Non starò a raccontarvi delle storie

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ripensandoci

rue de turenne, 8.9.93

Non credo di essermi mai reso conto di essere giovane. Fra le tante incapacità di sentirmi parte di un gruppo qualunque esso fosse, nell’intolleranza al sentimento d’appartenenza, c’era quella generazionale, ma non solo questo, voglio dire, ma semmai la percezione di avere tutti la stessa età, quella cosa che ridi insieme e stai seduto sul bordo di un muro e c’è il vento e ti sembra di avere tanto futuro. Ecco, io, mai. Non certo perché pensassi di non avere un futuro davanti, che anzi semmai è proprio il senso della sua finitezza che mi è sempre mancata. Adesso riguardando queste foto, mentre fra poco compirò quarantacinque anni, mi accorgo che c’era un difetto, perché anche se mi sembra impossibile foto come questa mi testimoniano che io sono stato giovane. Me lo ricordano. Se cerco di guardare nel mio passato, quello che ricordo, attraverso questa foto, o tante altre, mi sembra semmai di vedermi invecchiare via via che retrocedo, e la pesantezza che sento, la fatica, l’ottusità incriccata del pensiero, mi rimandano a una vecchiezza finalmente svanita, confronto ad un presente sereno e divertito. Ma la foto, quella stanza che vedo oltre la soglia, mi raccontano invece di una generosità nel regalarsi alle cose, uno scialo fatto di caos, di direzioni sempre contrastanti, di tanta paura. Le matite, quella lampada, la grande foto alle spalle -che è ancora in una mia casa- i colori della porta e dei muri, la luce che era solo in quell’appartamento che affittammo due mie amiche ed io a Parigi più di quindici anni fa. Anche quelle braccia nude, e il collo, mi ricordano che sono stato giovane.

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