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SHIRLEY TEMPLE o IL ROSA ASSOLUTO, di Mariolina Bertini

Shirley Temple (2)

Shirley Temple o il rosa assoluto

di Mariolina Bertini

[Shirley Temple è morta il 10 febbraio 2014; pubblichiamo qui un pezzo di Mariolina Bertini; apparve anni fa su Nazione Indiana e mai è stato stampato, aimè]

Nel 1960 Henry Farrell, nel suo fortunato romanzo What ever happened to Baby Jane?, ambientò una terrificante vicenda di assassinî e di follia nella casa, amena quanto il motel di Psyco, di una ex-bimba prodigio cinquantenne. Baby Jane (che sarà poi intepretata al cinema da una superba Bette Davis) vive tra ritagli di giornale ingialliti, vecchie foto e bambole in crinolina che la raffigurano qual era a sette anni; quando nessuno la vede, sogna di tornare sulle scene e, tutta vestita di pizzo bianco, balla, fa l’inchino e canta, “con atroce soavità”, la canzoncina che è stata il suo cavallo di battaglia:

” I had written a letter to Daddy

his address is “heaven above” …”

I lettori di Farrel che erano abbastanza grandi per aver visto qualche film di Shirley Temple, presero sicuramente questa scena per quel che era in realtà: una velenosa “lettera d’odio” a Riccioli d’oro, maturata in anni di remote idiosincrasie e di non dimenticato fastidio per i boccoli e le mutandine di pizzo più idolatrati d’America. L’alba degli anni sessanta era un buon momento per sferrare qualche picconata agli idoli del passato: l’orrida menade in tutù, che una Bette Davis scheletrica e delirante portava all’apice del grottesco, si sovrappose per qualche anno, nella memoria collettiva, al saggio visetto paffuto della vera Shirley, che d’altronde stava già scomparendo nell’oblio per “naturale avvicendamento”.

Fu un altro film del filone dissacrante però, dieci anni dopo, a segnare un’inversione di tendenza e a riportare la Piccola Ribelle all’onor del mondo: Myra Breckinridge, che intercalava nostalgicamente a un’acida parodia della Hollywood anni ’60 qualche comica di Stanlio e Ollio e una deliziosa canzoncina (Smile, smile, smile), cantata da una Shirley in gran forma per mandare subdolamente in brodo di giuggiole un cinese bietolone.

Citata tra i miti un kitch cui si cominciava a guardare con rinnovato affetto, Riccioli d’oro prendeva posto senza disagio nel pantheon delle vecchie glorie, tra Bogey, l’acquatica Esther Williams e l’onnipresente Marilyn; i suoi fedeli potevano uscire dalle catacombe e ricominciare a guardare in cagnesco alla luce del sole i suoi denigratori, non meno numerosi e non meno accaniti.

Shilrley Temple (1)
L’assoluta innaturalità di Shirley Temple è all’origine tanto dell’idolatria fanatica quanto dell’intollerante avversione che inevitabilmente la circondano. Il suo personaggio non è soltanto palesemente finto, ma concentra in sé almeno tre tipi diversi di finzione, che hanno origini disparate e, potenziandosi reciprocamente, convivono con la stessa disinvoltura con cui convivono colonne corinzie dorate, volute barocche e audaci cupole in ferro nella Parigi di Napoleone III.

La prima di queste finzioni è la fiaba. Se Shirley Temple non ha mai interpretato film fiabeschi, come Il mago di Oz, è perché ogni sua interpretazione è già di per sé la ripetizione di una fiaba, e precisamente della fiaba di Andersen Mignolina. L’eroina di Andersen nasce per magia da un chicco d’orzo , dorme in un guscio di noce e usa come coperta una foglia. Appena nata, con la sua straordinaria avvenenza, affascina prima un rospo, poi un talpone; entrambi la rapiscono e la vorrebbero come moglie, ma Mignolina riesce a fuggire e a sposare un piccolo principe dei fiori. Proprio come Shirley Temple, Mignolina nasce già adulta: è un’irresistibile donnina miniaturizzata, il cui potere di seduzione è moltiplicato dalle dimensioni microscopiche che ne fanno un unicum nel mondo dei rospi e delle talpe.

