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RICCARDO FALCINELLI: una lettura di Romanzo di figure di Lalla Romano

Il desiderio guarda. Ma l’amore è esser guardati.
Una lettura di Romanzo di figure

di Riccardo Falcinelli

Lalla Romano, Lettura di un'immagine. Einaudi 1975. Responsabilità grafiche non indicate. Prima di sovracoperta (part.), 1

Lalla Romano, Nuovo romanzo di figure. Einaudi 1997. Responsabilità grafiche non indicate. Prima di sovracoperta (part.), 1

Il soggetto di un’immagine è spesso quello che vi vediamo raffigurato. Altre volte è invece colui che sta guardando. Le immagini ci chiedono cioè di decifrare non il “raffigurato” ma lo sguardo dell’osservatore.

Se in pittura questa condizione è metaforica (come negli autoritratti dei pittori che rappresentano un punto di vista su stessi), in fotografia questa è una faccenda sostanziale. In una foto l’osservatore non è una figura retorica ma una figura fisica. C’è davvero qualcuno che sta guardando. E non esiste quindi foto in cui la relazione tra guardante e guardato possa essere trascurata. Una foto è anche (e sempre) la raffigurazione di qualcuno che nella foto non si vede.

Questo statuto, filosofico e poetico, fa delle foto dei meravigliosi oggetti narrativi. Come accade in uno dei libri fotografici più complessi del Novecento: Romanzo di figure di Lalla Romano.
Uscito una prima volta per Einaudi nella collana “Saggi” nel 1976 con il titolo Lettura di un’immagine, fu poi ripubblicato nella collana “Supercoralli” dieci anni dopo*.

Vi troviamo le foto di un album di famiglia – scattate dal padre dell’autrice nei primi del Novecento – a cui è affiancato un testo narrativo. Non semplici didascalie ma tasselli di un romanzo, come il titolo dichiara in maniera programmatica.

Nella prima edizione le foto furono riprodotte usando delle cartoline a stampa dell’epoca. Poi nel 1985 la Romano ritrova le lastre originali e nasce la seconda edizione.

Subito emerge un fatto inaspettato e curioso: le nuove stampe sono “migliori” di quelle ottenute al tempo degli scatti. Prodigio della tecnica: si vedono dettagli che i vecchi sistemi di stampa avevano lasciato nascosti per novant’anni.

Ugo Mulas ha rivendicato più volte la centralità del laboratorio nel processo fotografico, “perché l’immagine che realizzi con l’apparecchio non è completa se non è stampata da te”. E questo è ancora vero nel mondo digitale.
In un’opera notissima di Mulas, L’omaggio a Niépce, troviamo poi un aspetto fondamentale per capire il ruolo del tempo in fotografia. Non è una foto fatta con l’obiettivo ma un’impressione diretta su carta sensibile: vi compare un rullino vergine 35 millimetri stampato nella sua interezza, compreso il capo esposto alla luce durante il caricamento e il tratto finale legato al rocchetto. Il tempo della fotografia è fatto di 36 singoli tempi perché di più il rullo non concede. Non una sequenza di comodo – dice Mulas – ma una realtà di linguaggio.

Lalla Romano, Lettura di un'immagine. Einaudi 1975. Responsabilità grafiche non indicate. Copertina (part.), 1

Un protagonista di Romanzo di figure è, appunto, il tempo. L’autrice interviene sull’ordine sequenziale delle immagini, costruendo una diacronia che sostituisce al tempo fotografico dato dall’ordine delle pose, un tempo narrativo dato dal susseguirsi degli eventi. Ordinando le foto secondo nuclei tematici, si traduce l’unità della lastra in unità letteraria, cioè in frase, in capitolo. Per questo in Romanzo di figure non troviamo l’incontro di due mezzi (la foto e la scrittura), ma l’incontro di due qualità: il fotografico e la letterarietà.
La bambina Lalla diventa romanzesca quando è guardata da se stessa divenuta altra: da adulta. La Romano è, infatti, la protagonista delle foto del padre, ma questo a sua volta è protagonista della narrazione della Romano da anziana. Così Lalla scrittrice ritrova non tanto se stessa bambina quanto i genitori, muovendosi attraverso i dati materiali che ha sotto gli occhi. Capisce il padre nel modo con cui fotografa la realtà, perché l’unica traccia inconfutabile di Lui sono le foto che ha lasciato. L’album è – anche se in parte inconsapevolmente – la visione del mondo di qualcuno che non c’è più.

Lei, la madre, si dà allo sguardo solo nell’alternarsi dei bianchi e dei neri: come appare in foto, come si lasciava guardare, come Lui la voleva, come la esponeva o come la preservava. Se è naturale mostrare il proprio pensiero parlando, meno ovvio è mostrarlo facendosi guardare. Ma a quei tempi le donne avevano imparato a farlo.
Da un punto di vista iconografico il modello è quello della ritrattistica tardoromantica ripulito però dei compiacimenti e delle bellurie estetizzanti. Roberto Romano, come la figlia, crede che una bella immagine sia quella che non pretende di essere bella, ma sensata.

La madre compare di frequente: Lei con l’ombrellino, Lei per il viale, Lei con la bambina in braccio, Lei sopra un asinello (come la madonna?). Si tratta allo stesso tempo di un gusto e di uno stile.

