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17: JUNICHIRō TANIZAKI / La croce buddista

 

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Junichirō Tanizaki, LA CROCE BUDDISTA. Guanda 1982. Prosa contemporanea 17.

Junichirō Tanizaki, La croce buddista, Guanda, Milano 1982. 150 pp.; 20 cm x 12 cm; (Prosa contemporanea 17)
Titolo originale: Manji
Traduzione di Lydia Origlia
Brossura con bandelle
Alla copertina: fotografia attribuita al barone Stillfried (1880 ca.)
Stampa: novembre 1982
Stampatore: Edigraf s.n.c. S. Giuliano Milanese
Copyright by Matsuko Tanizaki, 1928-1930
© 1982 Ugo Guanda Editore S.p.A, via Daniele Manin 13, Milano
Lire: 9.000
Copia in ottimo stato.

[M. M.]

 

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Alla bandella di copertina:
Un triangolo anomalo che nel corso della vicenda si rivelerà essere un trapezio assai irregolare o (come dice più suggestivamente il titolo) i quattro bracci di una croce gammata: ecco i termini della geometria elementare e insieme assai ardua di questo straordinario romanzo di Junichirō Tanizaki. Pubblicato a puntate su una rivista letteraria tra il 1928 e il 1930, La croce buddista prosegue e porta alle estreme conseguenze lo scavo nella psicologia ossessiva dell’ «amore crudele» già tipico delle opere precedenti e realizza quell’attenzione all’intreccio che lo scrittore giapponese aveva difeso anche a livello teorico quale «prerogativa caratteristica della narrativa» (impegnandosi tra l’altro in una querelle con il contemporaneo Akutagawa). Se infatti al lettore è lasciata intuire fin dall’inizio la catastrofe che risolverà la storia, il suo interesse al racconto rimane intatto fino all’ultima pagina attraverso le contraddizioni, le sospensioni, i bruschi cambiamenti di rotta, le depistanti mises en abîme della trama «insolita e fantasiosa». In essa (perversione della finzione narrativa!) l’autore si riserva il ruolo del Maestro, del saggio, dell’interlocutore senza volto e senza voce, quasi a condividere progressivamente col lettore il piacere (e l’orrore) della vicenda confessata dalla protagonista. Confessione in cui osserviamo le forze di eros e thanatos giocare la loro partita centrata sull’attrazione omosessuale femminile e complicata dall’impotenza maschile con (su, contro) i quattro personaggi; e se il taglio può sembrare quello di una sottile e minuziosa analisi delle passioni di scuola naturalistica (col progressivo degradarsi dei rapporti tra i protagonisti), il senso dell’opera è invece in quella commistione così poco occidentale di esasperato formalismo e di primitiva, irriducibile barbarie. Non a caso per il suo romanzo Tanizaki sceglie due donne di Osaka la cui sensualità dai toni insieme suadenti e impetuosi egli paragonò ai colori musica¬li della chitarra, in opposizione alla sobrietà e alla schietta rudezza della donna-mandolino di Tokyo. Incapaci di concepire un rapporto sentimentale al di fuori delle coordinate sadomasochistiche di asservimento e dominio (come non pensare per contrasto alle donne dolcissime di certi film di Ozu), le due protagoniste femminili intessono le loro «liaisons dangereuses» in un delirio dei sensi che s’alimenta di sospetti, finzioni e litigi; incapaci di rivolgere su quanto le circonda uno sguardo che non sia quello, assoluto, del «mi piace, non mi piace», finiscono per identificarsi senza più resistenze col piacere disperato della perversione. Nella solitudine più feroce, nell’alcova trasformata in bunker dell’amore proibito, tre personaggi soccomberanno al tradimento del quarto escluso; Tanizaki ha voluto che deus ex machina dell’attacco alle leggi concluse e senza tempo della passione fossero gli articoli scandalistici di un giornale populista a forte tiratura: irruzione definitiva nel mondo amorale della perversione del giudizio etico sotto la specie degradata della comunicazione di massa.

 

Alla bandella della quarta di copertina:
Junichiro Tanizaki nacque nei pressi di Tokyo nel 1886. Ancora molto giovane, si affermò con una serie di racconti già dominati dalla torbida sensualità tipica delle opere successive. Nel ’23 si trasferì ad Osaka e qui scrisse tutti i romanzi della maturità: L’amore di uno sciocco (1924), La storia di Shunkin (1933), La vita segreta del signore di Bushu (1935), La gatta, Shozo e le due donne (1937), Neve sottile (1948). Negli anni del secondo conflitto mondiale si dedicò alla trascrizione in giapponese moderno del Genij Monogatari, capolavoro dell’antica letteratura nipponica. Gli ultimi grandi romanzi sono La chiave (1956) e II diario di un vecchio pazzo (1962), incentrati sugli amori senili dei protagonisti. Morì ad Atami nel 1965.

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