Non starò a raccontarvi delle storie

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31, altrove

FN_Summer_love_2Anche se la prima fila di fotografie della pagina, poste una accanto all’altra in verticale, è composta da quattro immagini, in realtà le prime tre appartengono ad un insieme coerente, del quale la quarta non fa parte.

 

Questo spiegherebbe anche come mai l’indicazione “Camping à Zouteland” che sta su, schiacciata fra le fotografie e il bordo superiore della pagina, non è centrata ma invece più spostata verso sinistra: riguarderebbe quindi solo queste prime tre fotografie.

 

È un genere di fotografie che abbiamo già visto: una del biondo, sbarazzina, una del bruno, più contratto; dovrebbe seguirne una dei due insieme: segue invece una fotografia “artistica” dei grandi pali di legno conficcati nella sabbia che punteggiano, in lunghe file perpendicolari alla costa, le spiaggie di Zoutelande.

 

Non sono tre belle fotografie. La prima, “Un indigène. Un Z…”, nello stile scherzoso e da immaginetta amato da chi scrive le didascalie –il biondo, ne sono certo-, vede il biondo vestito dei soli pantaloncini bianchi, appoggiato a uno dei pali onusti di cozze, coi piedi su qualche roccia affiorante. La luce che investe il volto del biondo gli dà un’apparenza di biacca e rende la sua espressione, che si ripete di fotografia in fotografia sempre simile, quasi una maschera. Forse la scomodità della posa, e il timore per il bruno, che forse fotografava coi piedi nell’acqua, che la macchina potesse cascargli: qualcosa rende questa fotografia maldestra. L’equilibrio dello sfondo non è raggiunto, la figura del biondo si legge male confronto alla solidità incurante dei pali.

 

La seconda fotografia è più bella. È scattata dal biondo, il bruno vi è ritratto a figura intera, appoggiato a un lungo bastone, la sabbia dalla quale l’acqua s’è da poco ritirata riflette il cielo; accanto a lui, ma discosto, uno dei pali delle cozze; l’espressione è quasi stizzita. Anche qui qualcosa però di non armonico, di non studiato, vibra.

 

Sullo sfondo forse la loro tenda, più a monte delle costruzioni che non so decifrare, forse delle costruzioni militari, non so. Ho passato più e più volte la costa di Zoutelande con Google Heart e non ne ho più trovato traccia.

 

La didascalia qui indica “Zouteland”, ridondante, poiché era stato già indicato sopra. Qui, in calce ad un ritratto, il biondo non rinomina il bruno o se stesso, pone l’indicazione del luogo. C’è come una discrasia, qualcosa che ha vibrato e ha prodotto distrazione. Niente stride davvero, ma niente è davvero al suo posto.

 

 

Infine la terza foto: non c’è più nessuno.

 

La didascalia dice “les moules…” [le cozze…]. L’orizzonte è storto –è la prima volta-, la composizione e la scelta del soggetto casuali. La scelta di inserirla nella pagina inutile nell’economia sempre così rigorosa di chi compone l’album: i pali si erano già visti e in immagini migliori.

 

Tre fotografie accomunate da una certa trascuratezza, dal cedere di una tensione che sinora era stata sempre massima. Come se il fotografare e il fotografarsi fosse non più necessario; una pratica che si mantiene più per consuetudine che per bisogno, una cosa trascurabile, alla quale dedicare poca attenzione.

 

Sono le ultime fotografie di un’arco che aveva avuto le sue prime origini nella fotografia di loro due sul Meno, in basso a destra nella prima pagina e che ora sembra trovare la sua fine.

 

Il biondo e il bruno non sono più qui, non sono più nel gesto del fotografarsi, nel mettersi in posa, nel decidere la posa, nella scelta dell’immagine da consegnare alle pagine dell’album.

Sono il bruno e il biondo, sono loro, sono per sempre, non sono più qui.

 

Dove siamo? –Non importa.

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