Lalla Romano si attiene sempre alla regola che si è data: parlare solo di quello che vede e risalire da qui alla storia, perché questi “fatti contingenti” sono i soli di cui dispone. I personaggi non nascono dall’introspezione ma dal modo con cui la luce li modella: un cacciatore è come una ballerina di Degas perché il suo scatto (attimo fotografico) è “sapiente e senza sforzo”; oppure le canne dei fucili ricordano il ritmo delle aste nelle antiche pitture di battaglie (Paolo Uccello); e nelle pecore al pascolo ci sono spazi e volumi musicali “come nelle odalische di Ingres”.

Lalla Romano sa che le figure, pure quando sono umanamente vive, esistono nelle loro qualità formali, e la figurazione (pittorica o fotografica che sia) è sempre un esercizio astratto. “Molti credono di sentire la natura perché dipingono un paesaggio col sole e col mare – dice la Romano –; io sento

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molto più il sole e il mare dipingendo un muro grigio”.

In questo senso Romano fornisce anche un contributo alla teoria fotografica che viene sottratta al confronto con la pittura e messa di fronte alla scrittura. E, come in quasi tutte le foto, il tema sotteso è la morte. Morte assoluta, quella dei genitori, e morte relativa, quella di un individuo che è diventato altro da sé.

Lalla Romano, Lettura di un'immagine. Einaudi 1975. Responsabilità grafiche non indicate. Pag. IX (part.), 1

A ogni coppia di pagine sono assegnate una foto e un’unità di testo, di modo che la temporalità coincida col voltar pagina. Il testo è composto in minuscolo continuo, gli unici segni d’interpunzione sono dei trattini: questo per ribadire il fluire da una pagina all’altra e anche perché il modulo foto-testo è un momento estratto da un lasso di tempo più grande. Questa durée s’identifica con la pagina cartacea e col tempo di lettura: non possiamo infatti leggere due o tre attimi contemporaneamente. Il sovrapporsi del tempo del libro come oggetto fisico col tempo della storia raccontata dà vita al pezzo più struggente del romanzo. Siamo sul Viale del castello. Nella prima foto ci sono madre e figlia ed è il padre a scattare. Le due tengono in mano gli ombrellini, sul prato il sole disegna le ombre degli alberi, il cane Murò è tra loro.

Lalla Romano, Nuovo romanzo di figure. Einaudi 1997. Responsabilità grafiche non indicate. Pag. 106 e 107 (part.), 1

Lalla Romano, Nuovo romanzo di figure. Einaudi 1997. Responsabilità grafiche non indicate. Pag. 108 e 109 (part.), 1

Giriamo pagina: un’altra foto si sovrappone alla prima come in una sequenza filmica. È la stessa inquadratura ma sono cambiati i soggetti: sempre la bambina, ma in braccio al padre. Ed ecco un evento sorprendente: le ombre degli alberi si sono spostate, segno che, tra una foto e l’altra, il sole si è mosso. Il tempo è passato. Questo tempo è quello meccanicamente fotografico, quello legato alla sequenzialità degli scatti.
Se il padre compare in questa seconda immagine, la foto chi l’ha fatta?
Forse Lei, la madre, ma non è sicuro. Romano non è certa. Non lo ricorda.
Finché un elemento (il punctum di Barthes) rapisce l’occhio di Romano: si vede l’ombrellino rovesciato, buttato a terra. Allora proprio Lei ha in mano la macchina. È Lei che sta scattando. Ma soprattutto: Murò, il cane, è sfocato. “È sfocato” ripete Lalla e ne deduce che “Lei non era precisa”.

Così ritrova la Madre. La riscopre e la capisce non attraverso il ricordo, ma fornendo alla memoria un puro fatto fotografico: una semplice sfocatura, il nitrato che ha preso forma di segno confuso.
La ricerca del tempo perduto elude l’intimismo e recupera l’autentico, perché tutto quello che la memoria riesce a vedere è nel disporsi delle forme di carta. Lei tanto più umana perché “non precisa”.

Ritrovarla è una folgorazione: quell’umanità è il coagularsi confuso dei sali d’argento.

Lalla Romano, Nuovo romanzo di figure. Einaudi 1997. Responsabilità grafiche non indicate. Pag. 107 (part.), 2

*[Romanzo di figure ebbe nel 1998 un’ulteriore edizione, sempre nei Supercoralli Einaudi: in seguito al ritrovamento di altre fotografie Romano fece un’aggiunta di una nuova sezione. L’impaginato del Nuovo romanzo di figure è il medesimo del Supercorallo precedente. Le fotografie a corredo di questo articolo avrebbero dovuto ritrarre Romanzo di figure, ma al momento degli scatti FN s’è accorto che il libro era scomparso dalla sua libreria. Fortunatamente restava la copia del Nuovo Romanzo; per questa ragione s’è fotografato quello; nessuna delle tre edizioni è più disponibile se non sul mercato dell’usato]

Il desiderio guarda. Ma l’amore è esser guardati.
Una lettura di Romanzo di figure

di Riccardo Falcinelli

Appendice

ulteriori fotografie

(cliccando sull’immagine potete arrivare ad un set di Flickr, con 22 immagini)

Lalla Romano, Nuovo romanzo di figure. Einaudi 1997. Responsabilità grafiche non indicate. Pag. 108 (part.), 2

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