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ROLAND BARTHES: Variazioni sulla scrittura

Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura

Bar Barthes, di Marco Mondino

-i testi

9: Scrivere

«La scrittura, insomma, non è altro che una screpolatura. Si tratta di dividere, di solcare, di rendere discontinua una materia piana, foglio, pelle, distesa di argilla, muro»

(Variazioni sulla scrittura, p. 36)

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1.

La scrittura è l’oggetto da cui tutto ha inizio: punto di partenza e luogo dell’intersezione, centro ideale da cui i concetti dipartono e si incrociano. Parlare di scrittura significa attraversare Barthes per intero, immaginare i suoi scritti come un corpo e il corpo come un luogo. Barthes non percorre semplicemente l’idea di scrittura, piuttosto la solca e la scava.

Se nel suo primo libro (Il grado zero della scrittura) lo sguardo era rivolto verso un’idea metaforica del termine (la scrittura come ciò che lega lo scrittore alla società), vent’anni dopo, «con una sorta di risalita verso il corpo» (p. 5), l’attenzione si sposta al gesto, all’aspetto manuale, all’atto muscolare e, ancora, alle relazioni con gli strumenti, la materia, la superficie.

La scrittura non è solo prodotto ma atto della produzione, è dunque movimento e azione, e come tale va colta nella sua dimensione performativa, nel suo farsi, nel suo costruirsi come gesto. Esiste dunque da un lato quell’insieme stabile di regole fatte di forme grafiche (la scrittura propriamente detta), e dall’altro l’idea della scrizione che chiama in causa l’evento scrittorio.

Barthes si sofferma sul concetto di ductus, che indica contemporaneamente «l’ordine in cui la mano traccia le linee che compongono una lettera (o un ideogramma) e la direzione secondo cui ogni singolo tratto viene eseguito» (p.58).

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Il ductus riguarda dunque il modo e la velocità con cui una scrittura viene tracciata,

tuttavia l’atto non può essere separato dallo strumento: ci sono scritture del punzone (scalpello, calamaio e pennino) e del pennello (penna a sfera o pennarello). Se la prima è una in-scrizione intesa come scrittura dell’intaglio, del marchio, della memoria, il cui modello originario è quello cuneiforme geroglifico, la seconda è una scrittura della de-scrizione, della mano inclinata, del disegno sceso dall’alto, posato.

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In linea con le idee che animeranno gli scritti sull’arte, nei quali si prospetta uno studio che parte dai gesti, dagli strumenti e dalla materia, Barthes delinea un’analisi della scrittura che non segue l’evoluzione dei tracciati ma che si interroga sulla mutazione degli strumenti e sul ruolo della materia. Lungo il corso della storia si è così inciso su materiali molli come l’argilla, si è scolpito la pietra, il legno o il metallo, e si sono utilizzati colori e pigmenti per scrivere su superfici diverse come la stoffa, le foglie o, ancora, la carta.

«il supporto determina il tipo di scrittura perché oppone resistenze diverse allo strumento tracciante, ma anche più sottilmente, perché la tessitura della materia (la sua levigatezza o rugosità, la sua durezza o morbidezza, il suo stesso colore) obbliga la mano a gesti di aggressione o di carezza» (p.63).

L’umanità ha davvero scritto su qualsiasi cosae il muro, ad esempio, appare come uno dei supporti da sempre più utilizzati: esso “invoca la scrittura” ma allo stesso tempo nulla appare più “voyeur” di un muro scritto. Esso ci guarda e ci riguarda, ci chiama e ci sollecita. Il muro scritto è un continuo deposito di immagini e lettere: una sovrapposizione ritmica in cui scritture personali si accostano a quelle ufficiali. Il muro è il foglio bianco per eccellenza, è il deposito della memoria o ancora, come ricorda Emanuele Coccia,«lo spazio di proiezione e di produzione fantasmagorica» (Il bene nelle cose, p. 20).

