Non starò a raccontarvi delle storie

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Robert Kump, Smučar

I libri sono sempre manuali d’istruzioni. Dai libri religiosi, la Bibbia, il Corano, la Torah, sino ai romanzi più sovversivi. Leggendo impariamo come si sta al mondo, a riconoscere i nostri sentimenti vedendoli riflessi in quelli dei personaggi, impariamo che esistono altri mondi oltre quello piccolo piccolo che ci circonda e impariamo a inventare mondi che nessuno ha inventato; sono i libri che ci insegnano come si fa.
Di una fantastica scrittrice italiana, Liala, si dice che abbia insegnato alle donne –scriveva dopo la seconda guerra mondiale– a lavarsi: modellando quelle che sapeva sarebbero diventate le eroine delle sue lettrici, mai tralasciava un accenno all’importanza dell’igiene, le donne che descriveva, bellissime, rifulgevano in un’aura lievemente profumata di sapone, prima ancora che di profumo. Scrivendo, foss’anche per noi stessi, sempre compitiamo istruzioni.

Quando siamo innamorati cerchiamo nei libri risposte ai nostri dubbi, consigli su come comportarci. Questo vale per la narrativa e ancor più, naturalmente, per la saggistica, da quella altissima al libriccino raffazzonato di auto-aiuto.

Le istruzioni che forse noi tutti più di altre maneggiamo sono quelle, gioie e dolori, accluse ai pacchi di prodotti Ikea, senza parole. L’istruzione senza parola ha molti vantaggi: non deve essere tradotta, permette all’istruendo di far da solo confrontando la realtà con la sua rappresentazione, permette un altissimo tasso di ambiguità che l’utente, da solo, è tenuto a risolvere, facendo appello alla logica.

Nel 1948, la Državna Založba Slovenije, pubblica a Ljubljana un libro di Robert Kump, Smučar, Lo sciatore.
È un libro meraviglioso, di 339 pagine, interamente illustrato, con appena due pagine di testo alla fine, una legenda. Non una sola spiegazione è data mai, non un titolo, un’indicazione, un accenno. Solo, esclusivamente, disegni.

L’autore compone qui un manuale d’istruzioni per lo sciatore che mai abbia sciato, che mai, anzi, abbia toccato la neve.
La prima illustrazione è, infatti, un fiocco di neve, nella parte alta della pagina, sotto una breve banda di altri fiocchi di neve; la seconda illustrazione ripropone la breve banda, ma in basso: ha nevicato.
Di qui in poi il libro procede per pagine doppie: alla pagina pari un disegno puramente grafico, astratto: linee di forza, inclinazioni; alla pagina dispari dei disegni rappresentano uno sciatore –senza volto, stilizzato– compiere alcune figure sulla neve. Le due pagine si corrispondono rispecchiandosi. Pagina dopo pagina, pur nulla comprendendo di sci si entra in un mondo dove ad un’azione risponde una reazione, dove l’eleganza delle soluzioni ai problemi è essenza della riuscita.

Ci viene detto, senza una parola, non solo come risolvere dei problemi tecnici, ma anche lo stile in cui compierli, che deve essere trattenuto, vigile, ma sempre morbido; ci racconta di uno sport individuale ma in perenne rapporto coi compagni; ci racconta dell’infinita magia bianca della neve e di come la tecnica possa, unita a quella magia, farsi bellezza, astrazione.

L’ultima tavola è in una pagina dispari; l’illustrazione, non grande, è inscritta in un rettangolo al centro del foglio; il rettangolo è interamente di un grigio azzurro spento, che in tutto il volume indica la neve ferma; una sottilissima linea orizzontale senza colore divide in due il rettangolo; coi piedi per un nonnulla poggiati al di sotto della linea, lo sciatore va verso l’orizzonte, seguito dalla doppia scia dei suoi sci che s’allarga verso di noi e dalle buffe impronte sbuffanti delle racchette; noi, qui, lo stiamo seguendo.
Le istruzioni sono finite, la storia inizia da qui.

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