Non starò a raccontarvi delle storie

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16, per sempre

FN_Summer_love_2-Facciamoci una foto qui-.

Perché? Perché poi farla sviluppare, sceglierla fra altre per destinarla ad essere conservata nell’album, deciderne la collocazione, la didasacalia?

C’è un’evidente perizia in chi ha scattato queste foto –il bruno, raramente il biondo- e nel disporle –il “Je” della foto di Bingen-; si immagina uno sguardo colto, consapevole. Le inquadrature, la coerenza interna alle pagine, rimandano a miniature, affreschi, vetrate, sono racconto, non di un momento –la singola immagine- ma di una coppia; non è quando, è cosa.

Per chi facevano questo album? Per la loro vecchiaia e per il loro presente. Per consegnarsi al futuro. Non ritraggono qui un momento passato, ma si immaginano, mettendolo in scena, quando ne vedranno la testimonianza; il biondo e il bruno, in questa pagina, fatta solo di loro e di quel giugno di sessantadue anni fa, sono già nel loro futuro.

È illusorio fotografare nel tentativo di conservare qualcosa. La fotografia è invenzione –o forse re-invenzione- nulla trattiene di ciò che è stato e anzi lo svilisce a immagine caduca, è vana se usata come arpione per trattenere il tempo.

L’incanto per me di questa pagina, e di questa fotografia che ne è compimento e riassunto, è quanto traspaia, nella dolcezza del loro mettersi in scena, già l’idea che un giorno, molto in là, alla fine della vita, avrebbero riguardato queste fotografie.

L’avranno fatto? Ne avranno avuto la possibilità? È questo un album che la morte ha disperso o invece un album rubato, smarrito, scivolato via? Saranno stati insieme, il bruno, il biondo, l’album, a lungo? O separati, morti forse, uno prima, l’altro poi, l’album che si frantuma nel silenzio delle sue pagine non più guardate. Da che mani è caduto per finire coperto dalla neve d’un mattino di febbraio, quando noi lo trovammo?

Per una persona o una coppia con dei figli, l’immaginarsi nel futuro è cosa quasi obbligata. I passi di oggi devono tenere conto di un arco lunghissimo lungo il quale vivranno i figli. Le frasi stesse che sono dette loro contengono già il momento in cui forse le potranno ricordare anni dopo.

Così è se si ha un giardino. Dal primo giorno il tempo che poteva essere ogni giorno finito e ricominciato è invece lunghissimo. Ogni pianta che si decide di piantare ha già in sé l’idea di come sarà fra anni, e chi la pianta ne è trascinato avanti come in un teletrasporto temporale.

Io guardo queste fotografie e penso che il bruno e il biondo in quei giorni di giugno del 1951, a Bohan, a Bruges, a Blankenberg, si dicevano noi saremo sempre insieme, per sempre: è questa la felicità che raccontano, il loro futuro.

Questa fotografia poi, con la sua gemella in alto a sinistra, è bellissima e struggente. È di nuovo un autoscatto -di nuovo ce lo rivela qualche filo di stoppia sfocato in primo piano-, noi siamo di nuovo nascosti nell’erba, testimoni accolti da un’assenza che la meccanica rende possibile; il biondo e il bruno, un’unica forma al centro dell’immagine, si guardano.

Chi ha posizionato la macchina? Chi ha studiato l’inquadratura? Nulla traspare. Il bruno e il biondo sembrano raccontarsi uno nello sguardo dell’altro, i loro vestiti uguali, l’orologio, la prossimità dei corpi. Si può sentire lentamente l’ingranaggio dell’autoscatto sibilare, allontanarsi nel tempo, sempre più avanti, per sempre, ti amerò per sempre.

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La spiaggia di Blankenberg nel 1951 doveva essere un luogo ancora integro, per quanto già oggetto di turismo diffuso, ma le immagini che ce ne restituisce ora Google sono disperanti.


 

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