E proprio i muri sono stati i protagonisti, negli ultimi quarant’anni, di un fenomeno come quello del writing dove le lettere si combinano e si intersecano tra di loro costituendo spesso un sistema non chiaramente leggibile; dove forme e colori si rincorrono dando vita a veri e propri linguaggi autonomi, incomprensibili agli occhi di un profano.

Nelle prime pagine del libro Barthes si sofferma sul carattere crittografico della scrittura, fenomeno che è possibile rintracciare in tradizioni diverse.

La scrittura non serve solo a comunicare, essa “è servita a nascondere ciò che ad essa era affidato”. Ci sono ancora oggi scritture che passano attraverso una vera e propria iniziazione fatta di ermetismo grafico, e ci sono poi scritture che si basano sull’immaginazione di certi pittori. Non sono aberrazioni d’artista ma scritture illeggibili (quelle di Masson o Réquichot), manifestazioni del rovescio: «una scrittura non ha bisogno di essere leggibile per essere, a pieno titolo, scrittura» (p.31).

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Anche il carattere estetico viene preso in considerazione e a questo proposito la scrittura cinese è esemplare poiché è stata prima estetica e/o rituale, destinata dunque ad indirizzarsi agli dèi e in seguito funzionale. Il punto di vista di Barthes è dunque ben chiaro sin dalle prime pagine: «Non è affatto evidente che la scrittura serva a comunicare; è solo per un abuso del nostro etnocentrismo che noi attribuiamo alla scrittura delle funzioni puramente pratiche di contabilità, di comunicazione, di registrazione» (p. 15).

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La dimensione autobiografica si riflette anche in questo scritto e Barthes confessa di avere tre diverse scritture a seconda che si trovi a redigere testi, a prendere appunti o sbrigare corrispondenze. Tali scritture variano in relazione al lettore presunto (nella traduzione di Ossola il ‘simulacro del lettore’): nullanel caso degli appunti, personalizzata nel caso delle lettere ed eidetica (ma non per questo meno esigente) nel caso del testo. Le tre scritture non solo determinano diversi interlocutori ma rimandano a diversi momenti del quotidiano e ad aspetti e modi diversi di usare la scrittura. Italo Calvino in un suo testo ha svolto una vera e propria autoanalisi della propria calligrafia riflettendo sulle variazioni grafiche:

La pagina non è una superficie uniforme di materia plastica, è lo spaccato di un legno, in cui si possono seguire come corrono le fibre, dove fanno nodo, dove si diparte un ramo. Io credo che compito della critica sia anche – o forse per prima cosa – vedere queste differenze: dove c’è accumulato più lavoro e dove ce n’è meno. Ora in queste parti più scritte ce n’è di quelle che io chiamo scritte piccolo piccolo perché scrivendole accade (io scrivo a penna) che la mia grafia diventi piccolissima, con gli o e gli a senza un buco in mezzo, ridotti a dei puntini; e ce n’è di quelle che chiamo scritte grande perché la grafia mi viene invece più larga, con delle o e delle a che ci si può entrare dentro un dito.

Quelle scritte piccolo piccolo direi che sono quelle in cui tendo a una densità verbale, a una minuziosità descrittiva (Note e notizie sui testi, in I. Calvino, Romanzi e Racconti, Volume 1, Meridiani, pp. 1355-56).

