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25: RENATA ADLER / Fuoribordo

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Renata Adler, FUORIBORDO. Guanda 1983. Prosa contemporanea 25.

Renata Adler, Fuoribordo, Guanda, Milano 1983. 187 pp.; 20 cm x 12 cm; (Prosa contemporanea 25)
Titolo originale: Speedboat
Traduzione di Giancarlo Buzzi
Brossura con bandelle
Alla copertina: Edward Hopper, Costa sottovento, 1941 (particolare).
Stampa: giugno 1983
Stampatore: Edigraf s.n.c. S. Giuliano Milanese
Copyright by Renata Adler, 1983
© 1983 Ugo Guanda Editore S.p.A, via Daniele Manin 13, Milano
Lire: 10.000
Copia in ottimo stato.

[M. M.]

 

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Alla bandella di copertina:

Dal punto di vista della materia narrativa. Fuoribordo descrive la vita quotidiana di una intellettuale newyorchese, una giornalista diegli anni Settanta, una donna maturata socialmente nell’era del «problema delle donne» benché di questo problema praticamente non vi sia traccia. La Adler sembra troppo disincantata per perorare una causa, o per immergervisi, o anche per esserne contaminata. In realtà, la distanza dell’io narrante dalle cose è un’equidistanza, l’immagine o il senso di una ironia dolce, tranquilla, leggermente malinconica. Si potrebbe pensare, con ogni legittimità, a Woody Allen: lo stesso fluire dei «contatti», la religione del party, l’ineffabile processo delle mille seduzioni, esistenziali o politiche – e insomma la dolcezza di vivere che, quasi impercettibilmente, si tramuta in ansia di un viaggio, di una fuga da sé… Ma forse sarebbe più giusto pensare a un precedente letterario, a quella fulminante Dorothy Parker degli anni Trenta: solo che i suoi racconti ubbidiscono sempre alla stessa legge, quella del mimetismo sociale, la registrazione di una lingua, la satira sepolta nelle cose. Nella Adler, il calco linguistico ha la stessa meta, ma i suoi modi sono tutti diversi. Innanzi tutto, non c’è immagine del mondo che non sia filtrata dall’immagine del sé. In secondo luogo, benché la Parker non credesse ai «grandi disegni» romanzeschi, i racconti de II mio mondo è qui conservano la tenuità di una trama che nella Adler appare dissolta, se non polverizzata, annientata. La divisione del testo in capitoli tematici (“arroccamento”, “silenzio”, “caseggiato” ecc.) è puramente strumentale. A prevalere è l’appunto, la nota in margine, il brevissimo ritratto, veloce e schizzante di qua e di là come un fuoribordo, della «cosa vista» o meglio udita. Per Renata Adler, insomma, il disincanto è tale che tutta la materia deve essere accreditata della medesima dignità, o indegnità. O, altrimenti detto, tale è la schizofrenia del moderno abitante di una metropoli, da doversi ritenere impossibile che qualcuno pretenda di racchiudere lo sparpagliarsi degli eventi in una sola figura, in un senso determinato – sia pure «alla fine». «Io non ho mai visto – dice l’autrice – una parola derivare. A me sembra che ci sono delle cose fisse, sparse e simultanee.» È la migliore descrizione del suo libro, ed è anche il doloroso privilegio della morale antiautoritaria, la morale degli anni da lei descritti.

Alla bandella della quarta di copertina:

Renata Adler è nata a Milano nel 1938. Ha compiuto gli studi ad Harvard e alla Sorbona. Dopo aver iniziato nel 1963 l’attività giornalistica al «New Yorker», nel 1968-69 è stata critico cinematografico del «New York Times». Nel 1974 ha vinto il primo premio dell’«O. Henry Short Story Awards». Tra le sue opere ricordiamo: Toward a Radical Middle (1970) e A Year in the Dark (1970). Speedboat è il suo primo libro tradotto in italiano.

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