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PROUST E LA CITTÀ STENDHALIANA, di Marco Piazza

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

 

QSSP#4.1: Proust e la città stendhaliana, di Marco Piazza

È stata la lettura della Certosa di Parma, cui Proust associa un’indefinita dolcezza, a suscitare in lui il desiderio di visitare la città di quel romanzo, in cui però di fatto non mise mai piede. Il color malva che Proust attribuisce al suo nome proviene invece da un fiore, la violetta di Parma, nota in Francia per la predilezione riservatale da Maria Luigia, consorte di Napoleone e Duchessa di Parma dal 1816 al 1847, oltre che per un profumo creato da Lodovico Borsari nel 1870. Il  toponimo «Parma» per Proust è pure «compatto» e «liscio». Di qui l’ipotesi che a guidarlo in questa serie di associazioni sia stata una pastiglia emolliente di pâte de guimauve, una sorta di pastiglia  Valda dal sapore di violetta e a base di un estratto di Althea officinalis, pianta delle Malvacee.

La «pesantezza» che Proust associa al nome della città italiana, tale da renderne uniche le case nelle quali il protagonista della Recherche sogna di abitare, dipende poi dal fatto che il francese «Parme» è composto di una sola sillaba. Una pesante dolcezza che fa pensare all’«immensa coppa di cristallo zeppa di violette di Parma» nel salottino di Mme Swann, l’opulenta ex cocotte dal suadente nome di Odette.

Prove x QSSP (b, 1)

I tre medaglioni della serie Proust e le tre città:

Proust e le tre città, intro

Proust e la città fiorita

Proust e Venezia

Il ritratto di Proust, logo della serie, è di Paola Monasterolo

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