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Virginia Woolf, Ritratto della scrittrice da Giovane. Utet 2017. Recensione di Giuliana Giulietti.

Virginia Woolf, Ritratto della scrittrice da giovane / Lettere 1896–1912
con un saggio di Nadia Fusini
traduzione di Andrea Cane
selezione e apparati a cura di Samuela Serri
progetto grafico di xxy studio
336 pag.
rilegato con sovracoperta

Tesa alla bellezza, di Giuliana Giulietti

Il Volo della mente. Lettere 1888-1912 (The Flight of the mind) è il primo dei sei volumi dell’epistolario di Virginia Woolf curato da Nigel Nicolson e Joanne Trautmann e pubblicato da Einaudi nel 1980. Einaudi aveva acquistato i diritti italiani dell’edizione completa dell’epistolario ma il progetto restò incompiuto. Il sesto volume che raccoglie le lettere che vanno dal 1936 al 1941, anno della morte della scrittrice, non vide mai la luce. Con gran dispiacere delle lettrici e dei lettori comuni che non dispongono dell’edizione inglese e in più c’è da dire che i cinque libri Einaudi sono oggi pressoché irreperibili.

La recente uscita per i tipi della Utet di Virginia Woolf. Ritratto della scrittrice da giovane. Lettere 1896-1912 è perciò un evento di cui rallegrarsi. Introdotte da un bel saggio di Nadia Fusini, le lettere di Virginia Woolf sono una testimonianza straordinaria della sua personalità, delle sue amicizie, della dedizione con cui sin da ragazzina si dedica al suo piacere più grande: scrivere. Dalla prima all’ultima pagina del volume la scrittrice si firma Virginia Stephen. Porta ancora il nome del padre che cambierà con quello del marito Leonard Woolf quando, il 10 agosto 1912, diventerà Virginia Woolf. Nata il 25 gennaio 1882 Virginia, nella prima sezione di queste lettere (1896-1901), è un’adolescente allegra, intelligentissima, ironica, affettuosa, sportiva (pattina, va in bicicletta, fa gite in barca) e adora i pettegolezzi.

Oggi Nessa e io abbiamo fatto una lunga passeggiata da sole /…/ abbiamo camminato per chilometri e chilometri senza incontrare anima viva. Poi ci siamo sedute sul ciglio della strada a spettegolare: è stato “divino”.
(Lettera a Emma Vaughan dell’11 settembre 1899)

Nelle lettere così come nella vita, Virginia si diverte a giocare con i nomi propri: li storpia, li deforma, li trasforma, ne inventa di nuovi per sé, per i fratelli, la sorella, le amiche, gli amici. Lei è una “capra”, la cugina Emma Vaughan un “rospo”, la sorella Vanessa un “delfino”. Tutto quello che le accade vivendo, il quotidiano scorrere della vita, Virginia lo registra nelle lettere affinché nulla scivoli nell’oblio e perché nulla accade veramente se non viene descritto con le parole: la luce dei lampi e la pioggia che le gocciola sulla testa mentre infuria un temporale, le passeggiate a piedi e in carrozza, i corsi di greco e di storia che frequenta al King’s College di Londra; feste di compleanno, fidanzamenti, matrimoni, balli e vacanze.

Eppure questa adolescente vivace, ridente, felice conosce fin dall’età di tredici anni il dolore, il lutto, la malattia. La morte della madre, nel 1895, le aveva causato la sua prima crisi mentale. Nel 1897 muore la sorellastra Stella, nel 1904 ad andarsene è il padre e nel 1906 l’amatissimo fratello Thoby. Quando muore il padre, Virginia ha appena compiuto ventidue anni e di nuovo perde il senno, impazzisce. A prendersi cura di lei è l’amica Violet Dickinson che la conduce a vivere con sé, nella casa di Welwyn, sotto la sorveglianza di tre infermiere. Lì Virginia tenta il suicidio gettandosi da una finestra, ma guarisce e torna alla vita.

Oh Violet mia, se ci fosse un Dio lo ringrazierei per avermi fatta uscire sana e salva dalle sofferenze degli ultimi sei mesi. Tu non immagini quale gioia perfetta mi dia ora ogni attimo della mia vita /…/ Il dolore che provo adesso per la morte di papà, per esempio- è una cosa dolce, naturale, e rende la vita più degna di essere vissuta /…/ Ora che sto meglio, è curioso come le mie sensazioni fisiche siano più intense/…/ Muoio dalla voglia di riprendere a lavorare.
(Lettera a Violet Dickinson del 26 settembre 1904)

Virginia impara dunque molto presto a convivere con le crisi maniaco-depressive cui va soggetta, che iniziano – lei dice -“ con uno strano frullio di ali nella testa” e che sono in parte “crisi mistiche”.

