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Vittorini e i libri degli altri

vittorini | novaro

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.4: Vittorini e i libri degli altri. I “Gettoni”: per un’ antologia degli anni ‘50

 

 

«È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. […] È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine. […] Si tratta di non permettere che la verità appaia morta. Essa è presente tra noi per la continuità delle nostre correzioni, delle nostre aggiunte, delle nostre ripetizioni, e il giorno in cui ci si fermasse, addio: non la poesia, o la filosofia sarebbero morte, ma la verità stessa».

 

(E. Vittorini, Prefazione al Garofalo Rosso, Mondadori, 1948)

 

Novità, sperimentalismo, scommessa, ricerca, sono tutti sinonimi chiave per leggere l’impresa editoriale dei “Gettoni”. L’editore sui generis, lo scopo di collana velleitario e la nuova progettualità (sia paratestuale che letteraria) condotta dal direttore Vittorini, combaciano, a loro modo, con quel puzzle editoriale in transizione compreso tra il 1945 e il 1958; quello cioè a cavallo tra i fervori dell’immediato dopoguerra e l’esordio del boom del romanzo di massa.

Sono gli anni in cui si fa avanti la coscienza di una scrittura vogliosa di ri-disegnare a parole la realtà caleidoscopica e ambigua di ogni condizione umana. Non che un giorno gli scrittori si siano accorti di aver sbagliato tutto guardando al passato, semmai di essere diventati onnivori rispetto a esso, e cioè bisognosi di nutrirsi di nuovi codici di scrittura ermeneutici e di schemi di rappresentazione dell’immaginario collettivo che approfondissero la realtà e non la contemplassero più.

È, insomma, un’editoria nutritasi della Firenze di Pratolini, delle Langhe di Pavese e della Sicilia dello stesso Vittorini, ma che si ingroviglia nel “Pasticciaccio” incompiuto di Gadda (successo Garzanti del 1957) e sfida la critica con il best-seller: il 1958, d’altronde, è l’anno del caso “Gattopardo”– in cui si troverà coinvolto anche Vittorini – rifiutato dai maggiori editori e pubblicato, quasi per caso, dalla giovane Feltrinelli, protagonista di lì in poi della rivolta avanguardista.

Ed è, dunque, in questo quadro storico che si inseriscono i “Gettoni” di Vittorini, libri che, a differenza dei cugini “Coralli”, maggiormente orientati al successo e alla vendita, erano destinati ad autori ignoti o – come li chiamava Vittorini – d’esperienza: scrittori, cioè, che hanno attinto dalla dimensione culturale prima ancora che artistica in vari contesti: (le citazioni vengono dai relativi risvolti) dal giornalismo (Lugli, Venturi) alla medicina (Bonaviri, Tobino), dalla magistratura (Troisi) alla pittura (Testori), e non ultima la guerra (Fenoglio, Pirelli, Rigoni Stern) facendo “il pieno di vita ogni giorno” e dell’indagine sugli eventi e i linguaggi, alti e bassi che siano, la loro prima scrittura.

Ed è proprio per quell’amore di parlare di realtà , che i loro contesti diventano testi letterari autonomi, quei materiali da costruzione da cui partire per applicare una scrittura “indicativa” – direbbe Roland Barthes al Grado zero – che cioè non ordina né agogna la realtà, ma la afferma, senza la pretesa di trovarla e con l’ingenuità bambinesca di scoprirla di continuo.

Emblematico a tal proposito il risvolto che Vittorini riserva al gettone n.16, “Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata in Russia” di Mario Rigoni Stern, 1953:

«Mario Rigoni non è scrittore di vocazione. Nato ad Asiago trent’anni or sono, alpinista, cacciatore, impiegato statale, forse non sarebbe mai capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute.

Ma può riferire con immediatezza e sincerità di quello che gli accade. Tra la fine del ’42 e il principio del ’43 gli accadde di partecipare alla ritirata di Russia. Come tanti altri che vi parteciparono è stato portato a scriverne, e noi riteniamo di poter affermare, pubblicando qui la sua relazione di sergente maggiore, ch’essa è forse l’unica testimonianza dal genere da cui si riceva un’impressione più di carattere estetico che sentimentale o polemico, o insomma pratico.

