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Racconti analitici, di SIGMUND FREUD / Einaudi editore 2011. FUORISEDE, di Mariolina Bertini: 11

Racconti analitici, di Sigmund Freud

Fuorisede, di Mariolina Bertini

11: Freud nei Millenni

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

Come Amleto, anche se per ragioni diverse, il fuorisede ha spesso l’impressione che il tempo sia uscito dai cardini.

Sottoposto ora all’accelerazione innaturale delle “frecce” (bianche o rosse che siano), ora alla semiimmobilità dei regionali cosiddetti “veloci” (d’altronde il loro diretto progenitore era detto, non meno antifrasticamente, “l’accelerato”), smarrisce con facilità ogni tipo di orientamento e, in un cronotopo tutto suo, si trova tra le mani a Pasqua i libri che gli altri si sono scambiati sotto l’albero di Natale.

È proprio il caso di questi Racconti analitici, che non sono d’altronde un libro di rapido consumo (di “pronta beva”, dicono gli enologi) e probabilmente, con le loro 805 pagine, stanno ancora offrendo grandi soddisfazioni a chi li ha ricevuti tra i rametti di vischio e di agrifoglio.

Mi hanno ricordato quei “Millenni” einaudiani che nella mia infanzia arrivavano proprio a Natale (regalo di una zia traduttrice, che poteva averli con lo sconto) e promettevano ore e ore d’incanto ininterrotto: le fiabe di Andersen, quelle dei fratelli Grimm, quelle della Corte del re Sole.

Sono in effetti incredibilmente fiabeschi nelle illustrazioni, questi racconti freudiani. Mattotti li trasforma in incubi in technicolor tanto irreali quanto corposi; spaesanti, crudeli, sontuosamente felliniani.

E come i “Millenni” di fiabe degli anni ’50 e ’60, questi Racconti offrono una delle letture più avvincenti che si possano fare: una scelta ben presentata e annotata dei “casi clinici” di Freud, cui si aggiungono due tra i suoi saggi più intriganti sull’esperienza artistica, Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Jensen e quel Ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci che l’autore considerava “l’unica cosa bella che io abbia mai scritta”.

Non stupisce leggere nell’introduzione di Mario Lavagetto che quando il 26 aprile del 1908 Freud espose al Primo congresso di psicoanalisi la sua relazione sul caso dell’”uomo dei topi”, l’uditorio restò ad ascoltarlo senza fiato per cinque ore, pregandolo di non interrompere a nessun costo il suo racconto.

Il caso clinico pubblicato in seguito non coincide esattamente con quella relazione ma ne conserva l’irresistibile forza attrattiva. Credo sia ben difficile anche per il lettore di oggi separarsi da quell’enigmatico paziente di Freud che proietta atroci fantasie sadiche su tutti i suoi cari, prima che l’analista sciolga il nodo che sta all’origine della sua malattia, cioè il conflitto per lui insolubile tra il desiderio di unirsi all’amata e quello di rispettare i desideri del padre scomparso.

Lo straordinario fascino narrativo di questi “casi”, in cui si dispiega quel “metodo indiziario” di cui Carlo Ginzburg additava la centralità in Spie, è però profondamente problematico, e Mario Lavagetto, nella sua introduzione, ne esplora a fondo la complessità. Perché è un fascino che trascende le intenzioni dell’autore e a volte le contraddice.

Alla narrazione dei suoi “casi”, Freud si accinge da convinto fautore della poetica di Aristotele, che privilegia il Verosimile e la separazione dei generi; ma il suo metodo innovativo, e la resistenza degli inconsueti e magmatici materiali che si trova ad affrontare, lo conducono in tutt’altra direzione. Accade così che la forma della narrazione canonica -che in quegli stessi anni sta esplodendo in mano ai romanzieri modernisti- si riveli inadeguata anche alle sue storie cliniche; pur ammirando il naturalista Zola e considerando con sospetto i surrealisti, il Freud narratore non potrà che esplorare forme narrative inedite, aperte, ambivalenti, disturbanti, essenzialmente rivoluzionarie.

Lavagetto potrebbe ricordarci che nella primavera del 1908, proprio mentre Freud espone ai colleghi sedotti e turbati la storia dell’”uomo dei topi”, Proust comincia ad annotare in un taccuino i primi appunti per un romanzo che avrà la forma del tempo, e dopo il quale l’arte di raccontare non sarà mai più la stessa.

Sulla prossimità tra il metodo di Proust e quello di Freud -che non si conobbero– Lavagetto ha spesso riflettuto; forse il modo migliore di concludere la lettura dei Racconti analitici è andare a riprendersi Quel Marcel, che su quel tema ha pagine decisive. Sono due libri che si illuminano reciprocamente, e ci aiutano a capire come è cambiato, tra Otto e Novecento, il significato della parola “narrare”.

Fuorisede, di Mariolina Bertini

11: Freud nei Millenni

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

Sigmund Freud, Racconti analitici, progetto editoriale e introduzione di Mario Lavagetto, Note e apparati di Anna Buia, Traduzione di Giovanna Agabio, Illustrazioni originali di Lorenzo Mattotti, Einaudi 2011.



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