Non starò a raccontarvi delle storie

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SUPERCORALLI MUTANTI

Sino a quando una FIAT 500 resta una FIAT 500?
Il modello di punta Fiat, in questi anni disgraziati, è la 500. La prima 500 fu presentata nel 1936. La auto spesso cambiano aspetto e si chiamano sempre uguale. Perché si conserva il nome quando si butta via tutto il resto? Perché si considera che il resto non interessi più a nessuno, ma che al nome siano legati dei ricordi positivi che riverbereranno il loro potere di invito all’acquisto.
In editoria ci sono marchi morti e defunti che a un certo punto sono stati fatti resuscitare, altri che si sono auto-eliminati per rinascere diversi. Così per le collane. Ci sono collane che a un certo punto esauriscono tutto il loro potere legato al nome, altre che pervicaci resistono a ogni cambiamento.
In Einaudi nel 1948, con Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, s’inventarono i Supercoralli. Nome si sarebbe detto lì per lì mica tanto straordinario. C’era questa collana che andava benissimo, i Coralli, ma che ospitava testi un po’ corti, ci voleva una collana di libri un po’ più grandi. Nei fatti i Supercoralli rispondono al loro nome, sono Coralli espansi. Anche la grafica all’inizio era una semplice evoluzione dei Coralli, ne riportava le font e la legatura in tela sul dorso, il cartoncino spesso quasi goffrato. Poi evolsero. Assunsero abbastanza presto l’aspetto attuale -resistettero anche a qualche anno in cui si fecero in brossura, fra il 1975 e il 1979, uno scherzo presto dimenticato. Copertina in carta simil tela verde salvia, sovracoperta bianca: font bastone; nessun marchio in copertina ma il cognome dell’editore; il marchio però in basso sul dorso; ogni tanto svolazzò un corsivo, talvolta si vide un graziato. L’autore in alto, il titolo sotto, poi l’illustrazione, in un rettangolo. Nessun numero d’ordine, da nessuna parte. Per sapere quanti Supercoralli sono usciti dovete prendervi il catalogo storico e contare -non l’ho fatto. Il tutto s’è sempre un po’ mosso, per esempio un tempo l’autore era un po’ a sinistra, il titolo un po’ a destra; in tempi recenti stanno in mezzo.
Nei Supercoralli è uscita un po’ qualsiasi cosa, o meglio si può dire che qualsiasi cosa con quella copertina lì e quel nome non indicato su nessuna parte del libro, -che sia un Supercorallo si sa– diventa per la forza delle cose, un Supercorallo.
Esiste una supercorallità che si può conoscere ma non definire.
Sino a quando un Supercorallo resta un Supercorallo?
È interessante fare un parallelo con qualcosa di simile, si può provare con la Biblioteca Adelphi, anche qui si è negli anni pubblicato un po’ qualsiasi cosa e tutto viene ridotto all’essere in quella veste (ci sono libri usciti nella Biblioteca Adelphi che in collane diverse sembrerebbero molto più ciofeche di quel che sembrano lette lì); ma il caso non è simile. Quelli sono libri Adelphi, non esiste una Bibliotecadelphità, c’è l’adelphità, fortissima, che si compone in un numero limitato di forme, talora ardite -ma con chiari fallimenti dove la corda è certamente troppo tirata (vedi il libro Ho coltivato il mio giardino, dove il marchio Adelphi sotto il nome di Marella Agnelli sembra una pecetta incollata male); e così è per La memoria Sellerio, che seppure identica a sè stessa da sempre è Sellerio più che La memoria; altri esempi ancora vedono la supremazia del marchio, del nome, sulla collana; la supercorallità è un caso raro e interessante, gestito più che costruito, constatato più che ricercato.