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Le Variazioni sono un passaggio obbligato per chi intende soffermarsi su una teoria della scrittura, per chi vuole approfondirne i caratteri antropologici o le implicazioni all’interno della storia culturale. Si tratta di un punto di non ritorno, di una ricognizione allo stesso temposistematica e asistematica. Barthes mette nuovamente al centro della sua analisi il corpo, elaborando una fisiologia dell’atto della scrittura che non esclude l’aspetto del godimento; passa da un racconto che coinvolge i cambiamenti storici, gli usi e le abitudini a uno sguardo antropologico volto a superare una visione etnocentrica della scrittura. Percorre inoltre piste personali interrogando il rapporto tra gli scrittori e la pagina bianca. Il terrore della “sterilità” è descritto come una condizione intima e universale e per esorcizzarlo bisogna ricorrere a protocolli o abitudini (la predilezione per certi orari, certi luoghi, il gusto per gli oggetti di cartoleria) che possano dare godimento a quest’azione. Il racconto della scrittura proposto da Barthes abbatte frontiere e alfabeti, si sofferma sulle scritture magiche ed effimere, sulla relazione spazio-tempo, sul ritmo, sulle legature, sulla distanza tra le lettere e ancora sulla vettorialità. Questo procedere e saltare da un livello all’altro è l’aspetto più affascinante dell’indagine.

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4.

La storia editoriale delle Variazioni sulla scrittura richiede un adeguato approfondimento. Il testo era stato commissionato dall’Istituto Accademico di Roma con una lettera inviata a Barthes nel dicembre del 1971 e doveva essere inserito in un volume collettivo.

Non verrà mai pubblicato, se non nel 1994 nell’edizione francese delle Opere Complete. In Italia il libro, tradotto e curato da Giuseppe Zuccarino, viene pubblicato per la prima volta da Graphos (edizione ormai rara) nel 1996. Per la copertina si sceglie un particolare da un disegno di Roland Barthes, evidenziandocosì il connubio che lega pittura e scrittura.

Nel 1999 appare una nuova edizione delle Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo. Il volume è curato da Carlo Ossola che nella sua prefazione spiega la scelta di porre i due testi in un unico volume: «Ciò che Barthes aveva organicamente concepito – e ora si legge, per la prima volta, nella presente edizione einaudiana – era un unico saggio, una sola movenza, dalla ‘disciplina’ del copista alla jouissance nel testo». Il pregio dell’edizione Einaudi è stato quello di inserire l’apparato iconografico, originariamente pensato da Barthes, e non pubblicato nell’edizione francese.

Le immagini diventano essenziali in un testo come questo e il dattiloscritto ci fornisce una lista completa ed esatta di quelle che erano le intenzioni di Barthes. Il lavoro con le fotografie del resto ha caratterizzato anche altri testi usciti negli stessi anni, si pensi all’Impero dei Segni o ancora a Barthes di Roland Barthes.

 

Il BB continua in questo senso a perseguire, almeno per ora, quest’interesse verso la dimensione visiva provando, da un lato, a ricostruire sistemi di pertinenze e,dall’altro, ad offrire attraverso le fotografie degli interni dei testi quell’universo visuale che caratterizza buona parte delle opere di Barthes.


Bar Barthes, di Marco Mondino

-i testi

9: Scrivere

Nella Sezione Album 35 fotografie della prima edizione di Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo, di Roland Barthes (Einaudi 1999), volume da cui sono tratte le illustrazioni di questo articolo.

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Bar Barthes, di Marco Mondino

Un tentativo di esplorare con cura il pensiero di Roland Barthes lungo i suoi libri, condotto attraverso lo sguardo attento e interrogante di chi si accosta a Barthes decenni dopo la scrittura delle sue opere. Marco Mondino apre il suo Bar su FN, con un gesto ambizioso e pacato, che vuole dar conto di tutti i testi di Barthes pubblicati in Italia -presentati, nelle illustrazioni, nelle loro prime edizioni-, uno per uno, cronologicamente; ai post monografici se ne affiancheranno altri, più mossi, inaspettati, d’occasione. Concluso, con la pubblicazione degli inediti più personali, il tempo presente di un autore che ha segnato profondamente almeno tre decenni del pensiero culturale, il Bar Barthes si propone di inziarne una rilettura, informativa, puntuale, divertita.

 

Roland Barthes, Arcimboldo. Abscondita 2005. Responsabilità grafiche non indicate. Pag. 4 (part.), 1

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