Una piccola Anabasi dialettale, la definiremmo. Rigoni non testimonia per rendersi utile a una causa o a un’altra, ma per il semplice gusto che prova, in comune coi poeti, a testimoniare».

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Più volte Vittorini nei suoi risvolti considerava i gettonisti “fiori d’agave” (Pirelli, L’altro elemento, 1952, n.6) o “uva” ( Tobino, Il deserto della Libia,1952, n.7) da cui far sgorgare succo schietto: capaci, quindi, di rinvigorire quell’albero del sapere che egli stesso, da intellettuale e scrittore, si sforzò di scuotere continuamente per evitarne “l’espansione frondosa”, come per far cadere quei frutti che ormai maturi occorre utilizzare o buttar via per dare spazio a quelli nuovi.

Ed è da tali suggestioni, se vogliamo naturali e paesaggistiche, che ci piace considerare i 58 testi della collana come un’antologia degli anni ’50, nel senso primo che questa metafora contiene: e cioè quello di florilegio o raccolta di fiori, sapientemente accuditi da un fiorista incontentabile, mai sazio ma cacciatore di nuovi profumi e colori.

I ferri del mestiere? I brevi risvolti di copertina, che se da una parte hanno tutta l’aria di rappresentare in casa Einaudi una novità tecnico- editoriale, dall’altra creano, per la natura originale e personale del testo ( ufficializzata dalla sigla in calce per quasi metà degli scritti), un vero e proprio micro-genere letterario: il saggio critico.

Rileggere gli scritti vittoriniani non si concretizza, dunque, nella disamina di un progetto che presenta semplicemente testi e autori nuovi, ma nello studio, oggi alquanto appassionante, di una sorta di diario pubblico nel quale si intrecciano critica letteraria, avventure individuali di scrittori e discussioni sul mondo.

C’è, insomma, la narrativa del secondo novecento colta nelle prime e incerte prove, dalle quali Vittorini, per quel suo senso anticipatore, riesce a divinare felicemente i futuri successi, o comunque, l’originalità della proposta, anche nelle forme – come vedremo- che egli non condivide.

Sia che si tratti di lapidarie definizioni o classificazioni del romanzo, sia che si esponga una dichiarazione riduttiva o di disaccordo con l’autore, il libro è sempre lì, offerto ai lettori. Ed è in questa forma genuina di paterna gestazione che proponiamo alcuni dei giudizi più coinvolgenti e di brillante sintesi critica su scrittori che, non a caso, divennero nomi di punta del boom del romanzo italiano degli anni seguenti.

Su Cassola e Tobino con Ginzburg, 1951

Su Cassola e Tobino con Ginzburg, 1951

Primo della classifica non poteva che essere Carlo Cassola, successo Einaudi del 1960 con “La ragazza di Bube”, ma che come gettonista diede parecchio filo da torcere ai consigli del mercoledì per via delle forti riserve di Calvino. Eppure su di lui era più che certo Vittorini, tanto da passar sopra la lunghezza del suo primo romanzo edito nella collana, “Fausto e Anna” (1952) – la storia di un amore infelice nell’Italia politica tra fascismo e Liberazione – e descrivendolo come scrittore con

«un modo di raccontare che si interessa soprattutto a quanto dell’uomo è la superficie mutevole della sua realtà: cioè ai suoi atteggiamenti di coscienza e alle azioni che nascono dai suoi atteggiamenti di coscienza».

