Non starò a raccontarvi delle storie

Menu

Contro il Salone del Libro

salone
Bene.
Dopo 16 (sedici) anni
i vertici del Salone del Libro di
Torino sono cambiati.
Lasciano un’inchiesta in corso per peculato
e un deficit di pare qualche centomila euro.
Lasciano anche una macchina che
macina cifre d’afflusso impressionanti
e per il quale si calcola un beneficio
economico per l’indotto importante.
In effetti se facessero un Luna Park
probabilmente ci sarebbero cifre più
importanti ancora.
Mi chiedo però, se facessero un Luna Park,
se ci metterebbero, chessò, degli stand
delle Edizioni della Crusca o di Henry Bayle, accanto al calcio in culo e allo zucchero filato.

salone
Che il punto è poi solo quello.
Tutte le critiche alla ora giubilata direzione
(ma non è che facciamo una legge che nessuno può
stare al vertice di checchessia per più di 4 anni?)
 si scontravano contro un
-c’abbiamo il successo, guarda che code mo’-.
Ah, no, poi dicevano anche
-avviciniamo ai libri persone che ai libri non ci s’avvicinano–
Ecco.
Ecco sì, il punto è quello.
Torniamo all’inizio:
c’ha un motivo d’essere il Salone
che non sia macinare folle?
Si dice appunto
avvicinare al libro ecc.
Ma che gli fai vedere a quelli?
Quali strumenti dai a chi viene alla Fiera
e non s’è mai avvicinato a un libro?
Strumenti per capire che ci sono case editrici
degne di questo nome
e ciofeche che gridano vendetta.
Quali strumenti per orientarsi?
Quali strumenti per capire cosa sia un libro?
Quali strumenti per immaginare che i libri
non li scrive solo
Benedetta Parodi?

salone
Il mio astio sempre crescente verso il Salone
è che temo sia uno strumento
attivo
per la desertificazione
del mercato del libro.
Se io faccio passare
l’informazione che
una casa editrice a pagamento che mi pubblica
i miei conati di narcisismo (ah, beh questo lo fanno anche
quelle non a pagamento), beh, la cronaca
dettagliata della mia operazione al colon,
e una casa editrice
che spende sul progetto, che traduce, che investe in grafica e
curatela (sì lo so, sono sempre meno
ma, appunto, il Salone ne è concausa),
se faccio passare, dicevo, l’idea
che fra queste due cose
non c’è differenza,
ho messo su una macchina
sostenuta con soldi
pubblici
che nega quello che si ritiene debba fare,
che distrugge anno dopo anno un mercato fragilissimo
e che estende i suoi danni sulle generazioni a venire
portate a pascolare
coi trolley alla ricerca di carta
che, speriamo, butteranno almeno nella raccolta differenziata.

salone

Il nodo, semplice,
è che basta che paghi e il tuo standino al Salone ce l’hai.

È come se a Artissima
(il modello che proposi per un Salone rinnovato)
basta che paghi e puoi esporre i tuoi quadri dei Clown.
Chi ci andrebbe?
Che credibilità avrebbe?
A che caspita servirebbe?
O prendiamo quello che spesso
a Torino
considerano come gemello del Salone del Libro,
quello del Gusto.
Quanto lavoro è stato fatto
intorno al Salone del gusto
sui temi dell’educazione alimentare,
della produzione sostenibile,
della conoscenza della filiera,
di qualunque cosa anche assurda ma che
stava nel capitolo “educazione alla conoscenza”,
ritenendo che solo così
crei un mercato. Solo attraverso
l’educazione.

Quello che mi scandalizza (sì è il termine giusto)
è che il Salone ha abdicato totalmente a ogni ipotesi pedagogica,
nell’assenza di una curatela, di un progetto, di una selezione,
resta solo il potere del denaro.
Ma attenzione, il denaro cattivo in questo caso
non è Mondadori,
che fa uno stand gigante dove finalmente uno può vedere
in una volta la loro produzione
-è l’unico senso che ha ancora andare al Salone,
vale per i grandi come per i piccoli,
da quando le librerie non possono più
tenere parti intere di catalogo delle case editrici
(qualcuna, meritoria, lo fa, e ha successo)-,
no, il denaro cattivo è la micro casa editrice fatta per
motivi che sfuggono ai più,
incolta, inutile, destinata all’oblio,
prive di alcuna cultura editoriale,
grafica, culturale.

salone

La pelosa e ridicola difesa di chi evoca la democrazie del mercato
varrebbe se il Salone fosse una cosa privata senza alcun sostentamento pubblico.
Ma così non è.

Volete accogliere tutti?
Bene, soluzioni ce ne sono:
decidete che ogni anno una giuria
premia 15 case editrici fighe, le mette in uno spazio e dice: tiè, è
così che si fa.

Ma ooooh già m’immagino
i lai e gli strali
di un Paese che odia essere giudicato
-e non si perde un talent-.

Il Salone è davvero lo specchio
malvagio di un certo modo di essere italiani.
Editori che fate il vostro mestiere con dignità, cura e sapienza,
non andateci più,
organizzate un contro-Salone,
disertate un luogo che vi disprezza e vi nuoce.
Non accettate più il ricatto che vi dice:
tante persone come ne vengono qui non le vedrete mai.
Ma venire al Salone vuol dire non solo pagare
un prezzo folle per lo stand -e le trasferte e gli alloggi e il cibo schifoso-,
ma anche annacquare o sporcare anni di lavoro per costruire un progetto
integro.
Molti vi vedono che non vi vedrebbero, ma altrettanti vi metteranno sullo stesso
piano
di chi pubblica a pagamento storie dei misteri dei templari.

Forse si possono studiare strategie migliori.
Educare il pubblico, formarlo, farlo crescere
sono gli strumenti in mano agli editori
per coltivarsi gli acquirenti.
Il Salone è la Fiera della diseducazione,
alla lunga non un solo lettore entrerà
nei suoi padiglioni.

salone

Un saluto
dal Salone.
A presto, FN

Cartoline, gli ultimi post.
FN, tutti gli ultimi post