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Queer Vision, di Vito De Biasi / INTRO

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Queer Vision, di Vito De Biasi

Una visione strabica sulla cultura come conflitto

Perché aprire oggi una rubrica di cultura queer? Una domanda del genere si traduce subito, per chiunque voglia fare un tentativo, in un’altra, che forse risponde alla prima: per chi scriverla? Per quella minoranza che sa di che cosa si sta parlando prima ancora di cominciare? O per chiunque capiti su queste pagine, cercando quindi di partire dalle definizioni, come in un buon manuale?

Chi è su questa pagina probabilmente sa bene perché è qui: ha cliccato volontariamente su un link perché ha letto la parola queer nel titolo, e vuole confrontare le idee che ci troverà con le sue. È questa stessa considerazione a restringere da sé il campo, e a far emergere ancora una domanda: chi è disposto oggi, in Italia, a parte la variegata comunità queer e coloro che se ne interessano per vari motivi, a cliccare su un link che porta quella parola identificativa nel titolo? La cultura queer, insomma, è ancora materia di una comunità specifica? La recente visibilità di una cultura simile, sempre che in Italia si possa vederla come tale, riesce ad avvicinare al tema qualcuno che se ne sente estraneo? È possibile prendere in considerazione il queer, da parte di qualunque cittadino o lettore, in maniera disinteressata, senza dovervi cercare necessariamente un’inclusione o un’opposizione?

Sono domande che rivelano l’aspetto conflittuale della coesistenza nel nostro paese di una cultura dominante dura a modificarsi, quella del maschio bianco eterosessuale, e una sottocultura, un’area di significati ed espressioni, che sta passando rapidamente, almeno in Italia, dalla vita sotterranea del passato all’esposizione di massa di oggi, senza però accedere a una significativa conquista di diritti civili.

Se quindi sembra aver senso aprire oggi una rubrica di cultura queer è proprio per cogliere questo passaggio, per capire in che modo un sistema di valori e consumi riferito a una minoranza ancora discriminata acceda alla cultura di massa. Che cosa è, per fare soltanto due esempi, la partecipazione di Aldo Busi o di Vladimir Luxuria all’Isola dei famosi, se non quel passaggio traumatico dalla nicchia alla ribalta nazionale? La Palma d’oro alla Vita di Adèle all’ultimo Festival del cinema di Cannes non è anche l’ammissione di uno specifico immaginario erotico all’interno dell’industria culturale ufficiale? Il queer non sta diventando insomma per tutti?

Discutendo di cinema, di televisione, di web, di immaginario collettivo, l’intento è quello di cogliere, post dopo post, un passaggio che forse rivela la trasformazione della cultura queer contemporanea: da stile di vita e cultura alternativa a voce della cultura di massa, da minoranza silenziosa a gruppo che accede a una certa visibilità, e con questa a richieste di diritti, a una presenza che è ancora da stabilire se mantenga una sua differenza o entri indistintamente a far parte di un coro.

Se la queer theory e la queer culture nascono successivamente alla riappropriazione del termine dispregiativo queer da parte della minoranza che ne veniva stigmatizzata (un po’ come le comunità african american hanno fatto con l’insulto nigger), e voleva dire “strano, deviato, distorto”, allora possiamo dire che una rubrica chiamata Queer vision non vuole essere una visione di ciò che è già dato come queer, come se questa fosse l’etichetta che individua immediatamente i suoi affezionati consumatori, ma, tornando al senso letterale, una visione strabica, situata, della cultura e dell’immaginario contemporanei. Il tentativo non è tanto quello di analizzare le manifestazioni specifiche di una cultura, ma proprio di cogliere il rapporto di questa con la cultura ufficiale. Che cosa succede all’una e all’altra, nel dialogo che è stato intrapreso?

Se in un paese che ha maturato una lunga tradizione di studi specifici come gli Stati Uniti si comincia a parlare già di fine del queer come specifico movimento politico-culturale, la necessità di parlarne in termini di dialogo tra noi e loro che ancora si vede in Italia mette in evidenza un ritardo civile e culturale, ma è anche un’occasione preziosa di riflessione e forse di crescita. Il tentativo di questa rubrica sarà quindi di cogliere questo dialogo sbilanciato, impari, attraverso il canale privilegiato dell’immaginario, dentro il quale si depositano e si esprimono, attraverso le parole e le immagini che consumiamo insieme, i significati e i desideri di una società.

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