(Dal risvolto de “I vecchi compagni”, n.19, 1953)

Perché, come scriveva appena un anno prima in una folgorante quanto concisa riflessione sul romanzo -verità:

«Vi sono diversi gradi di realtà a cui si ci riferisce, scrivendo. Ve n’è uno massimo che porta gli scrittori a correggere o arricchire quello che si sa di fondamentale sull’uomo. Ve n’è uno minimo che porta soltanto ad afferrare i colori di un’epoca, di un anno, di una stagione. E ve n’è uno non massimo e non minimo che permette di cogliere tutto quanto dell’animo umano nasce e muore ad ogni variazione dei tempi. Rappresentare un tal grado di realtà significa fare la cronaca psicologica di un’epoca. Questo, per l’Italia degli ultimi quindici anni – dichiarazione abbastanza autoritaria– l’ha fatto quasi esclusivamente Carlo Cassola […]».

(Dal risvolto di “Fausto e Anna”, n. 8, 1952)

Poteva essere autobiografia romanzata, poteva trattarsi di estremo stadio del realismo o di “romanzo paesano” ( come dirà per il Seminara de “Il Vento nell’oliveto”, n. 5, 1951) ancorato ancora a valori letterari ottocenteschi, l’importante era il valore d’invenzione continua sulla realtà, che si traduceva per Vittorini nel desiderio, frase per frase, di riscoprire con nuovo piacere le impressioni fuggevoli e quotidiane: era questo l’unico modo per riallacciare la letteratura alla vita, alla storia della gioventù contemporanea.

Si accetta così un Tobino “scontroso e puntiglioso” (“Il deserto della Libia”, n.7, 1952) nel raccontare di una gioventù irrequieta chiamata alle armi dall’ipnosi fascista – Mario Tobino ricordiamo passerà poi a pubblicare nei “Coralli” con “La brace dei Biassoli” nel 1956 – e un esordiente Giovanni Arpino, ventiquattrenne appena, ma “disinvolto” e quasi picaresco nella descrizione della giovane società del dopoguerra attraverso descrizioni “ora d’origine semplicemente visiva e ora veramente sofferta, ora pittoresca, occasionale, avventurosa, e ora invece di portata drammatica” (“Sei stato felice, Giovanni”, n. 10, 1952).

Ancorarsi alla storia tenendo presente l’esperienza individuale significava dare nuove scosse a una letteratura neorealista ingessata nei grandi eventi, tanto da incarnarsi completamente in essi e finendo poi per cadere nel silenzio o, che è anche peggio, nella consacrazione della parola: e non era cronachismo ostentato o tacita “autofiction” – per altro anacronistica -, ma inquietudine, delusione e desiderio di appropriarsi di libertà ripristinate espressi attraverso la letteratura.

Così del resto scriveva Vittorini a proposito di Beppe Fenoglio, esordiente su cui puntò, pur con qualche riserva per il suo “piglio moderno e la lingua facile” (“La Malora, n. 33, 1954):

«Con Beppe Fenoglio la nostra collana presenta un nome del tutto nuovo alla letteratura. […] Fuori d’ogni descrittiva regionalistica, Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui si articolano i rapporti umani, un “gusto barbarico” che persiste come gusto di vita non solo nel costume del retroterra piemontese ( Fenoglio era nato ad Alba). Ed è questo sapore “barbaro” a caratterizzare i racconti che ora presentiamo, rievocanti episodi partigiani o l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra. Sono racconti pieni di fatti, con un’evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile, ma asciutto ed esatto».

Realismo come tensione conoscitiva, anti-abitudine, innamoramento per il particolare, è questa la lezione, ancora attuale di Vittorini. E dove oggi la letteratura si ibrida tra cronaca e fiction, passando per quella moda pervasiva del reality mediatico di massa, dovremmo forse guardare a simili autori per ritornare a sporgerci nel profondo che si muove sotto il presente.

«Un libro non è soltanto “mio” o “tuo”, né rappresenta solo il “mio” contributo alla verità, il “mio” sforzo di ricerca della verità , e la ” mia” capacità di realizzazione letteraria. Un libro è un riflesso più o meno diretto, e più o meno contorto, più o meno alterato, della verità obbiettiva, e molto in un libro, anche all’insaputa dello scrittore, specie in un libro mancato, può essere verità rimasta grezza».

(E. Vittorini, Prefazione al Garofano Rosso, Mondadori, 1948)

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