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VITTORINI, CALVINO, i Gettoni Einaudi

vittorini | novaro

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.3: Calvino come un haiku: due gettoni tra fiaba e realtà

 

 

«Credeva nel dio nascosto nei manoscritti dei giovani; ma dei giovani gli interessava quanto era contestazione della letteratura già affermata, fosse pure della sua propria letteratura».

(I. Calvino, «Il Confronto», II, 10, luglio-settembre, 1966)

Così scriveva Italo Calvino, a soli cinque mesi dalla morte di Vittorini, ricordandone la figura di intellettuale maieuta e di direttore editoriale intransigente. Sperimentare senza riserve, era quasi un diktat per Vittorini, e lo trasmise da buon maestro a un’intera generazione di scrittori degli anni ’50: quella leva che non aveva radici in altro che nella propria epoca, ed era in essa che cercava cosa valesse l’uomo.

Il progetto editorial-letterario che Vittorini portava avanti con “I gettoni” era in fondo quello di pescar fuori dal coro postbellico dei soldati o dei testimoni provinciali le voci di timbro genuino che aprissero alla letteratura nuove possibilità d’agire sulla storia. Come? Implicando la scrittura nei rapporti che legano tra loro i vari interessi umani, senza la pretesa di spiegarli del tutto, ma di rincorrerli per afferrarne un aspetto.

Memorie di prigionia, racconti della Resistenza, paesaggi lirici, giovinezze contadine e vicende familiari di realtà regionali e sociali del paese (specialmente del Meridione) diventavano così il contenitore ironico e amaro degli assilli – termine più volte ripetuto lungo i 58 risvolti e ben 3 volte solo in quello per Ottieri, Memorie dell’Incoscienza, n.23 – dell’animo umano, scrollatosi di dosso il compianto della Grande Guerra e adesso in corsa sui nuovi binari di un’Italia industrializzata e istituzionalizzata.

*

Un “gettone” aspirava a raccontare la realtà a parole nuove, e nello stesso tempo offriva una storia, potremmo dire aperta, che cioè stava in piedi come storia per una prevedibile logica di immagini, ma che cominciava la sua vera vita nel gioco imprevedibile di domande e risposte suscitate nei lettori.

Il risvolto di copertina, in mano al suo direttore, era il dado di sfida, il testo pubblicato, invece, era la scacchiera di un incontro tra scrittori e lettori, legati via via al tavolo da gioco da pagine ora autobiografiche, caratterizzate cioè da una fresca validità documentaria, ora artificiose e bizzarre, ma comunque creative.

Ed è per questa forza eccentrica che, in una collana che passò quasi tutta per neo-realista, ritroviamo anche racconti con un senso capriccioso di fiaba: storie che per tocchi lirici, vedi Le metamorfosi di Lalla Romano, o attraverso personaggi unici (Il visconte di Calvino o La tigre di Antonielli) dipingevano le inquietudini della società contemporanea per superarle.

Tra questi testi, ci piace commentare i risvolti che Vittorini si riservò per Il visconte dimezzato (nono gettone, 1952) e L’entrata in guerra (ventisettesimo, 1954) di Italo Calvino, e per tre ordini di motivi: a) perché presentano sotto lo stesso autore, quasi fossero numeri della stessa rivista, le due principali linee di tendenza della collana; b) perché contengono tutti gli elementi salienti dei risvolti vittoriniani e c) perché non ci sembrava modo migliore, per omaggiare un burattinaio intellettuale quale fu Vittorini, che iniziare con un giocoliere delle parole quale Calvino.

 

Calvino | vittorini

 

Del Visconte Vittorini fu contento sin da subito, captandone la dirompente carica di novità. Lo valorizzò come espressione di una nuova tendenza di ricerca da parte dell’autore, sostenendone una pubblicazione in volume, nonostante la sua brevità; mentre Calvino aveva optato per una pubblicazione in rivista, considerando il romanzo fantastico un’opera minore rispetto ai racconti neorealisti, ritenuti maggiormente “impegnati”. Eppure di lì a poco, lo stesso Calvino si sarebbe accorto come in quegli anni stesse solo rimescolando due aspetti – quello fantastico e quello realistico – che avrebbero caratterizzato, a fasi alterne, la sua intera scrittura.

«… In uggia con me stesso e con tutto, mi misi, come per un passatempo privato, a scrivere Il visconte dimezzato, nel 1951. Non avevo nessun proposito di sostenere una poetica piuttosto che un’altra. […] Certo risentivo, pur senza rendermene ben conto, dell’atmosfera di quegli anni, […] che non si manifestavano in immagini visibili ma dominavano i nostri animi. Ed ecco che scrivendo una storia completamente fantastica, mi ritrovai senz’accorgermene a esprimere non solo la sofferenza di quel particolare momento ma anche la spinta a uscirne; cioè non accettavo passivamente la realtà negativa ma riuscivo a riimmettervi il movimento, la spacconeria, la crudezza, l’economia di stile, l’ottimismo spietato che erano stati della letteratura della Resistenza».

(I.Calvino, Nota 1960, in I nostri antenati, Mondadori, 2009)

Tutto questo lo aveva già capito il direttore dei “gettoni” alla prima uscita del romanzo, e per tanto, si riservò un risvolto che, lungi dall’essere una critica al libro dall’eco censorio, continuava l’opera e le si sovrapponeva sdoppiandone i sensi, proponendone cioè degli altri per allettare i lettori al godimento di una lettura soggettiva e indisturbata.

