Non starò a raccontarvi delle storie

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un ragazzo perbene

about, 30, 09.04.2008

Da piccolo, ero un bravo bambino. Sorridevo a tutti, ero servizievole, obbedivo. Mi piaceva essere benvoluto. Non ero uno scalmanato e anche se giocavo sempre in giardino e stavo via da casa per interi pomeriggi di esplorazione, non mi facevo mai male. Ero un bambino prudente. Mi piaceva la calma, ero ragionevolmente conservatore, moderatamente disordinato. Avevo amici maschi e amiche femmine. Non mi piaceva giocare con le macchinine ma neanche con le Barbie o coi Big Jim -giocavamo a nascondino, o ai quattro cantoni, nel grande ingresso di casa, oppure a lunghissime recite. Non ricordo d’avere mai fatto storie sul vestire, anche il grembiule nero che dovevamo portare a scuola, e il suo fiocco di colore sbiadito che ad ogni anno cambiava, mi piacevano. Non ero imbarazzato nelle scarpe ortopediche di pelle blu, o nei pantaloni corti fatti fare dal sarto. Probabilmente confusi quello stato che ben mi si adattava, di regole sociali, di codici vestimentari, di regole minute che guidavano ogni aspetto della mia esistenza, per delle mie scelte. Quando mi accorsi che così non era, la certezza del mio diritto era ormai così radicata che il mio scandalo fu enorme e tutto deflagrò. Proprio sul vestiario iniziò un’incertezza nervosa che impiegò anni a placarsi. Forse io continuavo a volere essere come gli altri, ma gli altri non mi piacevano più. Dove stava la regola? Per esempio negli anni ’80 capivo che non volevo essere paninaro, ma mi comprai le Timberland -ce le ho ancora-, le mettevo però con un lungo cappotto nero. Ogni capo era un segno di appartenenza e questo mi era intollerabile, immobilizzato nella scelta della borsa per i libri li portai a mano per mesi, sino a che non chiesi a mia madre e alla signora che in casa cuciva di farmene una apposta, per la quale avevo trovato la stoffa in qualche armadio. Mia madre si divertiva. Un divertimento sincero e leggero, ma molto vicino allo scherno. Come molti mi vestii tutto di nero come prima mi ero vestito di colori pastello, ebbi tutto stretto e tutto larghissimo, uno strato sopra l’altro -a sconfiggere un freddo che sembrava non dovesse lasciarmi- o tutto nudo al mare. Poi a un certo punto -mio padre era già morto e quindi avevo del denaro- mi vestii elegante. Camicie su misura, di cotone a righine sottili, vagamente grigie, il colletto quasi dritto -in omaggio ad una violenta avversione ai colletti a punta, giacche, scarpe di cuoio e pantaloni della mia taglia, calze di filo di scozia. Fra i tanti me che ho impersonato, questo fu credo quello che più stupì chi mi conosceva, e insieme che più piaque. Finalmente rientravo nell’alveo, ritrovavo le maniere che mi appartenevano di diritto, coincidevo con la mia storia. Era così confortevole. Era così bello. Non essere sempre, costantemente, in opposizione, aderire a quello che ci s’aspettava da me. E poi avevo quei capelli, che erano riccioli e domati, folti che finalmente avevo il coraggio di tenere all’indietro -che sempre avevo temuto la mia fronte troppo grande. Mi sembravano delle fiamme. Forse dovevo essere anche un po’ ridicolo, questa credo sia -nell’immagine sulla destra- la sola foto che mi ritrae in quel periodo, e devo confessare, mi riavvoltolerei volentieri in quell’aspetto. L’immagine doppia era nata un po’ per caso tempo dopo, quando, come dicevo allora, per qualche anno, facevo l’artista. Quell’estate partii da solo per un viaggio che per altre ragioni rappresentò una tappa importante, e il secondo giorno mi rubarono tutti i vestiti dalla macchina. Me li ero portati tutti, chiusi in un baule caricato nella Panda: rubarono il baule. Non ho più comprato una camicia, ma ne indossai una, al matrimonio di un’amica.

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