Non starò a raccontarvi delle storie

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THE NEW NORMAL / 1. a cura di Vito De Biasi

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Queer Vision, di Vito De Biasi

Una visione strabica sulla cultura come conflitto

The new normal

prima puntata: come il queer sta ricostruendo la sua storia al cinema, e perché

[All’interno di Queer Vision, la serie The new normal vuole analizzare il passaggio cruciale della storia occidentale del queer attraverso le sue produzioni culturali, muovendo da un’epoca di lotta per l’autoaffermazione verso una fase nuova, di normalizzazione e conseguente dissoluzione di una specificità di gruppo]

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“L’espansione della visibilità queer è stata principalmente fotografica: questo ha significato una maggior presenza della comunità di gay e lesbiche nei quotidiani e nelle riviste, nelle gallerie e nei musei”, a scriverlo è Sophie Hackett, che presenta così sull’Huffington Post Canada una mostra da lei curata presso l’Art Gallery of Ontario di Toronto. La retrospettiva, dal titolo Fan the flames: queer positions in photography, mette in mostra molti esempi di fotografia come veicolo di auto-narrazione di una comunità ostracizzata, che decide di prendere in mano i mezzi per raccontare e rendere visibile la propria storia.

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Se è vero che la fotografia è stata il principale mass medium con cui la comunità queer è stata rappresentata (da sé o per mano di figure esterne interessate a questo mondo), è forse perché il cinema, altro grande veicolo di narrazione di massa, non ha reso giustizia a un gruppo segregato, raccontandolo soltanto attraverso censure, stereotipi o demonizzazioni. È la vecchia tesi dello Schermo velato, la ricerca dell’attivista americano Vito Russo diventata poi un documentario di Robert Epstein e Jeffrey Friedman nel 1995. Oggi ovviamente queste tesi non sono più sostenibili, e ne sono prova le decine di film su storie con protagonisti omosessuali, anche se il compito di raccontare tali storie resta quasi sempre a carico di registi e autori interni alla comunità queer.

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Non fa eccezione The Normal Heart, il film HBO recentemente trasmesso negli Stati Uniti, girato da Ryan Murphy, prolifico autore di serie tv di culto come Nip/Tuck, Glee e American Horror Story.

Il film tv è tratto da una pièce teatrale di Larry Kramer, che rievoca un periodo storico vissuto direttamente: la drammatica epidemia di AIDS nei primi anni ’80, che decimò la comunità gay facendo scomparire quasi del tutto una generazione. Il film si inserisce in una tendenza ormai abbastanza consolidata tra i filmmaker, quella di ricostruire la storia di questa comunità attraverso i suoi eventi cruciali, e le sue figure di spicco, con film più o meno mainstream che raccontino a gay e lesbiche il loro passato.

Una storia del queer attraverso i film sembra per adesso rivolta solo e soltanto a spettatori appartenenti a quella stessa comunità, fatta eccezione per Milk di Gus Van Sant, anche se è di questi giorni la notizia che un regista mainstream come Roland Emmerich ha in preparazione un film su Stonewall (il secondo, dopo quello di Nigel Finch), il leggendario locale in cui scoppiò la prima rivolta pubblica contro l’oppressione omofobica, il luogo da cui si fa nascere la tradizione dei gay pride, americani e non.

Limitandosi ai più recenti, gli altri film che sembrano esprimere la volontà di ricostruire una certa storia del queer sono documentari come Before Stonewall, che rievoca il mondo in ombra prima dei riot partiti il 28 giugno 1969, o We were here, che rievoca invece lo scoppio dell’epidemia di AIDS a San Francisco, mentre The Normal Heart racconta New York. E siccome la struttura retorica della Storia non è fatta soltanto di date, ma anche di personaggi, ecco i documentari sullo stesso Vito Russo (Vito, di Jeffrey Schwarz), su Candy Darling (Beautiful Darling, di James Rasin), su Divine (I am Divine, ancora Schwarz).

L’elenco sicuramente non è esaustivo, ma sembra sufficiente per individuare una tendenza a storicizzare il passato (ovviamente un passato più americano che europeo o di altra provenienza, vista la ricchezza e la potenza dei mass media statunitensi rispetto a quella di chiunque altro), adesso che probabilmente certe lotte, certi valori e certi eventi si possono finalmente archiviare, ritenere appunto “passati”.

Questa cinestoria del queer sembra cioè un tentativo di stabilizzare una volta per tutte “ciò che è stato”, “ciò in cui si è creduto”, come sintomo e conseguenza di una nuova fase storica che si fa avanti nelle comunità queer più benestanti e avanzate. Vale a dire: giunta a un punto abbastanza progredito in fatto di visibilità, conquista dei diritti e potere acquisito, la comunità queer occidentale (se si può perdonare questa generalizzazione, viste le grosse differenze tra USA e Italia, tanto per fare un esempio), sembra pronta a passare oltre, a cristallizzare il passato in una storia sempre consultabile e probabilmente anche modificabile, ma comunque disponibile in film e testimonianze pubbliche.

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Tra queste testimonianze c’è  The Normal Heart, che diventa la metafora ideale per spiegare il passaggio da un’epoca a un’altra nella storia del queer.

Dopo una dolorosa, drammatica ricostruzione dell’epidemia dell’AIDS a New York, il combattivo protagonista, uno dei pochi sopravvissuti, diventa il residuo di una cultura e uno stile di vita perduti, necessariamente cambiati proprio in conseguenza della paura del virus: la libertà e la promiscuità sessuale del passato lasciano il posto alla monogamia, a una stabilizzazione sociale ed economica che sarà borghese, e che troverà nuovi valori nel matrimonio, nei figli, nella famiglia e nella proprietà.

La scena finale è emblematica: il protagonista, interpretato da Mark Ruffalo, siede commosso, orfano della sua famiglia elettiva di amici e amanti, in mezzo a giovani studenti che ballano a coppie, in contrasto con gli estatici balli di massa della generazione precedente, che aprono il film. Quelle prime scene sembrano modellate sulle polaroid di Tom Bianchi che vedete fotografate qui, scattate tra il 1975 e il 1983, raccolte di recente in un volume, Fire Island Pines, che traduce in rievocazione storica ciò che prima era presa diretta, vita vissuta. E così tanto le foto dal vero quanto una ricostruzione fiction diventano testimonianza di un passato archiviabile.

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Tornando alla mostra di cui si parlava in apertura, la curatrice Sophie Hackett afferma di averla divisa in due parti principali: Public Faces raccoglie fotografie di e con personaggi di spicco nella comunità queer del passato, vite pubbliche esemplari, documenti, fatti storici, eventi di cronaca, mentre Private Worlds rivela le fotografie vernacolari, quelle amatoriali che la comunità faceva a se stessa, una collezione di foto di famiglia pensata per restare privata, proprio come le polaroid di Tom Bianchi. E che cos’è la recente tendenza storiografica dei film queer, se non proprio il tentativo di tenere insieme la Storia pubblica di date cruciali e personaggi di spicco e la storia privata di persone altrimenti scomparse nel silenzio?

In questo senso, The Normal Heart mette in scena in maniera precisa il momento storico in cui il mondo intimo della comunità queer diventò per necessità pubblico, quando l’epidemia dell’AIDS smise molto presto di essere un dramma privato per diventare emergenza internazionale, e dunqe evento storico sotto gli occhi di tutti.

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