Non starò a raccontarvi delle storie

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11, Inizi

FN_Summer_love_2L’inizio di un libro le cui prime pagine sono andate perdute, resta quello della prima pagina superstite, una pagina che sappiamo non essere, nelle intenzioni di chi lo scrisse e stampò, la prima, ma che la è per noi. Quel libro comincia ora con una frase mutila, con una minuscola e si ferma quasi subito, forse ha una parola sola. Ma resta quello, per noi, l’inizio da cui partire. Quella mancanza, anzi, di cui nulla sappiamo, è come una faglia aperta al flusso delle nostre supposizioni: lì chi legge regna incontrastato e inventa l’ipotesi che gli appare più verosimile, meno in contraddizione, pescando, senza ostacoli, da sé e dalla sua storia.

 

Accanto allo strappo che ci testimonia la perdita irrimediabile di una parte, danza la libertà di chi legge, autore vanesio.

 

La prima pagina dell’album che mio marito e io trovammo sotto la neve in un mercato dell’usato a Bruxelles, un febbraio di qualche anno fa, è di certo –non v’è traccia di mancanze, strappi, tagli- la prima dell’album, ma lascia immaginare vi fossero altri album, altri giorni o anni, testimoniati dalle fotografie dei due uomini ritratti: il racconto è in medias res, a cose iniziate, un nuovo capitolo, ma non il primo. Il titolo della pagina, “Pentecoste | 1951”, temporale, fa pensare che vi furono altri viaggi, altri momenti che precedettero questo.

 

Ma non solo. L’ultima foto in basso a destra, presenta a chi guarda “Noi e il Reno”.

 

“Noi” sono la coppia formata da “Je” della foto in basso a sinistra e dal giovane uomo senza pronome della prima foto a sinistra in alto, quella che apre la pagina. Il Reno, seconda presenza insieme immobile e fuggitiva, li definisce come unità, noi e lui, noi e il mondo, noi e la Storia. C’è quindi una coscienza di sé in quel “Noi” che difficilmente può comparire qui per la prima volta. Ci vogliono giorni e mesi perché io più io possa diventare noi; piccoli slittamenti, un’intimità che da bruciante diviene quotidiana, un accenno di futuro non più libero dall’altro, una cena in pubblico.

 

La tesi opposta, che cioè questa sia la prima pagina del primo album della storia di “Noi”, è suffragata da una certa formale disposizione delle fotografie così come dalla scelta dei soggetti: le due che presentano prima uno poi l’altro separatamente; l’ultima, che chiude la pagina presentandoci “Noi”, in un contesto colto, che ha nel mondo una parte di interesse di chi fece l’album –scattò le fotografie, le scelse e compose sulla pagina-: la casa di Goethe, i due fiumi, la Chiesa dei Tre Re, il paesaggio turrito di Bingen. Possiamo intuire uno sforzo di adesione a un canone perbene, di una coppia di due uomini che, a sei anni dalla fine della Guerra, viaggia in Germania dove ancora è in vigore il Paragrafo 175 che, promulgato durante il Nazismo a proibire atti e parole omosessuali, resterà applicabile sino al 1969.

Una coppia per legge scandalosa, ma che forse, fa pensare questa prima pagina, aspirava a una convenzionalità borghese. Sforzo forse tradito dall’impaccio dell’uomo ritratto col cervo, che quasi ci permette di sentire i dialoghi a fil di voce fra fotografato e fotografo su come stare –fermo, muoviti, sbrigati, ha alzato il muso, scatta- e dall’imbarazzo divertito nella posa impacciata dell’ultima foto, in basso a destra. Dai sorrisi trattenuti, una gioia allegra che questa pagina così formale non sa nascondere.

 

Tutto però cambia al solo girare di pagina. Tanto quanto il recto sembrava parlare il linguaggio delle moderate convenzioni che delimitano l’amicizia, il verso rivela un mondo dove l’amore è il solo sentimento ad avere cittadinanza.

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