Non starò a raccontarvi delle storie

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Sebastiano Vassalli, Tempo di massacro; Einaudi Letteratura, 3

→ Sebastiano Vassalli, Tempo di màssacro. Romanzo di concentramento e sterminio; 1970, Torino, Einaudi.
1a ed.; (Einaudi Letteratura, 3); 166 pp.; brossura; 20,5×12,5 cm.

↓ [in coda, una lunga nota al testo]

nome della collana e numero d’ordine indicati alla copertina e al recto della guardia anteriore
titolo indicato al dorso, alla copertina, al frontespizio e alle pagine pari, in alto, giustificato a sinistra
responsabilità di direzione non indicata [Giulio Bollati e Paolo Fossati]
responsabilità grafica non indicata [Bruno Munari]
marchio della casa editrice presente al dorso (in colore rosso, dopo indicazione del cognome dell’autore e titolo dell’opera); al frontespizio [p. 3] (centrato, dopo autore / titolo / responsabilità della traduzione]

alla pagina dello stampatore [p. 167]: Finito di stampare in Torino il 17 gennaio 1970 / per i tipi della Casa editrice Einaudi [un mese dopo il titolo precedente]
al colophon: Copyright © 1970 Einaudi editore s.p.a., Torino

→ Indice [che rispetta solo in parte le indicazioni in capo ad ogni parte del volume, sia per sottrazione di parti del titolo, che per variazione, che per assenza di intere parti, n.d.r.]:
prima parte
a) de la guerra individuale
p. 20: contra sè medesimi
21: contra nèmico individuale
24: contra nèmico pubblico singolo
25: contra gruppi, confraternite, socità private & zionistiche
27: contra categorie socciali, pàrtiti pòlici ecc.
29: contra interi pòppoli
30: contra l’hispecie umana, totale di metafisico màssacro: questa è guerriglia poetica
b) de la guerra d’un gruppo
34: contra sé medesimo
35: contra nèmico singolo
36: contra gruppo nèmico intralciatore in trallazzo
37: contra gruppi, confraternite, s.p.a. & politici
38: contra d’un pòppolo
40: contra l’hispecie umana, totale di metafisico màssacro, questa è guerriglia poetica
seconda parte
a) de la guerra
46: di pòppoli contra d’un singolo
48: di pòppoli contra plutocrati affamatori canàgliole
49: di semipòppolo con semipòppolo, per semi màssacro (civile)
50: di pòppoli contr’altri pòppoli & serciti
51: di pòppoli contra l’hispecie finitime, od antipatiche, o incomode
86: b) per guerra metafisica o totale di màssacro
90: de’ fini utopistici
92: della guerriglia poetica per induzione d’avvento
terza parte
a) de la guerra come necessità trinseca storica subdola:
103: gomentazioni di genere per illustrare l’assunto
107: siderazioni retrospettive
110: revisioni d’azzardo per i futuri e commesse
b) de’ modi atti a vitare ludere guerra utopistici:
114: della sterilizzazione plicata su scala grande di pòppoli
116: del suicidio tribale plicato su scala grande di pòppoli
117: de la difficile sapevolezza di germinale stinenza
118: c) pendìce: de le false strade esche da lenza «progresso» che non conducono a màssacro:
119 I) de la siddetta rivoluzzione sociale con fini nomici e litici, per trauma rovesciamento di stituzioni, e combustione copula delle medesime, fermi restando come i supporti e i supposti
120: II) de la suddetta rivoluzzione sessuale, siderazioni e postille
122 III) de’ ricorrenti rigurgiti della parola «pace», siderazioni e commenti
124: IV) de la fermentazione narchica contestataria foruncolare nostrana parabola
quarta parte
127: tempo di copula (: de la copula come ternanza possibile sostitutiva di màssacro)
quinta parte
135: tempo di disfaso (: del disfaso come ternanza possibile sostitutiva de màssacro)
esercitazioni (teatro)
143: a) esercitazioni di màssacro
149: b) esercitazioni di copula
153: c) esempi di disfaso

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Nota al testo

Nel pieghevole allegato ai primi volumi, che conteneva le linee programmatiche della collana e i primi titoli, Tempo di màssacro era indicato come quarta uscita, come terzo era previsto Lei, di Lawrence Ferlinghetti, che invece uscirà dopo: “Tempo di màssacro di Sebastiano Vassalli – sotto le mentite spoglie di un trattato rinascimentale, alla maniera di un’Arte della guerra pseudomacchiavellica – enumera impassibile i mezzi e i fini di un imminente sterminio collettivo. Libro di grande rigore stilistico, Tempo di màssacro è il manuale-pamphlet di un giovane (Vassalli ha ventott’anni) che si fa interprete dello sdegno della sua generazione verso il mondo.”

Sebastiano Vassalli morirà nel 2015; il volume, a oggi, non è più stato pubblicato, malgrado il successo di pubblico che Vassalli ebbe negli anni Novanta, seppur con testi dai toni e dalla lingua decisamente più semplici (vedi L’oro del mondo, Einaudi, 1987, poi Interlinea, 2014; La chimera, Einaudi, 1990; Mondadori, 1996, Fabbri, 2001).

