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Frammenti di un discorso amoroso / Giovanna Zoboli

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

[Come capita alle feste di compleanno, c’è un momento in cui ci s’alza e si racconta un aneddoto che ci lega al festeggiato, si rievoca il momento in cui lo si è conosciuto, si ripercorrono gli anni passati insieme. Sì è forse troppo indulgenti o all’improvviso si dicono cose sopite da anni; lo si fa in pubblico, di fronte a tutte le persone convenute, perché spesso i rapporti importanti, che ci hanno segnato, hanno bisogno di essere di nuovo descritti, ascoltati, festeggiati. Questo è quel che si cercherà di fare qui. Auguri!]

2. Frammenti di un discorso amoroso, di Giovanna Zoboli

Nel braciere del senso

roland barthes

Ho acquistato Frammenti di un discorso amoroso nel 1980. Avevo diciotto anni. Lo lessi con gratitudine, in uno stato di sbigottita delizia, perché finalmente trovavo restituito l’amore alla sua splendente difficoltà, alla sua letterarietà, dopo esserne stato depredato da una generazione che, in un eccesso di spavalderia, l’aveva consegnato a una dimensione di immediatezza, istintività e ideologia in cui non mi trovavo e che mi sembrava ridurre ogni cosa a una pratica vacua e pedestre.
Non c’era nulla al mondo complesso come l’amore, mi diceva invece l’esperienza, e Roland Barthes lo affermava in queste pagine con luminosa evidenza. Era un alfabeto che scendeva, gradino dopo gradino, nel labirinto dei pensieri che legano e slegano amanti e amati, e ci si trovava di tutto: poeti, romanzieri, filosofi, psicoanalisti, musicisti, pittori, mistici. Tutti costoro affermavano che nulla al mondo esiste di più sensazionale dell’amore e che ad esso, ai corpi e alle menti degli amanti, vanno riservate le più sottili e profonde riflessioni.
Di quel libro, che costava 4500 lire, mi piaceva tutto: i titoli di ogni figura – così chiama Barthes i paragrafi del libro: «Per tutta la durata della vita amorosa, le figure spuntano nella mente del soggetto amoroso senza un qualsiasi ordine, dato che esse dipendono ogni volta da un caso (interiore o esteriore)»- , seguite dalle definizioni in corpo minore delle voci selezionate e ordinate alfabeticamente. Mi piaceva trovare i nomi degli autori dei riferimenti citati, scritti in orizzontale, in corpo minuscolo, a margine del testo, come si fa quando in un libro si prendono appunti a mano.

Mi piaceva l’incipit:
È dunque
un innamorato
che parla
e che dice:

«Nell’amorosa quiete delle tue braccia» come affermava, alla pagina successiva, il titolo della prima voce: Abbraccio.
Ma probabilmente più di tutto mi piaceva la copertina, su cui le due mani che si sfioravano non appartenevano a due amanti, ma a Tobia e l’Angelo, nel quadro omonimo di Andrea Verrocchio.

Verrocchio raffigura il momento del cammino che Tobia compie insieme all’arcangelo Raffaele che in incognito lo accompagna a riscuotere un debito del padre cieco. Nulla fa pensare alla cupa atmosfera del racconto biblico: in primo piano, Tobia, vestito con grande eleganza di rosso e di azzurro, cammina accanto all’arcangelo che procede quasi danzando, accompagnato da un piccolo cane bianco che si direbbe della stessa razza, maltese, di quello di Sant’Agostino nello studio del Carpaccio.
La postura delle mani dei due personaggi, che è il fulcro del dipinto, è identica, anche se i gesti sono diversi. Con la mano sinistra, l’arcangelo si tiene la veste, mentre Tobia regge il pesce grazie alle cui interiora libererà la sua futura e ancora sconosciuta sposa dai demoni e guarirà il padre dalla cecità. Con la mano destra, Raffaele si indica il cuore, mentre Tobia con un gesto delicato trattiene appena il passo dell’angelo.
Tobia rivolge uno sguardo interrogativo all’angelo che invece è assorto in se stesso, quasi sognante. Sullo sfondo si scorge un paesaggio collinare.

