Non starò a raccontarvi delle storie

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18, la sabbia

FN_Summer_love_2Due mesi dopo, “Août 1951”, come si legge in basso, ai piedi della fotografia centrale, con la A maiuscola ombreggiata.

La grafia delle didascalie è cambiata. Non saprei dire se sia cambiata la mano, o solo lo stile. Le due pagine precedenti erano scritte –sempre con inchiostro bianco- in corsivo, con qualche grazia e vezzo nelle maiuscole, nelle discendenti. Qui si sceglie uno stampatello, più moderno, più domestico. In alto, sopra la prima fila di immagini, il luogo dove sono state scattate le fotografie: Oostduinkerke, anche qui la scrittura è piana, le lettere distinte, solo una sottolineatura ondeggiante fa decoro.

Le immagini piccole e grandi, le pose, la griglia ortogonale, le didascalie non più descrittive ma rese titoli, rimandano ai rotocalchi; la fotografia centrale, con il biondo e il bruno sorpresi da un altro fotografo mentre camminano di sera, lo conferma.

Oostduinkerke era allora come ora un luogo di villeggiatura marina, a pochi chilometri dal confine francese e dalla gemella Dunkerque: dune di sabbia a perdita d’occhio, moli di legno –ora quasi spariti- che si lanciano sull’acqua mossa dalle maree o sulla sabbia che torna alla luce. Cercando in rete vecchie immagini di Oostduinkerke si trovano fantastiche fotografie di ville come perse nelle dune, di hotel moderni su strade di terra battuta, di automobili, di cabine di legno in file ossessive; niente di questo traspare dalle fotografie di questa pagina.

La prima a sinistra in alto fa ridere: è una fotografia un po’ sbagliata, si capisce solo con una lente cosa davvero abbia voluto riprendere chi l’ha scattata, o leggendo la didascalia, “Vol de mouettes” [Volo di gabbiani]; inoltre l’ombra proiettata nel centro della foto da un’asta, un bastone, un pennone, qualcosa di lungo e sottile, sconcerta.

Senza alcuna prova mi viene da pensare che l’abbia scattata il biondo, e che il bruno abbia accettato, per amore, per tenerezza, a stamparla e a metterla nell’album –o forse, ora, l’album non è più composto dal bruno, ma dal biondo, si spiegherebbe così il cambio di stile, grafico e di contenuto, delle didascalie, vagamente ironiche, che ben s’accompagnano col sorriso che spesso si disegna sul volto del biondo-.

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La seconda immagine della fila in alto, al centro, si intitola, con tanto di punti esclamativi, “Un barrage résistant !!..”.

Direi che la figura che sembra aver scavato un lunghissimo solco nella sabbia per costruire la diga al mare che sale –o per impedire all’acqua di refluire al mare?- sia il biondo. Me lo dice la postura, e l’attività.

È il biondo fra i due il più divertito, da sé, dalle cose, dalla vita, dall’amore. È il bruno il serio, forse un filo più vecchio, è il fotografo, è il narratore; è il biondo il motore felice della storia, e il bruno la struttura che lo contiene, sorpreso e grato di tutta questa gioia inaspettata.

Il biondo sa, nella sua allegria che al bruno talvolta sembra sventata, che l’amore, la vita, la loro vita e il loro amore, sono frutto di una volontà ferrea nel sapersi abbandonare alla felicità quando questa arriva; il bruno sa proteggere e accompagnare tutta questa felicità che in un attimo potrebbe scomparire.

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La terza immagine li fa bambini. Quando in casa con degli amici o soli si costruisce con coperte o teli una tenda, un fortino, un vascello e si entra in un mondo sconfinato tanto quanto piccoli sono i suoi confini materiali.

Nascosta al vento e poggiata sulla sabbia resa piana dalla pala piantata ben dritta alle spalle del bruno, la tenda del biondo e del bruno sembra minuscola e non più resistente d’un lenzuolo.

La divisa è quella consueta, pantaloncini neri, polo senza bottoni bianca, orologio; qui mancano i sandali, che saranno nella tenda. Un secchio di tela marchiato U.S. ricorda che la guerra, non è così lontana.

La fotografia è un autoscatto; a porci al di qua dell’obbiettivo è una curva di sabbia e sterpi; siamo accucciati sul limite di una conca che ospita il loro vascello. Il biondo, al solito, è in posa da tempo, tranquillo e sorridente sulla soglia della loro cuccia, il bruno ha sistemato la macchina ed è poi corso al suo posto; il filo che tiene tesa la tenda era forse d’ostacolo, forse un inciampo, un arrivo in corsa: il bruno ride

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atterrato sulla sabbia, con le sue gambe che qui sembrano magroline, lontane dalla prestanza della fotografia che li ritrae gemelli.

Nulla, vi è il nulla al di fuori della tenda e della conca che li ospita. Solo loro, il biondo e il bruno; fuori le dune infinite.

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