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VITTORINI e i GETTONI Einaudi

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Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.2: Vittorini e i gettonisti. Storia di un’avventura in Casa Einaudi

 

 

«propongo per titolo “I gettoni” per i molti sensi che la parola può avere di gettone per il telefono ( e cioè di chiave per comunicare), di gettone per il gioco ( e cioè con un valore che varia da un minimo a un massimo) e di gettone come pollone, germoglio, ecc. – Poi suscita immagini metalliche e cittadine».

(Lettera a Italo Calvino, 25 febbraio 1951)

 

 

Dire “I Gettoni” è dire inequivocabilmente Vittorini. Ma, rileggere la storia di una delle collane più significative del dopoguerra, fortemente influenzata dal ruolo maieutico del suo direttore, è un po’ come aggiungere un nuovo ordito alla variegata trama dell’editoria letteraria italiana.

“Le Silerchie” di Debenedetti, “Il tornasole” di Gallo e Sereni, “La memoria” di Sciascia, “Le Comete” di Valerio Riva, l’editoria ne ha da vantare di avventure, mostrandoci, in modi e circostanze differenti, quanto il ruolo della macchina editoriale sia protagonista dietro – e a volte accanto – il successo di opere e autori.

Quella dei “Gettoni” è una storia affascinante e piena di possibili nuovi spunti nell’ambito delle ricerche di cultura editoriale: il discorso di collana, gli autori, la curata veste di volumi sfornati per comunicare ( e condividere) nuovi stimoli letterari, la figura stessa del direttore Vittorini, ne fanno ancora oggi uno dei casi editoriali più avvincenti da indagare.

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Collana di letteratura sperimentale per eccellenza in casa Einaudi, i “Gettoni” di Vittorini svilupparono, testo dopo testo, un discorso creativo e critico, e realizzarono un’organica rappresentazione della mobilità della realtà sociale dell’Italia degli anni Cinquanta, a metà tra il passato del dopoguerra e il futuro prossimo del consumismo.

La loro nascita è da collocarsi in sostanziale continuità con il discorso letterario iniziato da Vittorini negli anni del “Politecnico” e, più in generale, con la linea editoriale einaudiana, attenta sin dalla sua nascita a una ricerca culturale guidata su percorsi di sperimentalismo. Già nel 1948 Vittorini scriveva del progetto di una “serie azzurra”, antologia di volumi collettivi e monotematici a metà tra racconto e testimonianza “delle aspirazioni letterarie della generazione di dopo il ‘45”, poi trasformatasi nell’idea di una seconda collana di “opuscoli o corpuscoli per scritti ( racconti o saggi o poesie) oscillanti tra le 16 e le 64 pagine”.

Si trattava di ipotesi e progetti mai realizzati, ma che tra il ’49 e il ’51 confluirono poi nei “Gettoni”: la collana antiaccademica che, sotto l’egida del suo direttore, lanciò scrittori nuovi capaci di indicare nuove strade alla giovane narrativa ed editoria italiana, bloccata ( a detta di Vittorini) negli stereotipi del realismo tradizionale e delle sue varianti impressionistiche.

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Liberare le vie del realismo dando «spazio e respiro ai momenti più umili, più usuali e discreti, accenderli di fantasia e di felicità, raccoglierli e farne storia»: questi erano gli obiettivi della collana. Ma cos’è poi in fondo il realismo, se non l’impossibile pedinamento delle infinite sfumature di ciò che usiamo chiamare realtà? L’instancabile corsa di una mamma che tenta, in tutti i modi, di far calzare a pennello una maglietta sempre fuori misura al figlio ribelle.

Quel genitore ostinato fu Elio Vittorini, talent scout dall’editing più o meno spregiudicato, che, consapevole di far letteratura giorno dopo giorno, formava, seguiva e correggeva con passione e rigore critico i suoi giovani “gettonisti”, quei germogli su cui scommettere per comunicare il senso eccitato di una realtà, a suo parere, perennemente neonata.

Un progetto editoriale ambizioso, calamita per i critici lettori einaudiani e sperimentale nella forma, il tutto condensato in un prodotto finale ( il libro) volutamente povero e disadorno, nella carta e nella grafica, quasi a volersi presentare come materiale grezzo per la costruzione di nuovi racconti, quelli che sarebbero scaturiti da una lettura partecipativa e che «ama quella parte attiva che si può avere, pur senza scrivere un rigo, nello svolgimento d’una letteratura».

