Non starò a raccontarvi delle storie

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S/Z / Guido Mattia Gallerani

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

[Come capita alle feste di compleanno, c’è un momento in cui ci s’alza e si racconta un aneddoto che ci lega al festeggiato, si rievoca il momento in cui lo si è conosciuto, si ripercorrono gli anni passati insieme. Sì è forse troppo indulgenti o all’improvviso si dicono cose sopite da anni; lo si fa in pubblico, di fronte a tutte le persone convenute, perché spesso i rapporti importanti, che ci hanno segnato, hanno bisogno di essere di nuovo descritti, ascoltati, festeggiati. Questo è quel che si cercherà di fare qui. Auguri!]

4. S/Z, di Guido Mattia Galleraniroland barthes

S/Z (1970) di Barthes porta un titolo altamente simbolico, con quell’enigmatico e curioso asse trasversale che divide le due lettere e quasi annuncia la struttura bipartita dell’intero volume: un parallelismo interno tra due testi, di BartheS e quello di BalZac. Le due lettere sono anche le iniziali dei nomi dei due protagonisti, Sarrasine e Zambinella, della novella Sarrasine al centro del commento di Barthes; in mezzo, il segno grafico esemplifica già l’interpretazione del critico, rappresentando la castrazione che interverrebbe nella narrazione.

L’aspetto del volume, per la presenza del commento, appare subito associabile al genere del saggio critico. Se l’unica citazione esplicita di S/Z riguarderà soltanto l’articolo di Jean Reboul, a cui Barthes deve l’individuazione del tema simbolico della castrazione (di Sarrasine ad opera di Zambinella), il discorso critico intrattiene altre relazioni con altrettanti testi.

La relazione di commento con quel racconto non potrà essere l’unica e la sola ad attraversare l’opera se compito del discorso non è collegare senso e testi come due insieme biunivoci, ma mostrare come ogni singolo testo partecipi al discorso universale di altri e infiniti testi potenziali, e quindi di altrettanti sensi, secondo un rapporto indecidibile di attribuzione sistematica di uno all’altro.
La consueta combinazione di testo critico e citazione dal testo letterario analizzato, che s’inserisce quindi tra le pieghe del discorso critico e lo interrompe per essere spiegato, risulterà invertita in S/Z.

Il racconto di Balzac non è raccolto in parziali ed isolate citazioni, ma invade completamente il testo di Barthes; stavolta sarà il discorso critico quello che si insinua a far saltare la continuità del testo commentato, soffermandosi di frammento in frammento a discutere lo sviluppo di Sarrasine. Barthes chiama “lessie” i brani di volta in volta commentati. Il saggio di Barthes vuole presentare un discorso critico collaborativo e non esplicativo o ermeneutico. Utente e fabbricatore confondono le loro tracce rispettive attraverso la relazione ambigua istituita tra lettura e scrittura all’interno di S/Z.

Vere e proprie parti saggistiche sono comunque presenti e facilmente visibili nel libro, perché il discorso critico è frammentato in novantatré capitoli, d’argomento diverso e di riflessione più teorica, attraverso le 561 lessie.

Quei brani formalmente autonomi dal commento (non seguono in calce le lessie) interrompono il dialogo serrato tra i due testi, rafforzando in realtà il discorso saggistico di Barthes. Soprattutto in questi punti, il critico chiarisce il proprio metodo di analisi nel momento stesso in cui lo applica a Sarrasine ed inevitabilmente da questa, almeno in parte, lo ricava.

Esiste dunque un parallelismo tra il discorso di Barthes e il racconto di Balzac, nonostante S/Z voglia proporsi soprattutto come un commento, anche se esemplare per il portato teorico che vorrebbe suggerire.

Il commento integra al testo di Balzac dettagli che Barthes crede mancanti, come se la descrizione di Balzac fosse troppo riduttiva rispetto ai molteplici sensi che può nascondere. In sostanza, il critico può attribuire altri significati alla sottrazione di certi motivi da lui introdotti, soltanto perché lo stesso Balzac nel racconto originale mai li cita.

Barthes trucca il testo di Balzac, perpetuando in una strategia di cui ha già tentato l’efficacia nelle Mythologies (1957) e che impiegherà di nuovo nella Chambre claire (1980). In questo specifico caso, il critico aggiunge con una mano qualcosa al testo-oggetto proprio nel momento in cui con l’altra lo mostra agli occhi dei lettori, tramite un’immensa citazione volta a metterlo tutto in evidenza.

Ad esempio, quando si narra di come il maestro scultore Bouchardon prenda Sarrasine sotto la propria ala e lo educhi durante l’infanzia (lessia 172), Barthes attribuisce al precettore un codice simbolico, La madre e il figlio, che gli conferisce un comportamento materno. Potendo avvicinare con la sua lettura, pur sempre strutturalista (cioè composta per ritagli di diverse parti del testo e loro coordinamenti in una struttura seconda), gli estremi delle storie, il critico commenta retrospettivamente le lessie alla luce delle successive e trasfonde sensi posteriori a punti posti precedentemente nel racconto.

Barthes ha questo vantaggio: conosce tutto il racconto dalla sua lettura; pertanto, può rintracciare lo stesso codice simbolico anche presso altri personaggi e propone quindi una sorta di figura seconda, in grado di trasmigrare da un personaggio a un altro. Quel codice simbolico può anche dare vita, cioè, a un vero e proprio personaggio-figura latente nel testo: la Femmina Castratrice.

La figura è una configurazione impersonale che può oscillare tra i diversi personaggi, che non sono altro che luoghi di passaggio della figura. Mentre l’attenzione del lettore è indirizzata sul racconto nella sua forma più visibile, materiale, sezionabile, vale a dire sul personaggio, il saggio stesso si rivolge a un altro testo secondo, riscritto che è, in realtà, oltremodo opaco, e in cui bisogna scendere in profondità e scavare per ritrovare il senso. La figura è un’invenzione che permette il passaggio tra finzione e argomentazione.

Intanto, Barthes argomenta dell’esistenza delle figure sempre per sottrazione: Sarrasine non ha una madre, il giovane non sa degli attori castrati, la marchesa non conosce il segreto del vecchio Zambinella, il narratore non avrà ciò che desidera in cambio del suo racconto. Ma non basta al discorso di Barthes derivare logicamente le assenze dal racconto. Per come viene rappresentata, la figura è ciò che sopravvive ai personaggi. La sua presenza corrisponde a un’esigenza del discorso di Barthes: salvare i personaggi della finzione; essi non hanno colpa del loro destino: la figura di una donna Castratrice li tormenta. Il critico crea i propri personaggi per raccontare una storia che procede asincronica alla trama di Sarrasine e che le scorre  parallela.

Sarrasine è letto da Barthes in tutto quello che non dice e che, invece, potrebbe dire al lettore; come farebbe d’altronde ogni altro testo se si assumesse a suo parametro relativo la visione delle infinite reticolazioni dell’intertesto.

Una certa dose di narratività del discorso del saggista consente di far coesistere commento testuale ed riscrittura all’interno di uno stesso libro. Barthes sta in realtà già riscrivendo quel racconto col proprio discorso saggistico. Egli preleva qualcosa dal regime originario di quello stesso racconto per riscriverlo. La sua qualità narrativa è trasferita entro le maglie dell’analisi critica come quell’elemento di finzione che, appena creato, si sottomette al servizio di una nuova idea della lettura.

 

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

1. Barthes par Barthes, di Massimo Scotti

2. Frammenti di un discorso amoroso, di Giovanna Zoboli

3. Miti d’oggi, di Guido Mattia Gallerani

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