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Virginia Woolf, Le tre ghinee, la libertà femminile. Di Giuliana Giulietti [5 di 5]

Virginia Woolf, Diari di viaggio. Mattioli 1885. [responsabilità grafica non indicata]; [imm. di cop. senza attribuzione]. Copertina (part.), 12

Le tre ghinee di Virginia Woolf. Una preziosa eredità

di Giuliana Giulietti.

Saggio in 5 puntate.

5: Il cominciamento della libertà femminile

E’ ora arrivato per Virginia il momento di riprendere la lettera dell’avvocato e di esaminare le misure pratiche che lui le suggerisce per prevenire la guerra: firmare un manifesto in difesa della cultura e della libertà di pensiero; entrare a far parte della Sua associazione; sostenere quell’associazione con un contributo in denaro. Proposte semplici e facili da soddisfare, non fosse per il precipizio che li separa – lei da una parte, lui dall’altra – e le diverse prospettive da cui guardano il mondo. Sì che Virginia, per farsi intendere, ancora una volta deve pregare l’avvocato di girare il capo e di guardare le cose dal suo punto di vista. Solo così potrà, forse, rendersi conto di quanto sia sbalorditiva ai suoi occhi la proposta di firmare quel manifesto.

Le donne hanno già contribuito e più di qualunque altro gruppo della collettività alla causa della cultura e della libertà di pensiero. Non è forse vero che le figlie degli uomini colti hanno versato nella cassa del “Fondo per l’educazione di Arthur” dall’anno 1262 all’anno 1870 (cioè l’anno di fondazione di Girton, il primo college femminile) tutto il denaro che sarebbe occorso per la loro educazione? Tenendo per sé solo i pochi spiccioli che servivano a pagare le lezioni di tedesco e di musica; sacrificando quindi la propria istruzione in favore di quella dei loro fratelli, le ragazze hanno finanziato le grandi scuole e le grandi università d’Europa: Eton e Harrow, Oxford e Cambridge, la Sorbona e Heidelberg, Padova e Roma. Scuole e università fondate allo scopo di difendere la cultura e la libertà di pensiero. Ma se oggi l’avvocato le dichiara in pericolo e chiede addirittura il sostegno delle donne, ciò vuol dire che tutto quel denaro è stato sprecato, che quelle scuole e quelle università hanno fallito lo scopo.

Certamente non tocca alle donne interrogarsi sulle ragioni di quel fallimento tutto maschile. Il problema riguarda l’avvocato e l’intera classe degli uomini colti. La cultura e la libertà di pensiero invece sono un bene comune e Virginia, al pari dell’avvocato, è intenzionata a difenderle. Il punto sta nel come.

virginia woolf

E al come, Virginia ci arriva attraverso un ragionamento nel quale la sua risposta alla lettera dell’avvocato si intreccia con i temi affrontati nelle precedenti risposte alle due tesoriere onorarie e con alcuni fatti – riscontrabili nelle biografie, nei diari, nei giornali, nell’Almanacco Whitaker – che mettono in luce vecchie e nuove discriminazioni e lo spazio più limitato che, in ogni settore della vita pubblica, è assegnato alle donne. Ma è proprio qui, nei luoghi dell’esclusione o, se vogliamo, dell’estraneità femminile all’esercizio del potere, che Virginia trova il come e le parole per dirlo. L’unico modo in cui possiamo aiutarvi a difendere la cultura e la libertà di pensiero è difendere la nostra cultura e la nostra libertà di pensiero.

Ciò che impedisce a Virginia di firmare il manifesto antifascista e di diventare membro dell’associazione dell’avvocato – i cui scopi tuttavia approva e ai cui fondi contribuisce donandogli la sua terza ghinea – è qualcosa di più profondo e di più fondamentale di un insieme di pensieri e di emozioni. E’ una differenza – dice.

Una differenza che va salvaguardata perché è solo da lì; dalla visione che la nostra esperienza della società ci ha aiutate a intravedere che può venirvi l’aiuto per difendere la libertà, per prevenire la guerra. Con un prodigioso salto simbolico, lasciandosi alle spalle la politica maschile e le lotte per l’uguaglianza (il diritto supremo, il diritto di guadagnarsi da vivere, le donne lo hanno conquistato, altri diritti non servono), Virginia Woolf fonda la Società delle Estranee. Il primo dovere delle Estranee – spiega all’avvocato – sarà naturalmente quello di non combattere mai con le armi, di non partecipare in alcun modo alla guerra, né fabbricando munizioni né facendo le infermiere.

La loro arma più potente sarà l’indifferenza; l’indifferenza della sorella verso l’istinto che spinge il fratello a combattere; un istinto sessuale che lei non può condividere, che le è completamente estraneo; tanto estraneo quanto sono riusciti a renderlo secoli di tradizione e di educazione. L’estranea lascerà libero il fratello di sbrigarsela da solo col suo istinto guerriero e col suo patriottismo. Un’altra parola che l’Estranea butta alle ortiche perché lei, in quanto donna, non ha patria. In quanto donna la sua patria è il mondo intero. La Società delle Estranee persegue, dunque, gli stessi fini dell’avvocato – difendere la cultura e la libertà di pensiero, prevenire la guerra – ma cerca di raggiungerli con i “mezzi che un sesso diverso, una tradizione diversa, un’educazione diversa e i diversi valori che derivano da tutte queste diversità hanno messo a nostra disposizione”.

