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LE TRE GHINEE di Virgina Woolf. Giuliana Giulietti [1 di 5]

Virginia Woolf, Diari di viaggio. Mattioli 1885. [responsabilità grafica non indicata]; [imm. di cop. senza attribuzione]. Copertina (part.), 12

Le tre ghinee di Virginia Woolf. Una preziosa eredità

di Giuliana Giulietti.

Saggio in 5 puntate.

1.1: L’angelo del focolare e i vecchi tromboni di Cambridge

 

Concepito da Virginia Woolf nel gennaio del 1931 come un seguito di Una stanza tutta per sé da intitolarsi, forse, Professioni per le donne (ma il titolo cambia continuamente col passare degli anni: Aprite la porta, Un colpo alla porta, Busso alla porta, Dell’essere disprezzati, Donne, Gli uomini sono così? Guerra, La prossima guerra, Due ghinee); messo da parte perché ancora impegnata nella stesura di Le onde e successivamente in altre scritture (il secondo Common Reader, Flush, Gli anni ); Tre ghinee uscì nelle librerie londinesi il 3 giugno del 1938. Non fu bene accolto. Quel libro in cui Virginia Woolf afferma a chiare lettere che la prima radice del nazifascismo e della guerra affonda nel dominio e nell’oppressione di un sesso sull’altro, suscitò risentimento derisione sarcasmo. Fu attaccato dai nemici, allontanò gli amici. Sinceri amanti della libertà, della democrazia e della pace, convinti di trattare le donne come eguali, gli amici di Virginia furono offesi da quel colpo sferrato alla loro classe  la classe dei figli degli uomini colti) e al loro sesso.

Maynard Keynes giudicò Tre ghinee “ una tesi sciocca, e nemmeno ben scritta”; E.M.Forster ne parlò come di un’opera “stizzosa”, frutto di un femminismo estremo. Ma il libro piacque alle donne. Entusiasmò le amiche di Virginia – Ethel Smyth, Pippa Strachey, Lady Rhondda- e moltissime sconosciute che le scrissero lettere di approvazione.

Gli uomini continuarono invece a disapprovarlo. Anche a distanza di anni. Quentin Bell, nipote e biografo di Virginia Woolf, lo legge come il prodotto di “strane meditazioni” scritto in “stranissime” condizioni mentali e considera fallimentare il tentativo di Virginia di innestare quella che lui chiama la questione “dei diritti della donna” sul problema ben più drammatico e urgente del fascismo e della guerra. Nigel Nicolson, curatore negli anni 70 del 900 dell’epistolario della scrittrice, nell’introduzione al quinto volume delle lettere, Falce di luna, osserva che in Tre ghinee Virginia Woolf “fece per la prima volta il tentativo di usare l’apparato della logica, della cultura, della politica, ma non era un campo consono alla sua forma mentis”. Lei era un’artista fantasiosa, emotiva e – secondo le parole di Leonard Woolf – “l’animale meno politico che sia vissuto dai tempi in cui Aristotele coniò la parola”. Negli anni trenta, quando “esplose la sua rabbia” – dice ancora Nicolson – Virginia Woolf era la donna più emancipata di tutta l’Inghilterra, e lo era da vent’anni. Le università e le professioni erano aperte alle donne. Che cosa aveva dunque da recriminare? E non era assurdo collegare patriarchi vittoriani e fascisti del ventesimo secolo? Le osservazioni di Nicolson sono interessanti perché mettono bene in luce quello che né lui, né Bell, né Keynes, né Forster, né Leonard erano in grado di capire; e cioè che Tre ghinee è pensato e scritto al di fuori di quella cultura, di quella politica, di quegli schemi mentali. Semplicemente li sovverte. E’ il libro di una donna estranea alla società patriarcale e che mette in parola la propria esperienza, la propria verità umana e politica. Tre ghinee – ha scritto Luisa Muraro – è un grande testo del pensiero della differenza sessuale. E’ un dono degli inizi e direi che non ne conosco uno di così gran valore.