Nota al testo, ma come pretesto per scrivere a proposito della collana «Einaudi Letteratura»

Cinquant’anni dopo, la scelta di pubblicare Tempo di màssacro, nell’evidenziare la distanza dalla pratiche editoriali odierne, appare significativa per più ragioni; intanto l’autore: dopo un titolo di Beckett (nato nel 1906, testo pubblicato nel 1966 in Francia e nel 1969 in questa collana) e uno di Bataille (nato nel 1897, testo scritto nel 1935, pubblicato in Francia nel 1957 e in questa collana nel 1969), Einaudi propone nell’«Einaudi Letteratura», un libro scritto da un giovane (nato nel 1941, italiano, è al suo secondo libro: Vassalli aveva esordito con Narcisso, testo anch’esso “sperimentale”, quinto volume della collana sempre einaudiana «La ricerca letteraria» nel 1968); poi il testo: scritto in una lingua complessa, tesa a mimare il fraseggio tardo-quattrocentesco in un fiorire d’apostrofi, elisioni e inversioni; un lavoro che presuppone che chi legga abbia una cultura di base ricca e articolata e una volontà di intendere la lettura come esercizio e, seppure nel divertimento, o meglio, per saperlo trarre dall’esercizio della lettura, una disponibilità alla fatica. È un testo ambizioso e sarcastico ed è un testo che fa ridere; testo che letto ora, forse ancor più che allora, appare vitale e forte, indignato e selvaggio.

Autore italiano giovane e testo complesso e colto, di seguito a due autori, francesi, storici. Se ora ci si stupisce è perché è cambiato, da allora, il concetto di collana editoriale. Rese meno brillanti dalla noiosa abitudine degli one-shot, le collane ora sono, salvo certo pochi isolati esempi, delle etichette di un minimo comune denominatore fra testi: testimonianze ormai dell’abdicazione di larga parte dell’editoria alla propria funzione, al proprio divertimento, al proprio dovere civile. Se Bataille e Beckett possono, secondo questa logica, stare insieme (francesi, inizio-Novecento, tipi strani), Vassalli di certo no. Ma cosa lo rendeva possibile allora?

La collana «Einaudi Letteratura», lontanissima dall’idea di poter attribuire ai testi pubblicati un’etichetta comune, si proponeva come un’indagine in divenire sullo stato della letteratura contemporanea, forzando le separazioni consuete fra i generi, gli ambiti, le generazioni, la fama, senza in nessun modo incasellare a priori i testi che proponeva; si può dire che «Einaudi Letteratura» si costruisca come un’indagine attiva, laboratoriale. Chi dirige la collana (Giulio Bollati e Paolo Fossati, la cui responsabilità editoriale non è mai indicata), non si pone come compilatore di un resoconto ordinato, non immagina la collana come risistemazione di titoli in uno scaffale secondo un’etichetta dàtasi, è semmai un detective che mostri via via al pubblico le prove e i reperti individuati lungo la sua indagine e che chieda, del pubblico, una partecipazione vigile e critica. Ci sono, all’esordio, un programma e una lista breve di titoli, l’indagine non è alla cieca, ma è lungi dall’essere conclusa, sappiamo da dove prende le mosse, non dove porterà. In questa incertezza sta il terreno comune a cui viene chiamato chi legge. Libri nuovi, riproposte, italiani o no e poi fotografi, artisti, poeti (qui il maschile non si usa per pigrizia: non una sola donna fra gli autori in tutta la collana, non una), (e qui s’apre e subito si chiude una parentesi per dire che certo, noi, ora, potremmo sondare questa collana come una collana di letteratura maschile ma sarebbe forse pure noioso; ci serve però a pensare che occasione persa sia stata questa cecità al tratto di genere: che spreco evitato, che fatica risparmiata se allora Bollati, Fossati, l’Einaudi, fossero stati capace di dire questa come una collana di letteratura maschile, quanto avrebbero imparato loro, di loro stessi e quanto avremmo guadagnato noi) sono tasselli, i testi che via via compaiono nella collana, per cercare non di rispondere alla domanda su cosa sia, la letteratura, ma per cercare di farla, quella letteratura che in quegli anni era messa in drammatica crisi dai cambiamenti potenti che scuotevano le fondamenta dell’Occidente.