“Nella mia mente succede qualcosa. Si rifiuta di continuare a registrare impressioni. Si chiude. Diventa crisalide. Sto sdraiata completamente inerte, spesso con acuta sofferenza fisica/…/ Poi, d’improvviso, scaturisce qualcosa/…/ una sensazione fortissima della vita che nasce, mista a quell’emozione che è l’essenza di ciò che sento, ma che sfugge a una descrizione/…/
(diario 16 febbraio 1930)

Per Virginia “la pazzia è un’esperienza formidabile” dinanzi alla quale non indietreggia, che affronta con coraggio; un’esperienza –rubo la frase a Liliana Rampello – “da non scartare, né dimenticare, piuttosto da vivere per i tesori di conoscenza che porta in superficie e che legano insieme la luce e l’ombra del nostro consapevole esistere”.

Molte lettere di questo volume- osserva Nadia Fusini- sono rivolte alle amiche: Violet Dickinson, Madge Vaughan, Nelly Cecil con le quali Virginia vive, prima ancora che nasca Bloomsbury, un’esperienza di libertà in conversazione. Grazie a questi contatti femminili inizierà la sua carriera di giornalista letteraria. Sono loro, le amiche, a offrirle l’aiuto concreto per ottenere un lavoro, crearsi una professione che la emancipa economicamente e le permette di esprimersi intellettualmente. Virginia scrive articoli e recensioni per “The Guardian”, “The Cornhill”, “ The Times Literary Supplement”. Contemporaneamente si iscrive al Movimento per il suffragio universale e va insegnare al Morley College una scuola serale per donne lavoratrici.

Della ragazza e poi giovane donna che incontro nelle successive sezioni delle lettere mi colpiscono l’entusiasmo, l’intelligenza, il coraggio, l’energia, la luminosa profondità della mente. Nell’agosto del 1908, Virginia si reca da sola a Wells,nel Somerset, e poi a Manorbier, nel Galles, dove porta avanti la stesura del suo primo romanzo, Melymbrosia che diventerà The Voyage out, (La Crociera, 1915). Come il padre, Sir Leslie Stephen, Virginia è una grande camminatrice così nelle pause di lavoro se ne va per colline, spiagge e scogliere in compagnia dei due cani, Hans e Gurth, delle proprie emozioni e fantasticherie.

Fantastico sul mio avvenire, decido quale libro devo scrivere, penso a come riformerò il romanzo, catturando una quantità di cose che per adesso sono sfuggenti, e creando infinite forme strane. (Lettera a Clive Bell, 19 agosto 1908)

A ventisei anni Virginia intuisce già il proprio genio e quello che vuole fare (e farà): riformare il romanzo, rivoluzionare i canoni della critica e del genere biografico. La ricerca di una nuova forma ossia di una parola capace di catturare “la corrente della vita”, il suo incessante fluire, il suo ritmo, è al cuore dell’avventura umana e artistica di Virginia Woolf.
Un racconto, un romanzo, un saggio, una nota sul diario, una lettera, sempre le pongono la medesima sfida, sempre Virginia si interroga sulla forma che pratica.

Una lettera dovrebbe essere limpida come una pietra preziosa, uniforme come un guscio d’uovo, e trasparente come vetro.
(Lettera a Violet Dickinson del 16 dicembre 1906)

Sin dalle sue prime lettere la giovane artista si interroga sul valore della comunicazione epistolare e ne riconosce –scrive Fusini– la funzione formativa e il valore in quanto creazione di uno spazio di ascolto. “Il modo migliore di rendere viva una lettera “– scrive a Vanessa –“ è l’interesse verso gli altri.”
Ed è precisamente l’interesse per le relazioni umane ad animare la scrittura di queste lettere meravigliose, abitate da una parola spontanea, vivace, affettuosa, talvolta maliziosa e pungente. Una parola che si muove verso le altre e gli altri, invitandoli al dialogo e all’amicizia. Lettere nelle quali, dice Nicolson, sembra quasi di sentire il tono della voce di Virginia.

Nel settembre del 1908 Virginia parte per l’ Italia con la sorella Vanessa e il cognato Clive Bell. Visitano Milano, Siena, Perugia dove Virginia osserva un affresco del Perugino meditando sulla bellezza silenziosa, immota, sigillata, che si trova davanti. Nessuna azione, nessuna relazione tra le figure rappresentate.
Non esiste forse un diverso tipo di bellezza? –si chiede. Non ha ancora pubblicato nessun romanzo, Virginia, ma sarà una scrittrice perché anche lei vuole esprimere la bellezza della vita e del mondo. Ma non nella forma proposta dal grande artista rinascimentale. Lei cerca un’altra forma, vuole una bellezza in movimento, frutto di un conflitto.
Io tendo a un diverso tipo di bellezza – annota nel taccuino di viaggio – a raggiungere la simmetria per mezzo di discordanze infinite, mostrando tutte le tracce del passaggio della mente attraverso il mondo; ottengo infine una sorta di intero, composto di frammenti luccicanti; a me sembra questo il processo naturale, il volo della mente”.

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