie dell’album, dalla prima verso l’ultima, scruto i volti, le pose, i luoghi, le scritte, le relazioni fra gli elementi e scrivo –racconto- quello che vedo. Il giorno dopo monto le fotografie –quelle dell’album e altre immagini che talvolta mi pare illuminino un album che per sua natura non può che esserci muto- con il testo, aggiungo la lista delle puntate precedenti e posto il tutto sul mio sito, lo dico su facebook e su twitter, una o più volte e scruto le statistiche del sito che mi dicono se e quanto quel giorno quella puntata è stata letta, leggo i commenti, conto gli ilike e le condivisioni.
Il pomeriggio passo a un’altra immagine o gruppo di immagini e ripeto il protocollo.
È un artificio, naturalmente, ma mi piace considerarla una pratica. Che cosa sto facendo con quest’album? Non sono certo uno storico –sono una persona che guarda e che legge. Qui guardo e leggo in pubblico –una pratica inpudica nella quale ho voluto provarmi.
Avrei forse dovuto limitarmi a pubblicare le fotografie e poi solo alla fine ricominciare proponendo ipotesi, motivi, ragioni, che almeno non sarebbero state contraddittorie.
Perché è questo quel che sta succedendo. Che cose che mi parevano evidenti vengono smentite via via.
Ho ipotizzato per tutta l’estate e questo primo scorcio d’autunno che il bruno e il biondo costruissero con l’album un ricordo di sé –della coppia, del bruno e del biondo- che necessitava, per ragioni storiche, per carattere, per volontà, di una sorta di abrasione del mondo e del presente.
Mi era sembrato di vedere nel loro modo di costruirsi per il futuro delle ascendenze riconoscibili nei cicli pittorici medievali, nelle pale d’altare e nei fondali dei film della Disney loro contemporanei.
Loro e loro soltanto, attraverso i mesi e gli anni e i decenni sino alla fine della vita, un amore così fulgido da avere bisogno di brillare come pietra incorrotta, in uno spazio e in un tempo fuori dallo spazio e fuori dal tempo.
E poi oggi giro la pagina per fotografarla (la pratica prevede anche che io fotografi una pagina alla volta: una fotografia della pagina intera, protetta dal foglio di carta semitrasparente che protegge le stampe dall’abrasione della pagina opposta, e una fotografia di ogni immagine singola –è lì che inizio a vedere, ma l’indagine vera è poi fatta al computer, una volta lavorate le immagine per renderle più leggibili calibrando i contrasti e la saturazione, ingrandendole nel tentativo frustrato di trovare cose che non vedo a occhio nudo-) e la pagina che ho davanti mi presenta una folla di persone, fotografie quasi d’occasione –dov’è quel controllo che il bruno sembrava non poter smettere di esercitare nello scegliere le inquadrature, i fondali, le pose?- e sotto a ogni persona: un nome.
Sotto ad ogni persona. Sotto a persone che non erano mai comparse e sotto al bruno e sotto al biondo.
Che non sono più il bruno e il biondo. Non lo saranno mai più da questa pagina in poi.
Il bruno e il biondo hanno un nome.
Da questa pagina in poi hanno un nome e, uno dei due almeno, una famiglia.
E io? Chi sono io in tutto questo?
Per chi hai scritto il mio nome? –Per noi.
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