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Whole Earth Catalog / Pietro Grandi

Futureworld 

di Pietro Grandi

23. Whole Earth Catalog 1968-1974

Stewart Brand, “Whole Earth Catalog”, Menlo Park, California, Portola Institute 1968-1970, distribuita da Random House dal 1971-1974.

Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. È stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park […]. È stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. È stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google […]. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina […]. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio.

(Steve Jobs)

Tutto il sapere del mondo in maniera gratuita. Il papà del world wide web. Il catalogo del mondo intero. In sostanza, il Whole Earth Catalog. Tutto questo fu ideato da una sola persona: Stewart Brand, chimico alla Stanford University, appassionato di futuro, immerso nella controcultura (gli psichedelici Merry Prankster, il collettivo audiovisivo USCO), riunì in questa rivista le sue passioni, l’ecologia e la tecnologia.

Il WEC doveva indirizzare gli animi della generazione del baby boom, raccogliendo strumenti e idee per diffondere un nuovo punto di vista culturale. La terra e lo spazio divennero allora i protagonisti delle copertine di ogni WEC, una visione del mondo sistemico alla Buckminster Fuller, in cui l’uomo collabora al miglioramento del globo in un periodo in cui il mondo era costellato di divisioni: la Guerra Fredda, quella del Vietnam, gli scontri razziali, le stesse conquiste dello spazio. Il catalogo divenne allora un mezzo di conoscenza, dove la Terra, bellezza nell’oscurità dell’universo, era la risorsa preziosa da salvaguardare a favore di un’energia sostenibile.

Il WEC fu pubblicato dal 1968 al 1974, in grande formato, copertina di cartone e pagine in carta ruvida. Sette le sezioni: Understanding Whole Systems (Capire i sistemi generali), Shelter and Land Use (Abitazioni e uso del territorio), Industry and Craft (Industria e artigianato), Communications (Comunicazione), Community (Comunità), Nomadics (Nomadismo), Learning (Apprendimento sui libri). Questi erano gli strumenti necessari per rendere autosufficienti le varie comunità hippie sparse in America, attraverso la diffusione di informazioni gratuite e del rispetto verso la natura. Dall’elettronica alla comunicazione, dal design all’architettura, dalla televisione alle primitive nuove tecnologie informatiche, la redazione del WEC attraverso immagini in bianco e nero, recensioni di libri o piccoli saggi permetteva di immergersi nella conoscenza di nuovi metodi per migliorare la propria vita. Il loro motto era “Pensa in grande, agisci in piccolo”: diffondevano via posta un’educazione indipendente, di alta qualità, ma soprattutto a basso costo, con lo scopo di migliorare se stessi e l’economia attraverso le risorse del mondo. Per diffondere il suo pensiero Brand andò a vivere in un piccolo camioncino viaggiante, il Whole Earth Truck Store, in cui città dopo città le persone attinsero informazioni su molteplici argomenti, per poi stabilirsi, l’anno dopo la prima uscita di WEC, a Menlo Park in California.

Kevin Kelly, scrittore che aiutò Brand nella diffusione del progetto WEC, The WELL e WIRED, scrisse nel 2008: “Per il movimento controculturale, l’informazione era un bene prezioso. Negli anni ’60, non esisteva internet e nemmeno esistevano 500 canali via cavo. Il WEC fu un grande esempio di contenuti generati dagli utenti, senza pubblicità prima di internet. In sostanza Brand, inventò la blogosfera molto prima che esistessero i blog. Di una cosa sono sicuro: non è una coincidenza che il Whole Earth Catalog scomparve proprio quando arrivò il web e il blog. Tutto quello che fece il WEC, oggi lo fa meglio il web.”

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[Intento di FN è stato, da subito, quello di costruire archivi; dei fondachi di materiali che trasportassero in rete quel che la rete fa sparire: la carta. C’è una separazione radicale e mal segnata fra il cartaceo e il virtuale. In rete se si cerca la carta non la si trova, si trovano le parole che la carta portava su di sè, ma niente che ci dica dove fossero quelle parole, che aspetto avesse l’oggetto che le conteneva. Chi volesse studiare ora editoria in rete trova ben poco, se non parole, che non bastano. Questa nuova serie, Futureworld, a cura di Pietro Grandi, interpreta al meglio quell’intento che FN insegue da sempre. (N.d.D.) ]

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