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Vittorini e il pubblico dei Gettoni

vittorini | novaro

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.5:

Il pubblico dei “Gettoni”: il risvolto come linguaggio amoroso tra editore e lettore

 

 

«Singolare cosmonauta, eccomi attraversare mondi e mondi, senza fermarmi a nessuno d’essi: il candore dalla carta, la forma dei segni, la figura delle parole, le regole della lingua, le esigenze del messaggio, la profusione dei sensi che si connettono. E uno stesso infinito viaggio nell’altra direzione, dalla parte di chi scrive. […] Da una parte e dall’altra, la scrittura-lettura si dilata all’infinito, impegna l’uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che non potrà mai fermarsi da nessuna parte».

(R. Barthes, Variazioni sulla scrittura, Einaudi, Torino, 1999, p.58)

Abbiamo sinora inquadrato la vicenda editoriale dei “Gettoni” all’interno del profilo letterario del secondo Novecento e dei suoi autori, incentrando il suo discorso di collana attorno alla figura del direttore Vittorini, intellettuale curioso del mondo a tal punto da servirsi della scrittura per completarlo, per scrutarlo, in una parola frugarlo.

Egli adoperò il libro come versatile utensile della cultura, non di quella che appaga nel solo ed esclusivo attimo della scoperta del nuovo – quasi come un fumatore che in astinenza placa subito nel fumo una smania – ma di quella avvolgente, divagante e mai sazia attraverso cui indagare, discernere e alla fine capire, conoscere. Ed ecco che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sulla scia dello strutturalismo francese prima e del post-strutturalismo poi, Vittorini (e così come lui gran parte dell’editoria culturale inevitabilmente influenzata da tali correnti, se pur in diversi anni) inaugura quella particolare attenzione alla ricezione e al pubblico palesata attraverso la cura del paratesto editoriale, e come sappiamo dei risvolti.

In quella stretta gabbia retorica si trattava di dire poche ed essenziali parole, come quando impacciati presentiamo un caro amico a un conoscente. E superando l’imbarazzo che c’è in tutte le presentazioni lasciamo che i due si scoprano a vicenda, senza dire troppo dell’amico e troppo poco dell’altro. Il risvolto vittoriniano è una sottile critica in breve – direbbe Berardinelli – ma non di quella che definisce un libro per “farlo fuori”, per farne cioè esplodere la vacuità, bensì di quella che, per amore, si vieta di concludere, vuole continuare, vuole amare altre volte senza toccare il fondo, e nella sua brevità trova quel magico sospendersi. L’editore è l’amante, il lettore è l’amato, lo scritto di copertina il loro linguaggio amoroso.

Nei primi anni Cinquanta, a un anno appena dall’uscita dei primi quattro gettoni, Vittorini, in un’intervista rilasciata per la rivista “La Fiera Letteraria”, diceva:

«Vi è un pubblico che sa soltanto ricevere. E vi è un pubblico che ritrasmette, trasformandolo, quello che riceve. È per quest’ultimo pubblico che io cerco di scrivere. […] Quello che mi importa, nei riguardi dei più, è che un libro risponda a qualche esigenza generale. Ma gli uomini hanno esigenze che sanno di avere ed esigenze che non sanno ancora di avere. E la più preziosa possibilità dell’arte è appunto di capire queste esigenze che non sappiamo ancora di avere, queste domande che non sappiamo di porre, e di renderle note. Si capisce che chi mette le proprie ambizioni su una possibilità simile dev’essere preparato a trovare il suo pubblico (piccolo o grande, diretto o indiretto) molto lentamente».

(“La Fiera Letteraria, a. VII, n.36, 7 settembre 1952)

Scrittura, lettura e interpretazione sono pratiche collaterali e complementari, questo lo sapeva bene l’editore Vittorini che, senza lasciare mai nulla al caso, attraverso il suo lavoro editoriale puntava a educare i lettori alla ricerca del libro, piuttosto che pubblicare libri alla ricerca dei lettori. E destinatari ideali furono, pertanto, i lettori einaudiani, che Ferretti definisce “lettori unitari, colti e severi quanto vivaci e curiosi, aperti a discipline e linguaggi specifici, a letture letterarie e non”, quella parte, aggiungeremo, di pubblico, pur ristretto, alla ricerca di case di innovazione che completa, ancora oggi in una sorta di divisione di ruoli, il mercato editoriale di diffusione.