Come un breve haiku giapponese che in soli tre versi introduce un argomento, lo approfondisce e ne produce un sottilissimo capovolgimento semantico, lasciando così una traccia che sta ai lettori cercare, così il risvolto di Vittorini per Calvino:

 

1. Introduce lo scrittore, fornendo al libro un’identità precisa e condivisibile:

 

Italo Calvino non è al suo primo libro, e nemmeno è scrittore misconosciuto dal pubblico o trascurato dalla critica. Anzi egli è l’unico, di quanti hanno cominciato a scrivere dopo il ’45, che possa considerarsi già affermato.

 

  1. Ne approfondisce la figura in termini di sospetto:

 

Ma ( parola di taglio – il kireji del nostro paragone) la generazione letteraria cui Calvino appartiene passa tutta per neo-realista e Calvino corre il rischio di passare semplicemente per l’unico buono tra i neo-realisti della seconda ondata.

 

  1. Dà un giudizio critico e lo deferisce ai lettori:

 

Mentre egli ha interessi che lo portano in più direzioni: la sintesi delle quali può prender forma […] sia in un senso di realismo a carica fiabesca sia in un senso di fiaba a carica realistica. Stavolta Calvino ci dà un libro in quest’ultimo senso, traendo dall’odierna realtà quotidiana interpretazioni fantastiche. […] A chi ritiene Calvino fermo sulle posizioni raggiunte ne Il sentiero dei nidi di ragno e in Ultimo viene il corvo riuscirà libro «nuovo» e noi ci gioviamo d’un tal modo di giudicare per avere il piacere di pubblicarlo in questa collezione di «nuovi».

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E a chi avesse apprezzato il filone fantastico di Calvino, ma ne fosse rimasto insoddisfatto, a distanza di soli due anni, Vittorini darà la possibilità di ritornare sulle sue pagine, come a un secondo appuntamento, con la stessa sfida e la stessa curiosità innescata dalle avventure del cavaliere Medardo di Terralba, divenute nel ’54 le inquietudini di giovani tra fascismo e antifascismo sul crinale degli anni ’39 – ’40.

Parliamo de “L’entrata in guerra” ( 1954, n.27), raccolta di tre racconti presentati da un risvolto, siglato in calce E.V., dai toni pungenti e senza alcuna riserva, nuovamente lì per aprire l’opera al suo pubblico, o meglio lo scrittore ai suoi lettori. E ancora una volta, ritroviamo le tre sezioni.

 

  1. Presentazione immediata dell’autore e dell’opera, stavolta con rivalutazioni critiche e voluti richiami al risvolto del Visconte, di cui se ne ripropone addirittura una parte per richiamarne la memoria:

 

Ecco Calvino a un quarto libro. Il primo fu Il sentiero dei nidi di ragno, subito dopo la guerra un romanzo. Secondo Ultimo viene il corvo. […] Terzo fu l’estroso racconto lungo del Visconte dimezzato, felice anche se non privo di qualche stridore meccanico. Appunto a proposito del Visconte noi scrivemmo: «Calvino ha interessi che lo portano in più direzioni, la sintesi delle quali può prender forma sia in un senso di realismo a carica fiabesca sia di fiaba a carica realistica». Con questo quarto libro è in senso di realismo a carica fiabesca che Calvino rimette in movimento i propri interessi e li riordina e concerta.

 

  1. Approfondisce il primo parere:

 

Ma per fare, pur senza parere, un nuovo passo in avanti. Poiché, almeno in uno dei tre anelli di cui la catena narrativa è composta, e cioè nella storia degli Avanguardisti a Mentone, egli ha saputo risolvere interamente in realtà anche i bagliori e il fumo della sua memoria.

 

  1. Chiama a giudizio il pubblico di lettori, lasciando in sospeso un quesito:

 

Avrà acquistato insieme la capacità di risolvere interamente in bagliori e fumo i dati reali da cui muove quando scrive fiabe? Ad ogni modo il suo racconto su Mentone è forse il più maturo che la generazione di Calvino ci abbia dato finora.

 

E, infine, per fugare ogni dubbio sulla possibilità remota che Vittorini si lasciasse condurre da facili entusiasmi o dall’ossequio di amicizie intellettuali, da acuto direttore e uomo di cultura non si priva del gusto di presentare un altro testo in concorrenza al racconto edito: « Il racconto bellissimo di Domenico Rea in “Nuovi Argomenti”».

Critico spregiudicato, lettore tra i lettori e scrittore tra gli scrittori, Vittorini aveva la capacità di vivere le esperienze degli altri, farle proprie e rilanciarle al mondo, nella consapevolezza di aspettare impaziente sul fondo di una “pagina bianca”, gli avrebbe fatto coro Calvino; perché

«La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade. Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l’angolo che svolterai uscendo dal convento e non sai se ti metterà a faccia con un drago, uno stuolo barbaresco, un’isola incantata, un nuovo amore».

(I.Calvino, Il cavaliere inesistente, Einaudi, 1959)

 

E forse non ci saremmo aspettati migliore risposta da uno scrittore al suo maestro.

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L’entrata in guerra, Italo Calvino, Einaudi 1954

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