Non starò a raccontarvi delle storie

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22, le figurine

FN_Summer_love_2Luglio del 1952, il bruno e il biondo sono di nuovo a Boahn. Fanno una passeggiata, la meta è indicata sotto le prime due fotografie in alto a sinistra della prima fila.

Alla stessa passeggiata appartengono le altre due seguenti e la prima della fila inferiore. Le didascalie sono un po’ in disordine, strette fra una fotografia e l’altra, lontane dall’ordine essenziale delle pagine precedenti. “La Table des Fées”; “Bohan”; “Le vainqueur”; “Volez-vous jouer avec moi?…”; l’ultima, che vede insieme il bruno e il biondo, non ha didascalia.

 

Sono intimidito nel guardare queste fotografie. Se le fotografie delle pagine precedenti, pur comparendo in un album privato, avevano –io credevo di potervi riconoscere- una tensione verso la rappresentazione di sé che aveva confini molto labili fra rivolgersi ad uno sguardo pubblico e ad uno privato, come se questi due sguardi, seppur labilmente, coincidessero, queste sembrano scattate solo per sé, come se il loro sguardo avesse imparato a vedersi, lungo i mesi precedenti -l’inverno, la città- e ora, immemore delle proprie incertezze, agisse.

Era come se, abitanti di uno statuto incerto –dalle radici incerte, incerte come per ogni coppia giovane ma incerte anche certo per i giorni in cui si trovavano a vivere: loro, come ciascuno di noi, specchio della Storia più di quel che si sia capaci, guardandosi, di comprendere-, attraverso la fotografia, con un senso anche grave dell’essenzialità e della sintesi, cercassero di vedersi vivere, di vedersi esistere: oggi, per tutta la vita, per loro, per il mondo e che i piani di questi ambiti si mescolassero confondendosi in uno solo.

 

Lì, a quell’esercizio fatto di solennità e gioia, sentivo di potermi accostare. Mi sembrava che io potessi esservi compreso.

 

Alla nudità e felicità dei loro corpi di queste cinque foto sembra invece appartenere una dimensione privata, non perché pudicamente celata nell’album, ma perché indifferente, finalmente, al mondo.

 

Come è sempre stato sinora anche qua il mondo intorno sembra essere deserto, ma se sino ad ora si poteva pensare che semplicemente si rappresentasse un’assenza per meglio delimitare i propri confini, qui il mondo sembra semplicemente inavvertito.

 

A quale immaginario iconografico attingono il bruno e il biondo per mettersi in scena sulle rocce della Table de Fées?

La Table de Fées, solcata dal Semois, il torrente di Bohan. È una collina impervia, ricca d’acqua e boscosa e costellata di formazioni rocciose aspre e emergenti dal sottobosco inaspettate. È zona di leggende, come il nome testimonia. Una gita dei due li portò qui, di nuovo, come l’anno prima, in villeggiatura a Bohan.

 

Nella prima fotografia, che porta al di sotto la didascalia del luogo, è il biondo, il suo solito sorriso, le sue spalle leggermente chiuse in avanti, le gambe solide, l’orologio; il torso nudo rivela un corpo più morbido di quello del bruno e insieme più minuto; il bastone cui s’appoggia –intagliato- e le calze così attentamente arrotolate, gli attribuiscono tratti infantili; c’è però nella posa un che di composto, di chi insieme sta ricevendo un complimento per la bellezza ma anche per la sua ragionevolezza.

 

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Nella seconda fotografia  –ma è un autoscatto anche questa?, forse sì, s’intravede dell’erba sfocata ch’era forse davanti l’obbiettivo, ma la calma della posa farebbe pensare a una terza persona, ma chi? Siamo noi dietro l’obiettivo o qualcuno a noi sconosciuto?- sono entrambi.

Entrambi a torso nudo, il biondo col suo bastone e le sue calze e una posa forse per una volta non così controllata, che lo rende un poco goffo, un poco domestico, il bruno con la polo solita ma sulle spalle, i pantaloncini abituali e un corpo invece asciutto, stranamente a suo agio, il petto non imberbe solo in parte celato dalle maniche della polo, le scarpe che mi stupiscono sempre qui sono riconoscibili come sandali coi buchi, come venivano fatti portare ai bambini sino a tutti gli anni ’60.

Entrambi si stagliano su una roccia come figurine di un presepio, come statuine di santi da devozione popolare.

 

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Nella terza è il bruno, solo, isolato, fintamente indifferente, stagliato contro il cielo, una roccia a far da base; pantalocini, sandali, polo sulle spalle; si intravvede però per una volta una volontà del biondo: è lui qui che lo sta fotografando, e per una volta forse non seguendo pedissequamente le indicazioni del bruno. Anche io ti amo.

 

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La quarta sembra uscita da una rivista di culto del corpo degli anni ’50 americana, compreso la pancia risucchiata a far scoppiare la cassa toracica, il pene ben in evidenza nel costume nero con piccola cintura, una posa che allora sembrava obbligata e che ora è scomparsa; la palla –ma che ci facevano con quella palla? E che tipo di palla è? Troppo grande direi per essere una boccia, sembra in effetti un peso, ma: in montagna?-.

La didascalia è così sciocchina da essere imbarazzante. Il biondo e il bruno rivelano in questa e nella fotografia precedente una così serena differenza fra di loro da fare allegria.

Si possono immaginare le prese in giro e gli apprezzamenti, le seduzioni e le insofferenze, condotte sugli stessi motivi, sulle stesse irriducibili differenze.

 

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La quinta infina, nella fila di sotto della pagina, a sinistra, in una fotografia quasi seria, le pose identiche alle precedenti quasi fossero un fotomontaggio. Mai, in questo album, i loro corpi erano stati così vicini.

 

Chi stiamo guardando? –Noi.

 

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Nelle ricerche che faccio per capire dove andassero il bruno e il biondo scopro immagini soprendenti, con Street View cerco di andare dovo loro sono stati, con Google Image sfoglio immagini alla ricerca dei luoghi dovo furono il bruno e il biondo; ogni tanto capita qualcosa che mi lascia senza fiato, come l’immagine, trovata sul sito di Bohan, che trovate qua sotto. Confrontatela con la seconda fotografia.

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[http://www.bohan.be/bohan/tabledesfees.htm ]

 

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