Non starò a raccontarvi delle storie

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Torino

Torino, 1942

Dietro c’è scritto “1942”; ipotizzo che me lo abbiano detto, vagamente ricordo di avere visto delle foto di famiglia con mia madre e lei avermi detto chi fossero le persone, o altre informazioni. Ma è tutto quello che riesco a ricostruire, e non riconosco l’edificio. Abito a Torino dal 1981, o forse dall’inverno dell’80, non sono ben sicuro. Fa quasi trent’anni. Adesso è qualche anno che vivo fuori città. A seconda delle ore e dei mezzi, in mezz’ora o in un’ora sono in centro. Scendo poco, anche una volta alla settimana. Concentro in quel giorno tutte le cose che devo fare lì, le persone che devo e/o voglio vedere. L’altra sera eravamo in città con il mio fidanzato, era un mercoledì ancora estivo e c’erano persone dappertutto. E tutto era illuminato e spazzolato e le vetrine brillavano e le persone erano tutte in tiro e sorridenti e vestite alla moda. E’ bellissimo che la città si sia così trasformata, che viva anche la sera, che sia così evidentemente bella. Sono contento, però a me fa schifo. Detesto quella luce inutile, il chiasso noncurante del silenzio, sono sbacalito di fronte alla volgarità di molto vestire, le piazze lucide e false, uguali a quelle di così tante altre città, belle, indiscutibilmente belle, ma anche violente nel loro essere così patinate, nello spingere sempre più ai margini quello che non scintilla, che non tintinna. Mi spaventa e insieme penso che se la vedessi da turista la eleggerei mia città preferita. In quella scintillezza ho pensato è una città che non serve a niente, che tutt’al più diventa un decoro. Di giorno sembra meno così, mi fa meno impressione, e anzi continuo a guardarla con occhi curiosi e ancora vedo case, vie, interi quartieri, che mi sono sconosciuti. Negli anni imparo anche a vedere la città, imparo i nomi degli architetti, capisco perché certe cose mi sembrano belle, costantemente mi inerrogo su quello che vedo, ammirato, stupito.

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