Non starò a raccontarvi delle storie

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25, le prince charmant

FN_Summer_love_2E questa? Senza didascalia, senza legame apparente con le altre fotografie della stessa pagina salvo il fatto che è scattata in un interno, come l’altra misteriosa, “Notre P. C.”.

 

È il biondo –mi viene da dire: naturalmente-; l’interno potremmo supporlo appartenente alla stessa abitazione della fotografia precedente, supporlo, non di più.

 

Ma perché il bruno fotografa il biondo in un interno vestito con un costume dalle sovramaniche giganti e bisaccia che non saprei dire se più medievale o più rinascimentale?

 

In questa pagina disordinata, che ha abbandonato l’ordine controllato delle pagine precedenti, questa fotografia è senza didascalia. La più bizzarra delle fotografie non ha una didascalia, un titolo, una battuta. Qui ogni ipotesi è un puro arbitrio. Un ballo in maschera, una rievocazione storica, un amico attore che abita nella stessa pensione –ma sono in una pensione? In una casa? A casa loro? Quando? Perché?

 

Non sappiamo niente.

 

Così sono gli album dei ricordi. Muti se non a chi li ha composti. Noi, estranei, possiamo soltanto insinuarci negli spazi fra le parole –o meglio: fra gli oggetti conosciuti, siano questi parole, ma anche monumenti, luoghi, elementi atmosferici- e i ritratti delle persone, e da lì illuderci d’esser capaci di vedere altro che non sia la nostra immaginazione.

 

Su questa certezza forse si compongono gli album dei ricordi: che si consegna alle loro pagine ciò che è per noi luminoso di significato, limpido come un vetro al mattino, e che solo noi sappiamo renderlo tale.

Compiamo così uno dei pochi incantesimi che ci è dato di poter fare: con un gesto -il distogliere lo sguardo- precipitiamo la luce di un ricordo nel buio muto di un’immagine insignificante

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