In questi termini, possiamo senza dubbio affermare che Vittorini anticipò in Italia, a suo modo, le tendenze della neoermeneutica in campo editoriale, di lì a pochi anni rintracciabili nelle quarte o nelle note di Debenedetti, Calvino, Bassani, Riva, Sciascia, Bazlen e tanti altri intellettuali militanti, che contribuirono a rendere la mediazione editoriale l’arte del faire plaisir, l’arte cioè di predisporre per quella comunità dispersa di lettori un luogo e una forma che sappia accoglierla e nutrirla.

Il libro non è più un prodotto ma il frutto di una produzione, e vede instaurarsi un processo incessante di rettifica tra interprete e opera. Il risvolto è uno dei luoghi di questo dialogo, che – prendendo in prestito il concetto di edonismo della lettura del critico e semiologo Roland Barthes – ci piace definire “di piacere”: un’unione cioè inscindibile tra appagamento e smarrimento, quella particolare simbiosi tra plaisir – piacere di una lettura condivisa- e jouissance – godimento individuale nel portare alla deriva tale appagamento.

Come in un incontro tra due amanti agli esordi:

«(I due non si conoscono ancora. Bisogna quindi che si raccontino: “Ecco cosa sono”. È il piacere narrativo, quello che al tempo stesso appaga e ritarda la conoscenza, quello che, in una parola, rilancia. Nell’incontro amoroso, io non smetto di rimbalzare, sono leggero)».

(R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino, 2014, p.111)

Così nella lettura accade che il libro venga scrutato come il corpo dell’amato in ogni suo minimo dettaglio. Il lettore amante osserva l’oggetto del desiderio come ammaliato o stuzzicato dall’arte dell’editore, sarto d’amore: ma la vera magia è il senso, la forma, che il libro prenderà di lettura in lettura.

Il lettore “di piacere” risponde, dunque, all’ideale ricercato da Vittorini: quel consumatore-produttore di cultura che attiva la letteratura, condividendone i significati e stravolgendoli, anche davanti alla ripetizione, trasformata nel godimento di una ri-scoperta. Leggendo, scriveva:

«Noi possiamo sostare a riflettere su ogni rigo, su ogni suo nesso logico o analogico, su ogni sua associazione, in un modo che ne varia ( o allarga o restringe o rallenta o accelera o sviluppa o sposta) il significato. […] noi insomma svolgiamo in essa una nostra azione di lettori- collaboratori che modifica[…] sul piano stesso della fantasia, traendone una nostra libera applicazione al mondo, alla vita, alle cose, che può per altro mutare di lettura in lettura».

(E. Vittorini, La lettura attiva, in «Il Menabò», n.7, 1964)

Vittorini sapeva come comunicare tutto ciò ai suoi lettori e non stupisce, infatti, la scelta del pronome inclusivo di prima persona plurale (noi) ricorrente nella quasi totalità dei risvolti, poiché è l’unico modo per l’editore di eliminare metaforicamente l’impasse di una conversazione a distanza, chiamando così chi legge a far parte integrante di comunità discorsive. Poi, come uno scienziato a metà della sua ricerca, trae i risultati dei primi tre anni di pubblicazioni ed esperimenti letterari, dedicando un proprio omaggio al pubblico dei gettoni, e lo fa in un unico e lungo risvolto, che si ripete nella trilogia di tre opere straniere edite nell’anno 1954. Parliamo degli americani Wright Morris (Il padre dell’eroe, n.25, 1954) e Nelson Algren (Le notti di Chicago, n. 31, 1954) e del francese Robert Antelme (La specie umana, n. 32, 1954).