(Di passaggio e anticipando il prossimo capoverso qui si annota, che nel sito Einaudi della fine 2018 nell’elenco delle categorie, affianco a «Poesia», «Storia», «Sociologia», «Architettura» e così via, si indica «Narrativa italiana», e «Narrativa straniera», declinate poi per ogni nazione: abbiamo la «Narrativa cinese», la «Narrativa scandinava», e anche «Altre narrative», ma mai la letteratura), (non è cosa di poco conto ed è anche un po’ comica: ci si può immaginare una Storia della narrativa italiana, per esempio; in cosa differirà dalla Storia della letteratura italiana? Ed è interessante che questo slittare di senso passi attraverso un semplice etichettare, deciso da chi? È una posizione teorica o causalmente di sciattume di chi abbia detto dài letteratura fa vecchio, meglio narrativa, è più cool; perché c’è differenza fra letteratura e narrativa, e l’Einaudi, allora, lo sapeva eccome, ma ora?), (forse l’Einaudi di ora non la conosce, o forse la conosce e pensa che tutto sia narrativa; posizione rispettabile, ma che un sito come FN, che ha come motto “non starò a raccontarvi delle storie” fatica a difendere, diciamo così).

La «Einaudi Letteratura» nasce per interrogare e seminare dubbi e i dubbi sono forse lo spauracchio degli uffici marketing, che allora, se esistevano, interpretavano il loro ruolo in modo molto diverso da ora: proprio nel porre insieme il nome della casa editrice e il termine letteratura, la collana si pone come terreno franco rispetto al catalogo; come se le altre collane si poggiassero su un’idea sin lì nota di letteratura e che qui venisse messa in fibrillazione. Potremmo sciogliere il nome della collana così: «Collezione di libri che la casa editrice Einaudi ritiene possano essere luogo di incontro fra i dubbi che oggi animano chi legge, chi scrive e chi pubblica riguardo a cosa sia e che funzione debba avere la lettaratura, in un mondo che superato il dopoguerra è abitato da infinite incertezze»; amor di brevità consigliò il dittico, probabilmente.

Anche l’inversione dei termini del titolo è significativo: l’attenzione è sulla casa editrice, ma come?

La «Einaudi Letteratura» non è l’unica collana del catalogo che inverte sostantivo e aggettivo: nello stesse anno l’Einaudi iniziò la pubblicazione di una collana molto longeva, la «Einaudi Paperbacks», collana di saggistica, in brossura, che accoglie la saggistica filosofica, letteraria, scientifica della casa editrice, assorbendo le relative collane precedenti e affiancandosi alla storica «Saggi» e alla più agile «pbe»; nel 1975 esce la collana chiusa (50 titoli) «Einaudi Biblioteca Giovani», e nel 1976 la «Einaudi società» (breve, 4 titoli); in ciascuno di questi esempi l’anteposizione del nome della casa editrice indica una volontà, forte allora, di tipo identitario, ciascuna di queste quattro collane, più efficacemente o meno, mette in gioco il gruppo redazionale della casa editrice nel confronto col pubblico: questa è l’Einaudi, sembrano dire, questo è quello che pensiamo; all’occhio dei posteri più che altre sono queste quattro collane che vanno studiate per decifrare e ricostruire il pensiero intellettuale che si coagulò, non senza tensioni, aporie e contraddizioni, intorno alla casa editrice Einaudi.

Più recentemente, nel 1989, anche la collana economica dell’Einaudi anteporrà l’aggettivo, ma oltre al bizzarro richiamo al film di Spielberg, la scelta per gli«ET» sembra voler contribuire semmai all’affermazione del nome Einaudi come brand; due anni dopo la «Einaudi Contemporanea» forse riprendeva echi lontani, ma senza la forza di un progetto che nel suo formularsi tentava di costruire al contempo un gruppo intellettuale e un pubblico, risulta poco significante.

In un contesto cui qui si è caoticamente tentato di accennare, la scelta di pubblicare il testo di Vassalli speriamo risulti più comprensibile: lungi dall’essere perle infilate alle stesso filo, i libri che formano una collana editoriale sono semmai tasselli di una figura che vada via via formandosi, impossibile ad essere conclusa poiché ogni nuovo titolo ne muta l’aspetto; lo stesso titolo può cambiare anche radicalmente nella percezione del pubblico nel passaggio da una collana all’altra, o no, naturalmente, ma questo darà la misura della forza del progetto intellettuale che sovrintende a una collana o a un’altra.

Chi qui scrive, non ha le parole giuste per spiegare perché un’operazione, che pure è identitaria, come la «Einaudi Letteratura», sia molto lontana da un’operazione di brand. Si vuole però ricordare che chi fa libri, sempre, li vuole vendere, ma che se vendere diventa un fine (pagare i dividenti agli azionisti vendendo cose) e non un mezzo (compiere un dovere intellettuale e civico, raggiungere il maggior numero possibile di persone per mettere alla prova il proprio pensiero, contribuire alla crescita intellettuale, democratica, culturale del tempo in cui si vive, mantenendo il proprio bilancio in ordine per poter continuare a farlo, sia con risorse proprie, pro bono, che con gli incassi), la caducità di ciò che si fa non potrà che essere perdente poiché si finisce per inseguire un fantasma sconosciuto, credendo di conoscerlo (chi comprerà il libro) al posto di contribuire alla sua costruzione.

È questo invece che faceva l’Einaudi in quegli anni e questa collana ne è un esempio preclaro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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