La seconda finzione di cui Shirley è portatrice è quella del romanzo rosa. In una delle sue varianti canoniche, che comprende esempi illustri, da Jane Eyre a Schiava o regina? di Delly, il romanzo rosa è la storia di un uomo burbero, freddo, scostante, altero, cinico, risentito e orgoglioso, che vede le proprie difese sciogliersi lentamente davanti ad un’accattivante creaturina di sesso femminile. Non c’è film di Shirley Temple in cui questo schema non sia rispettato: soccombono babbi, nonni e zii; miliardari, maggiordomi e colonnelli; soccombono negri e cinesi; soccombono, con Abramo Lincoln, l’intera ciurma di una nave, una squadriglia di piloti e innumerevoli reggimenti di cavalleria.

Questo potere illimitato di seduzione, dispiegato senz’ombra di sforzo o di calcolo apparente, ha il potere di portare al parossismo l’ebbrezza da identificazione di qualunque consumatrice di “rosa”; inoltre, le dimensioni ridotte della piccola incantatrice annullano ogni possibilità di competizione e fanno sì che la spettatrice media, abitualmente umiliata dal confronto tra il proprio aspetto e quello di Laureen Bacall o di Ava Garner, possa per una volta abbandonarsi all’incanto di un’idolatria senza frustrazioni.

Il terzo elemento di finzione è ancora una volta legato alle dimensioni di Shirley; in particolare, alla situazione di comico squilibrio in cui si trovano i suoi partners maschili, costantemente costretti, per parlarle, ascoltarla o ricevere un bacino, a chinarsi, a piegarsi in due, a cercarla con lo sguardo come se fosse Pollicino, uno scoiattolo o una formica. Il protrarsi di questa situazione isola Shirley in un’aura tale di assoluta eterogeneità da escluderla radicalmente dalla specie umana.

Shirley Temple (4)

Chiunque abbia visto Betty Boop vagabondare sulla scrivania del suo creatore Max Fleischer, o Tom e Jerry ballare in compagnia di Gene Kelly, sa di quale eterogeneità si tratti: Shirley è scappata provvisoriamente da un cartone animato.

Può aggirarsi quanto vuole tra piloti e ufficiali; può cantare, piangere, ballare, giocare con i negretti, restare orfana, ereditare milioni, non sarà mai più umana di Topolino, di Braccio di Ferro o di Betty Boop. Rispetto a Betty Boop, anzi, Shirley si muove in una realtà più ovattata, più fittizia; se la minuscola vamp dei cartoons degli anni ’20 attirava inevitabilmente loschi e voraci insidiatori, aggressori malintenzionati che trasformavano la sua esistenza in una continua fuga, Riccioli d’oro non deve mai fare i conti con qualche effetto secondario indesiderato del proprio fascino. E’ la sola seduttrice della storia cui non può mai capitare di spingersi troppo oltre o di restare vittima del suo stesso gioco. La sua non umanità la protegge; se qualcuno dei suoi partners adoranti pretendesse da lei qualche forma di reciprocità, sarebbe come se Gene Kelly pretendesse che il topino Jerry, finito di ballare il tip tap, venisse a mangiargli in mano un pezzo di vero gruviera.

Difesa e segregata al tempo stesso dalla sua artificialità, Shirley non può che continuare a sperimentare, su interlocutori sempre diversi, il suo collaudato rituale di seduzione lillipuziana: lancia uno sguardo esplorativo di sbieco, dal basso in alto, spiana il broncio in una risata tutta fossette e il mondo intero si arresta per un attimo ai suoi piedi, senza chiederle nulla. Per un attimo sono sospesi i ferrei rapporti di forza, le leggi dello scambio, i meccanismi di autodifesa e di ritorsione che governano le strategie amorose degli esseri umani; è un attimo di cui l’età stessa di Shirley, ben più indifesa delle altre dive davanti agli oltraggi del tempo, sottolinea continuamente la precarietà; ma è l’attimo al quale tendevano, nel loro progressivo liberarsi dagli impedimenti della realtà, due secoli di romanzi d’amore, è l’assoluto del Rosa, la sua utopia.

 

Shirley Temple (3)

Shirley Temple o il rosa assoluto

di Mariolina Bertini

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