Le tre pubblicazioni straniere furono un ulteriore banco di prova per i lettori, a confronto con le tendenze contemporanee di altri paesi, e una rischiosa scommessa per il direttore di collana, dopo il maggior successo avuto dalla Duras (Una diga sul Pacifico, n.4, 1951) nei confronti dei tre o quattro gettoni italiani che l’avevano preceduta (fatto quest’ultimo che indusse Vittorini a sospendere le ricerche di scrittori stranieri e a concentrare gli sforzi della casa editrice nella scelta degli italiani). Ma adesso, scrive:

«La collana s’è affermata appunto nel senso che volevamo. Abbiamo trovato un pubblico che non cerca solo di dilettarsi e non ha interessi solo di consumatore. L’abbiamo trovato di gente che prova gusto a coltivare, a far crescere, a provocare, insomma a partecipare; e che ama questa parte attiva che si può avere, pur senza scrivere un rigo, nello svolgimento d’una letteratura: formando intorno a chi si forma un ambiente che favorisca e magari corregga la sua formazione. Un pubblico simile non corre più alcun rischio di comportarsi coi libri come se fossero sigarette o cioccolatini, e di preferirli garantiti dalla doppia cernita che subiscono le cose importate. Ormai è un pubblico che ci tiene a essere un’incubatrice, o almeno un banco di prova».

Un pubblico simile, conclude:

«Può amare i libri che gli vengono di fuori, per quello che gli dicono di fuori, ma non smetterà più di amare i libri di dentro, e i tentativi e i germogli di dentro, per tutto quello che gli dicono di lui stesso».

Davvero una dedica notevole, che nobilita il lettore a interlocutore primo con cui confrontarsi per scuotere quanto di nuovo la letteratura potesse produrre per rispondere alle mutate esigenze sociali del dopoguerra. Continua, infatti:

«All’esigenza generica del pubblico generico si è sostituito in lui un complesso di esigenze specifiche. I gettoni italiani corrispondono a una di queste esigenze specifiche. La pubblicazione che oggi riprendiamo di gettoni stranieri potrà rispondere a un’altra di esse».

Come per i gettoni italiani, così tra gli stranieri trovano posto nelle scelte di collana scrittori d’esperienza, soldati (Gascar, Rohmer) e prigionieri di guerra (Antelme), e di vocazione, anche agli esordi (Morris, Algren, Dylan Thomas, Borges).

C’è insomma la letteratura contemporanea colta nella sua validità documentaria, come per L’espèce humaine, di cui Vittorini scrive:

«È un libro che ha la particolarità di saper innalzare un inno alla vita e alla specie cui apparteniamo pur narrando solo dell’umile lotta individuale per sopravvivere. Ma è che ne tratta, di questa lotta, come dell’eroismo più grande, e con l’aria di credere che ogni nostro diritto sia in fondo (al di là della consumazione personale) un nostro preciso dovere».

O apprezzata per la forza bizzarra di critica e di denuncia che “bonariamente satiric[a], liquida l’aspetto mitologico delle cose ma esaltando le cose stesse” ( dal risvolto di W. Morris, n.25). Senza tuttavia dimenticare il filone eccentrico e fantastico (J. Luis Borges, La biblioteca di Babele, n.43, 1955), il racconto di quel labirinto parallelo alla realtà dell’uomo che ne può essere prigione o fuga.

Ed è rileggendo simili storie dell’editoria che capiamo quanto abbia ancora un senso parlare di lavoro in senso critico della letteratura, di edonismo della lettura in quanto pratica sociale, poiché spetta a chi prende parte di una cultura affilarne gli strumenti e decidere se stereotiparne o liberarne la forza rivelatrice.

«Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio. Il turbamento nasce da un duplice contatto: da una parte, tutta un’attività del discorso assume con discrezione, indirettamente, un significato unico, che è “io ti desidero”, e lo libera, lo alimenta, lo ramifica, lo fa esplodere (il linguaggio prende gusto a toccarsi da solo); dall’altra, avvolgo l’altro nelle parole, lo blandisco, lo sfioro, alimento questo sfioramento, mi prodigo per far durare il commento al quale sottometto la relazione»

(R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, p. 77)

«Un libro non è soltanto “mio” o “tuo”, né rappresenta solo il “mio” contributo alla verità, il “mio” sforzo di ricerca della verità , e la ” mia” capacità di realizzazione letteraria. Un libro è un riflesso più o meno diretto, e più o meno contorto, più o meno alterato, della verità obbiettiva, e molto in un libro, anche all’insaputa dello scrittore, specie in un libro mancato, può essere verità rimasta grezza».

(E. Vittorini, Prefazione al Garofano Rosso, Mondadori, 1948)

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