Il quadro, di stupefacente bellezza, ritrae un momento di perfezione. Verrocchio non sceglie di rappresentare uno dei passi salienti della vicenda, e si concentra invece su una scena, per così dire, di passaggio. La figura dell’angelo custode era diffusa nell’Italia del Rinascimento, e spesso dipinti ispirati al Libro di Tobia, apocrifo dell’Antico Testamento, erano commissionati in occasione della partenza di un figlio.
Quella che qui è portata in primo piano è la ventura di aver trovato sulla propria strada un accompagnatore sconosciuto che occulta la propria natura celeste, e di procedere in sintonia con i suoi passi, in uno stato di grazia. Il movimento delle mani e delle braccia che per un istante si toccano sembra coincidere con quello di una inconsapevole iniziazione del giovane ai misteri di un passo a due mai sperimentato prima. La scena sembra quella di una passeggiata in una limpida giornata di primavera in cui improvvisamente si produca un’epifania, la rivelazione di una inattesa verità. Potrebbe trattarsi di quella della presenza arcana dell’Altro, colui che è dotato della misteriosa qualità di essere identico a chi lo guarda e insieme perfettamente inconoscibile.

Non credo si sarebbe potuto trovare dettaglio di pittura più esatto per illustrare la forma di questi Frammenti di un discorso amoroso, e in particolare della figura che si intitola: «Quando inavvertitamente il mio dito» e che si apre con la voce Contatti, ispirata a un passo del Werther: «La figura fa riferimento ad ogni discorso interiore suscitato da un contatto furtivo con il corpo (e più precisamente con la pelle) dell’essere amato». Spiega Barthes poco più avanti: «… Werther non è pervertito, ma innamorato. Egli dà un senso, sempre, ovunque, a proposito di niente, ed è proprio il senso che lo fa fremere: egli si trova nel braciere del senso. Per l’innamorato, ogni contatto pone il problema della risposta: egli chiede alla pelle di rispondere.
(Mani che si stringono – immenso dossier romanzesco – gesto tenuto all’interno della palma, ginocchio che non si scosta, braccio allungato, come niente fosse, sullo schienale d’un divano sul quale, piano piano, la testa dell’altro viene a posarsi. È la regione paradisiaca dei segni sottili e clandestini: è come una festa, non dei sensi, ma del senso.»

Storie simili a quelle di Tobia si ritrovano in diverse fiabe e leggende, come Il compagno di viaggio di Hans Christian Andersen. Qui il misterioso compagno di viaggio è lo spirito di un morto accudito dal ragazzo protagonista durante i vagabondaggi iniziati dopo la morte del padre. Sarà lui, lo spirito, a fargli superare le prove che gli faranno conquistare la terribile principessa che fa decapitare e impiccare tutti i pretendenti che sbagliano a rispondere alle sue domande.
Così Andersen descrive la sua apparizione: «Passava la principessa, ed era veramente così bella, che tutti dimenticavano quanto fosse malvagia, e gridavano evviva! Dodici splendide giovinette, tutte vestite di seta bianca e con un tulipano d’oro in mano, le cavalcavano ai lati su dei cavalli neri come il carbone. La principessa aveva invece un cavallo bianco come la neve, ornato di diamanti e di rubini, e il suo vestito era di oro zecchino, e in mano aveva uno scudiscio che sembrava un raggio di sole, la corona d’oro che aveva in capo era come formata di tante stelline cadute dal cielo e più di mille splendide ali di farfalla cucite insieme erano il suo mantello. Nonostante ciò, era molto più bella dei suoi vestiti. Quando Giovanni la vide, il suo viso si fece di fiamma, ed egli non poté pronunciare una parola: la principessa era tale e quale alla bellissima fanciulla con la corona d’oro in testa che aveva visto in sogno la notte della morte del padre.»
Uno scudiscio che sembrava un raggio di sole è un’immagine che forse sarebbe piaciuta a Barthes che, alla voce Rapimento, nella figura Rapito in estasi, spiega: «Il soggetto è per noi (dal cristianesimo in poi?) colui che soffre; “laddove c’è dolore, c’è soggetto: die Wunde! Die Wunde! [la ferita] dice Parsifal, diventando in tal modo «lui stesso»; e più la ferita è aperta, al centro del corpo, (nel «cuore»), più il soggetto diventa soggetto: poiché il soggetto è l’intimità («la ferita […] è d’una intimità spaventosa»). Tale è la ferita d’amore: una piaga radicale (alle «radici» dell’essere) che non riesce a richiudersi e da cui il soggetto scola via, componendosi come soggetto proprio in questo fluire.»

 

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12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

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