Faranno a meno, le Estranee, degli orpelli del potere: cerimonie pubbliche, riti, esibizione di sé; né prostituiranno il loro cervello per denaro – prostituzione assai peggiore di quella del corpo, perché quando la venditrice del corpo ha venduto un po’ di piacere fa in modo che la cosa finisca lì. Ma quando la venditrice del cervello ha venduto il proprio cervello, la sua anemica, appestata, maligna progenie invade, contagia e corrompe il mondo. Inoltre è importante che il movimento delle Estranee passi inosservato. La clandestinità è infatti essenziale per aiutare le donne a superare una paura vecchia di secoli, e perciò profondamente interiorizzata; la paura degli uomini che impedisce loro di parlare e agire liberamente, che spesso le riduce al silenzio.

Il piacere maschile del dominio è una forza inconscia che scatena negli uomini emozioni primitive, rabbiose,infantili e “fissazione infantile” è infatti il suo nome scientifico. Una “fissazione” che esplode ogni volta che una donna tenta di sottrarsi al dominio maschile. Virginia Woolf nella sua “ignoranza” l’aveva chiamato larva, insetto. Ne aveva sentito l’odore nell’atmosfera, nelle citazioni di filosofi, scrittori, professori, vescovi. La rintraccia in alcune biografie di padri vittoriani che tentarono con ogni mezzo e con rabbia di impedire alle figlie di realizzare i loro desideri – d’amore o di lavoro.

La “fissazione infantile” dei padri, nascosta tra le pareti domestiche, era una forza potente, ma nel diciannovesimo i padri si dovettero scontrare con un’altra forza ancora più potente e che riuscì a spalancare le porte della casa paterna, ad aprire Bond Street e Piccadilly, i cancelli di Oxford e di Cambridge, a lacerare falpalà e corsetti.

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Quella forza – dice Virginia – non ha ancora un nome: non è né emancipazione, né femminismo. Nomi inespressivi, corrotti. Quella forza così straordinaria da far saltare la separazione tra la sfera privata e la sfera pubblica – le ingiustizie, il fascismo, il nazismo, la guerra, non sono forse gli esiti nefasti e pubblici della “fissazione infantile” dei padri, del loro piacere del dominio e della sopraffazione dell’altra/o ? – è appena ai suoi inizi- dice ancora Virginia.

Ma nel corso del suo ragionamento, un nome per quella forza nuova e appena ai suoi inizi, infine lo trova ed è libertà femminile.

All’avvocato Virginia ricorda che tutte e tutti viviamo in un unico mondo, che unica è la vita. Le due case, “ quella pubblica e quella privata”, “ quella materiale e quella spirituale” sono inesorabilmente collegate e se sarà distrutta una sarà distrutta anche l’altra. Inviando all’avvocato la sua terza ghinea – un regalo dato liberamente, senza condizioni – e stabilito che il fine per cui lottano è il medesimo, Virginia così si congeda: “ Ma è chiaro che la risposta alla vostra richiesta non può essere che una: il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e di seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi”.

Virginia Woolf, Diari di viaggio. Mattioli 1885. [responsabilità grafica non indicata]; [imm. di cop. senza attribuzione]. Copertina (part.), 12

 

Scrivendo di Tre ghinee non ho seguito per filo e per segno il ragionamento di Virginia Woolf. Mi sono incamminata tra le pagine di questo testo straordinario che come un paesaggio offre a ogni svolta prospettive nuove e inaspettate, soffermandomi ora qui ora lì, nel tentativo di catturare e restituire l’emozione, la scossa, il piacere che leggendo provavo. Queste Tre ghinee che Virginia ci ha donato sono per me e per tantissime altre donne un’eredità preziosa che abbiamo ricevuto, accolto e che non cessa di dare i suoi frutti. Perché il pensiero che abita quelle pagine – con la sua luce, il suo coraggio, la sua ironia, la sua radicalità – ci è ancora oggi e più che mai necessario. Tre ghinee – dove a pensare e a scrivere è la differenza di essere donna – è un testo che a una così grande distanza di tempo, ancora illumina la strada della libertà femminile; quella strada aperta nel diciannovesimo secolo da quelle “buffe donnine con cappellino e mantella” che non lottavano solo per diritti delle donne, ma per “qualcosa di più vasto e profondo”.

Virginia Woolf, Diari di viaggio. Mattioli 1885. [responsabilità grafica non indicata]; [imm. di cop. senza attribuzione]. Copertina (part.), 12

Le tre ghinee di Virginia Woolf. Una preziosa eredità

di Giuliana Giulietti.

Saggio in 5 puntate.

1: L’angelo del focolare e i vecchi tromboni di Cambridge

2: Non mi farò mettere in testa un tocco di pelliccia

3: Tre lettere, Tre ghinee

4: Che risplendano tutte le sue finestre!

 

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