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19: THOMAS BERNHARD / Ja

Bernhard

 

Thomas Bernhard, JA. Guanda 1982. Prosa contemporanea 19.

Thomas Bernhard, Ja, Guanda, Milano 1982. 105 pp.; 20 cm x 12 cm; (Prosa contemporanea 19)
Titolo originale: Ja
Traduzione di Claudio Groff
Brossura con bandelle
Alla copertina: Wilhelm Lachnit, Donna in pelliccia (1925).
Stampa: gennaio 1983
Stampatore: Edigraf s.n.c. S. Giuliano Milanese
Copyright by Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1978
© 1983 Ugo Guanda Editore S.p.A, via Daniele Manin 13, Milano
Lire: 8.500
Copia in ottimo stato.

[M. M.]

 

 

marchio_guanda
Alla bandella di copertina:

I protagonisti di Ja sono quattro anziane persone: una coppia (lui è un costruttore svizzero e lei è per­siana), un agente immobiliare e uno studioso di scienze naturali. Quest’ultimo ci racconta la vicen­da, con una straordinaria capacità di affabulazione: egli ci risucchia nelle sue spire e non ci lascia più. Il suo racconto si configura come una specie di scom­messa – per vigore e continuità e capacità di intrec­ciare il poco che possa accadere in un sonnolento villaggio austriaco dove un uomo continua a fare il suo mestiere che è quello di vendere terreni, un altro a dibattersi nel suo eterno rifiuto della scho- penhaueriana «volontà di vivere» e altri due acqui­stano arrivando da fuori la funzione di allarme. Così, mentre il racconto equivale ad un tuffo ad una profondità inconcepibile, discesa in apnea pra­ticamente illimitata, ciò che esso viene scoprendo (prima a se stesso che all’eventuale ascoltatore) è un mondo di solitudini in cui l’atto esistenziale di maggior senso è quello del confessarsi a qualcuno. Ad un certo punto l’isolamento fisico e morale diventa insostenibile: ed ecco che lo scienziato par­la della propria «infermità» all’agente immobiliare, bruscamente e brutalmente coinvolgendolo (dun­que – non salvandolo e non salvando se stesso per la sua mancanza di delicatezza); ed ecco che, in un secondo momento, tutto si ripete – quando la per­siana, più o meno allo stesso modo ansioso e soli­psistico, confesserà il proprio fallimento esistenzia­le, quello del suo quasi matrimonio e quello della sua idea «molto orientale» di sacrificio per un uomo. Si potrebbe insinuare che anche questa c una economia – una economia dello spirito umano. Ma non sempre l’autosvelamento produce un bene­ficio. Il narratore è colui che in qualche modo ne ha tratto vantaggio: in lui, parlare di sé, contrapporre l’altro a se stesso, fu causa di un ripristino del cir­cuito vitale interrotto: prima la parola, poi la lettu­ra, infine la possibilità di tuffarsi negli studi – in una parola la possibilità di nuovamente «creare». Ma per la donna non è andata così: in fondo al suo tentativo c’era altra solitudine, anzi una solitudine definitiva. Ed è qui, probabilmente, che si svela, a noi, il senso del testo di Bernhard: quasi inevitabile contrapporre il suo «sì» finale all’altro celebre «sì» finale della letteratura, quello dell’Ulisse. Il con­fronto avviene, naturalmente, solo sul piano del senso. Ma è curioso osservare come nel grande romanzo di Joyce il «sì» si contrapponga all’«universo della morte» di cui parlò Henry Miller e nel breve romanzo di Bernhard il «sì» non introduca né designi alcun rovesciamento strutturale – come forse pretende. Esso non è che il compimento o la summa di uno stile che tende all’autoconservazione, alla maniacale affermazione di sé – non certo un elemento dialettico o, meglio, ambiguo. Bernhard è uno scrittore tutto definito dallo stile. Si direbbe anzi che la sua narrativa sia la messinscena di un conflitto ad effetto: quello tra una visione tremendistica del mondo (infine, fatalmente, filistea) e una scrittura che proprio nel suo mimetico piétiner sur place, cioè con un paradosso, intende realizzare il superamento del vischioso dato iniziale.

Alla bandella della quarta di copertina:

Thomas Bernhard, nato nel 1931, vive a Ohlsdorf, nell’Austria Superiore. Nel 1970 ebbe il Premio Büchner. La sua opera di narratore, oggetto sin dall’inizio di intensa attenzione da parte dei critici, comprende romanzi e racconti, tra cui: Frost (1963), Amras (1964), Verstörung (1967), An der Baumgrenze ( 1969), Das Kalkwerk ( 1970), Midland in Stilfs (1971), Korrektur (1975).

Ha scritto anche poesie, e una lunga serie di lavori teatrali, parecchi dei quali presentati al Festival di Salisburgo (a partire dal 1972); di essi è stato detto che «rappresentano le prime commedie tedesche da tempo immemorabile». La Guanda ha presenta­to per prima in Italia lo scrittore austriaco pubbli­cando, nel 1981, i racconti de L’Italiano.

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