Assieme al titolo, dunque, venne fuori l’idea del risvolto sul risguardo della terza pagina di copertina, collocato poi, a partire dalla quarta uscita, su quello di prima di copertina, con eventuale seguito nell’aletta della quarta: un pratico sostituto delle allora comuni schede editoriali interne, indubbiamente più costose e precarie, che in mano a Vittorini divenne una sorta di diario pubblico nel quale intrecciare i fili di un dialogo tra scrittori e lettori. Il libro diventava così testo parlante.

Vittorini reperiva, raccoglieva, esaminava i manoscritti con l’ausilio di alcuni collaboratori milanesi – Vito Camerano, Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso – e, una volta scelto il testo da dare alle stampe (decisione alla quale contribuivano, non senza qualche polemica, Natalia Ginzburg e Italo Calvino), interveniva di suo pugno nel risvolto.

«Li correggeva, li limava, preoccupato – scrive Arbasino – come un padre di mandare a spasso una figlia troppo scollata». Folgoranti nella loro brevità, i risvolti vittoriniani presentavano schizzi d’autore e lapidarie descrizioni del romanzo, informando il lettore della gestazione dell’opera o dei difetti dello stesso scrittore, quasi a destabilizzarlo dinanzi alla lettura che sta per intraprendere.

Il direttore suggeriva una lettura critica, e non esitava a mettere a conoscenza il pubblico del proprio dissenso o delle poche volte in cui era stato costretto a dare alle stampe un libro del quale non era affatto convinto. Lontana dall’essere uno scritto pubblicitario rivolto al lettore/acquirente, la bandella, siglata in calce E.V., aspirava ad avere sempre gli stessi lettori di libro in libro, come se ogni numero dei Gettoni fosse il fascicolo di una rivista (come fu anche definita la collana), attraverso cui intrattenere un dialogo a distanza, condotto attentamente risvolto dopo risvolto.

Ed è così che noi oggi li rileggiamo, come il racconto a puntate di una grande stagione letteraria.

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50 titoli italiani e 8 stranieri. Sette anni di sondaggi e rivelazioni letterarie, dal debutto con Lucentini alla chiusura con Della Mea, per i quali passarono gli allora neofiti Lalla Romano, Leonardo Sciascia, Carlo Cassola, Giovanni Testori, Beppe Fenoglio e Anna Maria Ortese, i freschi di successo della critica come Calvino e, non per ultimi, quegli scrittori d’esperienza (pittori, insegnati, operai, medici, giornalisti e magistrati) che come vampiri della loro generazione succhiarono la vita per risorgere.

Ma, tempi nuovi esigono sempre nuove cose. Ed è così che agli esordi degli anni Sessanta, la collana si spense tra il disimpegno dell’editore torinese, le difficoltà economiche di un editoria che evolveva lentamente verso la tascabilizzazione dell’era del boom e l’insoddisfazione culturale di Vittorini, tradottasi in disaffezione, quando già l’anno successivo avrebbe sfornato insieme a Calvino la rivista «Il Menabò».

Ne fallì il nome, sì, ma non ne fallì il senso, anticipatore di mode editoriali successive sempre più attente al lettore e a una letteratura all’altezza della società. E fu questa impaziente volontà di captare le discontinuità del mondo e delle cose per non farsi cogliere impreparato che fece di Vittorini un “dio dell’anticipazione”, un intellettuale, cioè, proiettato verso la ricerca di forme alternative della comunicazione editoriale a servizio della creatività altrui.

Proporremo nei post successivi l’analisi di alcuni dei risvolti più significativi della collana, quelle soglie al testo, aperte da Vittorini, tra scrittori e lettori ed eternamente impazienti di essere attraversate.

 

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Scannerizzazioni da:

 

– VITTORINI E., Gli anni del ”Politecnico”. Lettere 1945-1951, Minoia C. ( a cura di), Einaudi, Torino, 1977.

 

– Ferretti G.C., L’editore Vittorini, Einaudi, Torino, 1992.

 

– Crovi R., Vittorini cavalcava la tigre, Avagliano, Roma, 2006.

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