vandermeerr

Ora è uscito nei Supercoralli il primo volume di una trilogia di fantascienza -gli altri due seguiranno a stretto giro. La fantascienza non è nuova nei Supercoralli, pensiamo alle famose antologie scandalose di Fruttero & Lucentini, scandalose perché sembrarono forzare la natura dei Supercoralli sino a metterne in pericolo la supercorallità, ma non accadde, anzi quei Supercoralli sono ora ambìti e pagati col sangue dei bibliofili.
Con Annientamento, di Jeff VanderMeer in Einaudi hanno provato ancora a forzare la mano. La sovracoperta, bianca da decenni -con eccezioni, certo, ma che non erano mai rosse, o blu, erano bianche colorate di rosso, erano blu a celare il bianco, il bianco Einaudi, croce e delizia di chi fa l’Einaudi dopo Einaudi; la sovracoperta, dicevamo, indiscutibilmente, non è più bianca.
È successo che in Einaudi -purtroppo resiste la cattiva abitudine di non citare le responsabilità grafiche e iconografiche- hanno provato a replicare un tentativo che fece per esempio Bompiani alla fine degli anni ’50, inizio anni ’60 per la “Letteratura moderna”: la copertina non reca che l’illustrazione, che sborda dai suoi confini deputati per scivolare sui risguardi e nascondersi dietro le carte di guardia; non c’è testo in quarta, i dati sono solo sul dorso. Il titolo e l’autore e altri dati sono ripetuti sulla sovracoperta salvo che sul dorso, e la sovracoperta è trasparente.
Il bianco Einaudi affiora in quarta di copertina e nel dorso nascosto dall’illustrazione.
In questo caso, sull’onda delle edizioni originali che hanno molto puntato sull’aspetto grafico facendone degli one-shot molto caratterizzati, si riesce a fare un one-shot che sembra perfettamente in linea con la supercorallità, per nulla perduta.
L’Einaudi è una delle poche case editrici che si cimenta riluttante con la moda -ormai stantia- dell’one-shot. In Einaudi resistono le collane. Confuse, pasticciate, magario non riuscite, ma tutto si muove intorno alle collane, che sono il cardo e il decumano dell’editoria novecentesca, soprattutto italiana. Sono un tentativo di dare ordine al mondo e alla conoscenza e un tentativo di credere e di dimostrare di credere che il mondo possa essere compreso perché tale: ordinabile.
Nessuno, aimé ci crede più.
Eppure la supercorralità è forse erede di quel pensiero, di quella speranza. Se ne possono fare strame, eppure resiste.
Sarebbe stato più facile fare un one-shot come ce ne sono mille altri. Ma sarebbe stata una forza o una debolezza? Avrebbe funzionato di più o di meno?
Non si può sapere, naturalmente. L’editoria è un’arte e una tecnica che non comprende conferme, solo ipotesi e tentativi.
Eppure si può credere che qui quel che vince è la forza del marchio Einaudi. Abbiamo visto in questi anni la dispersione di capitali accumulati negli anni per il gusto di un gesto, per la supponenza di sapere dove andassero i lettori; l’Einaudi non ne è certo esente -e qui su FN la si è criticata e molto- ma episodi come questo credo invitino a riflettere su come sia possibile sondare strade un poco nuove senza buttare tutto a mare.

bigiaretti

Una postilla:
intorno a questa forzatura della supercorallità s’è fatto un gran can can. Il volume è stato presentato in anteprima a una serie di blogger; in rete gira un video lunghissimo in cui l’illustratore racconta della sua illustrazione; prima che uscisse già se ne parlava, come si conviene ai grandi eventi. Che abbia funzionato o meno FN non sa, che il libro sia bello o brutto ancora meno (però Gianluca Didino ne ha parlato bene e FN ne ha una gran stima), però certo vien da chiedersi se tutte queste energie profuse nella confezione servino. Non si vuole qui dire che invece si dovrebbe investire solo nei testi; solo ci si chiede se serva, se qualcosa serve. Se c’è qualcosa che può servire.
Ora che il chiasso attorno alla smaterializzazione s’è placato resta un dato incontrovertibile: le persone che leggono stanno svanendo. È come se in questi decenni, in questo secolo, avessimo parlato, ci fossimo interrogati sulle infinite variazioni che un oggetto poteva contenere. Ci siamo arrabbiati, abbiamo pianto, siamo cresciuti, abbiamo imparato, abbiamo riso, abbiamo scoperto, generazioni dopo generazioni, costruendoci su variazioni di una stessa fantasmagorica cosa, che ci è sembrato contenesse l’universo, lo potesse spiegare e descrivere. Abbiamo pensato che tutto potesse stare in un libro.
Ora è come quel libro, di colpo, si fosse chiuso e stesse lì, muto.
C’è tutto un mondo intorno e non lo sapevamo.

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