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Come il seme destinato a trasformarsi in una pianta, l’inizio di Tre ghinee è racchiuso nel discorso pronunciato da Virginia Woolf il 21 gennaio del 1931 alla conferenza della National Society for Women’s Service alla quale era stata invitata per parlare della sua professione. Davanti a una platea di duecento giovani eleganti vivaci professioniste (avvocate architette magistrate) Virginia raccontò di essere diventata scrittrice grazie a un omicidio. Anni prima aveva assassinato in un impeto di ribellione l’angelo del focolare ossia l’ideale vittoriano della femminilità. Uscito dalla testa degli uomini e sovrapposto alle donne reali, quel fantasma aleggiava in ogni casa per via della complicità di nonne madri zie che ne incarnavano le virtù: sottomissione, abnegazione, repressione della propria sessualità, soggezione al pensiero altrui. Quando Virginia scriveva l’angelo si metteva tra lei e la pagina e cercava di guidare la sua penna. Scrivi per un giornale i cui proprietari sono uomini, diretto da uomini, sostenuto da uomini – le sussurrava – perciò non turbarli con l’idea che tu abbia una mente autonoma. Sii comprensiva; tenera; lusingali; ingannali con le arti e le astuzie del nostro sesso. Ma non si può scrivere – affermò la Woolf – senza pensare con la propria testa, senza esprimere quella che secondo noi è la verità sui rapporti umani, la morale, il sesso. Così un giorno afferrò l’angelo per la gola e l’uccise.

Morto l’angelo quel che rimaneva era una cosa molto comune: una donna in una stanza con un calamaio. Ma che cos’è una donna? Alle sue affascinate ascoltatrici Virginia Woolf confessò di non saperlo e probabilmente neppure loro lo sapevano. Tutto quello che lei poteva dire, basandosi sulla propria esperienza, è che quando cominciò a scrivere fece una scoperta tanto banale quanto illuminante e cioè che una donna non è un uomo. La sua esperienza non è la stessa. Le sue tradizioni sono diverse. I suoi valori, nell’arte come nella vita, appartengono solo a lei. Una simile diversità si manifestava inevitabilmente anche nella sua professione. E per illustrare quel che diceva,Virginia Woolf portò come esempio la recensione di Keynes, pubblicata su “The Nation,” di una storia del Clare College di Cambridge. Elogiato da Keynes, rivestito di garza nera e della carta più raffinata, il libro era costato seimila sterline. Se il redattore di “The Nation” il libro lo avesse mandato a me – disse Virginia- avrei scritto un articolo affatto diverso.

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Voi vecchi tromboni – così avrei cominciato – che avete goduto in tutti questi secoli di agi e ricchezze, voi che vi professate devoti alla signora Clare (Elisabetta de Clare, nipote di Edoardo I, finanziò nel 1338 il college che prese appunto il suo nome) non sarebbe stato meglio se invece di spendere le vostre seimila sterline per un libro rivestito di garza e carta fra le più raffinate, le aveste spese per una ragazza che non ha i soldi per rivestirsi e che cerca di fare il proprio lavoro, come potete leggere su questo stesso giornale se voltate pagina, in un’unica stanza al pianterreno, fredda, buia, esposta a Nord e infestata dai topi? La ragazza citata dalla Woolf e che nel college femminile di Somerville ( Oxford) ridotto in miseria studiava in una stanza gelida infestata dai topi era Vera Brittain, scrittrice giornalista e pacifista. Dei suoi anni a Somerville la Brittain aveva scritto nella rubrica settimanale A Woman’s Notebook che teneva su “The Nation” e di cui la Woolf era un’attenta lettrice. Tre ghinee comincia, dunque, a formarsi nella testa di Virginia Woolf a partire da quel discorso in cui si intrecciano due temi per lei centrali: la necessità per le donne di sottrarsi all’ordine patriarcale e l’affermazione scandalosa ed eccitante della diversità femminile.

Virginia Woolf, Diari di viaggio. Mattioli 1885. [responsabilità grafica non indicata]; [imm. di cop. senza attribuzione]. Copertina (part.), 12

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